OSCAR 2026: IL SUPERCOMMENTO

This entry is parte 10 di 16 in the series N3 2026

di Gianluca Meotti e Riccardo Morrone

Lo ha ricordato anche un emozionatissimo Paul Thomas Anderson nel suo final speech dopo che l’inarrestabile Teyana Taylor aveva appena cercato di attentare alla sua vita mentre salivano sul palco: cinquanta anni fa, nella notte degli Oscar 1976, Qualcuno volò sul nido del cuculo (One Flew Over the Cuckoo’s Nest) di Miloš Forman si imponeva in una cinquina leggendaria su Barry Lyndon di Kubrick, Quel pomeriggio di un giorno da cani (Dog Day Afternoon) di Sidney Lumet, Lo squalo (Jaws) di Spielberg e quel capolavoro inarrivabile che è Nashville di Robert Altman. Mezzo secolo dopo, non si può certo dire che la qualità dei concorrenti sia rimasta invariata – Ryan Coogler, Josh Safdie, Joachim Trier e Chloé Zhao non valgono forse Kubrick o Fellini – ma Anderson è finalmente riuscito dove Altman, il suo maestro, non è mai arrivato. Tutto sommato, non una serata scoppiettante questa 98ª notte dei premi Oscar presentata da Conan O’Brien: due vincitori (Warner Bros. in generale e Una battaglia dopo l’altra in particolare), un solo sconfitto de facto (Chalamet, ma già si sapeva) e nessun vero saliscendi degno del terzo atto di One Battle per quella che invece si profilava alla vigilia come una serata potenzialmente sorprendente. Ma non sempre le sorprese sono cosa gradita e di certo non lo sarebbero state in questo caso.

Partiamo dai vincitori. Su tutti, la Warner Bros.: l’ultracentenaria major hollywoodiana in vendita al miglior offerente (Paramount?), dopo un quinquennio non proprio esaltante tra la fusione con Discovery (e il susseguente caos ai vertici), la produzione di alcuni flop pesantissimi e una “defezione” illustre come quella di Nolan, quest’anno ha rialzato la testa e ha dominato la stagione dei premi fin dall’inizio con due film – Sinners (I peccatori, Ryan Coogler) e One Battle – in grado di portarsi a casa dieci statuette in totale, monopolizzando le categorie più prestigiose. Sinners aveva già scritto la storia in occasione dell’annuncio delle nominations – quando ha infranto un record pluridecennale con il primato di ben sedici candidature – e nella serata, nonostante sia uscito sconfitto nel testa-a-testa per il miglior film, ha comunque ottenuto quattro vittorie di grande valore: il Premio alla miglior sceneggiatura originale a Ryan Coogler; quello a Ludwig Goransönn per la colonna sonora – il terzo in sette anni per quello che sembra essere un po’ l’erede di Hans Zimmer; l’Oscar al miglior attore protagonista alla buona “doppia performance” di Michael B. Jordan che ha lasciato nuovamente a bocca asciutta Chalamet. Soprattutto, l’Oscar alla miglior fotografia è andato alla quarantasettenne Autumn Cheyenne Durald Arkapaw, dopo novantotto edizioni la prima donna di sempre ad imporsi nella categoria.

Quanto a Una battaglia dopo l’altra, si è capito ben presto che la serata si sarebbe trasformata in un trionfo di ampia portata per il film di Paul Thomas Anderson. A dire la verità, tanti meriti sono da attribuire alla riuscitissima campagna crossmediale di Warner, che fin dalla sua uscita a settembre ha coinvolto molti volti noti e, tra gli endorsement di Spielberg e Taylor Swift (di cui parlavamo già nella nostra recensione) e i balletti su TikTok di Chase Infiniti con DiCaprio e Anderson, ha alimentato la costruzione di un consenso diffuso all’interno dell’opinione pubblica e di conseguenza nell’Academy. Sei i premi di One Battle: le vittorie di Andy Jurgensen al montaggio, di Cassandra Kulukundis nella categoria new entry del casting e di Sean Penn come miglior attore non protagonista, che in coerenza con il suo personaggio non si è presentato a ritirarlo ma – con il terzo premio personale dopo Mystic River (Clint Eastwood, 2003) e Milk (Gus Van Sant, 2008) – va ad eguagliare il primato di vittorie detenuto da altri tre attori (Daniel Day-Lewis, Walter Brennan e Jack Nicholson).

Su tutto il resto svettano, però, i tre pesantissimi premi conferiti a Paul Thomas Anderson (Miglior sceneggiatura non originale, Miglior regia e Miglior film). Spiace doversi inserire nella retorica del “conto da saldare” da parte dell’Academy nei confronti di uno dei totem del cinema statunitense contemporaneo, ma è difficile non rallegrarsi per un riconoscimento che probabilmente egli stesso ha atteso per ventotto lunghi anni. La prima candidatura era stata quella per la sceneggiatura di Boogie Nights – L’altra Hollywood (Boogie Nights, 1997) nel 1998 e ne sono seguite altre dieci prima di questa tripletta che, ben lungi dal rappresentare qualche tipo di “conferma” o “risarcimento” artistico, può quantomeno contribuire a segnalare il suo genio inestimabile presso le platee del grande pubblico (ammesso e non concesso che gli Oscar siano ancora in grado di fare ciò).

Come si è detto, gli Oscar 2026 hanno riservato invece a Timothée Chalamet un’altra delusione, la seconda consecutiva: non è bastato vestire i panni di Bob Dylan (in A Complete Unknown, James Mangold, 2024) e nemmeno quelli di Marty Mauser in Marty Supreme – uno score scorsesiano con nove candidature e zero vittorie per l’opera di Josh Safdie – per strappare una statuetta, e già tutti parlano di “maledizione DiCaprio”. Quanto ancora dovrà attendere prima di farcela? Esito del tutto diverso per la trentasettenne irlandese Jessie Buckley, vincitrice ormai sicura da settimane dell’Oscar alla Miglior attrice protagonista, che è anche l’unico premio di serata per Hamnet – Nel nome del figlio (Hamnet) di Chloé Zhao. Ma degno particolarmente di nota è il premio alla miglior attrice non protagonista, andato ad Amy Madigan per Weapons. Insieme a Sinners, e se vogliamo Frankenstein di Guillermo del Toro, il film di Zach Cregger era il terzo horror in gara e forse quello che meno di tutti aveva ambizioni autoriali ed elevated, il che lo rende bestia nera per eccellenza sotto il tetto del Dolby Theatre.

Ed è proprio il premio a Madigan, che non è una delle principali vedette hollywoodiane e quindi l’espediente del “premio alla carriera” non regge, che offre un minimo di speranza a quelli che credono ancora in un’apertura dell’Academy verso il cinema di genere ed in particolare l’horror, speranze disattese negli ultimi anni dopo la sorprendente vittoria in sceneggiatura originale di Jordan Peele nel 2018. In una cerimonia che si è tenuta cautamente lontana dalla politica (con i soli Jimmy Kimmel e Javier Bardem a lanciare qualche sasso in un mare fin troppo placido), l’affermazione più radicale da un punto di vista veramente cinefilo, di inclusione cinematografica tout court, può essere proprio quella di premiare Madigan e indirettamente tutto Weapons (fra l’altro sempre prodotto Warner), riconoscendolo sia come fenomeno popolare (vedi il cold open di O’Brien che rimette in scena le corse della zia Gladis con tanto di bambini al seguito), sia come oggetto-film valevole di attenzioni, anche se rifugge i cliché stanchi, manieristi e pseudo-intellettuali di tanti horror contemporanei, che credono che uno squartamento sia molto meno dignitoso artisticamente rispetto alla rappresentazione di traumi generazionali e madri impazzite che vogliono riportare in vita i loro figli. Se sono mancati gli attacchi a Trump, i riferimenti al Medio Oriente, battute sull’AI o considerazioni che vanno oltre la circostanza relative ai correnti accorpamenti societari, questi Oscar hanno dimostrato un po’ di vita – e di coraggio – votando scientemente con la pancia, rifuggendo sterili intellettualismi e premiando una veterana di Hollywood che interpreta una vecchia strega affascinata dal vodoo.

Tre statuette anche per il Frankenstein di Guillermo del Toro che, dopo One Battle e Sinners, si è rivelato il terzo film più premiato della serata, a conferma della stima che l’Academy continua a nutrire nei confronti del maestro messicano – allo stesso tempo, è lecito sostenere che la natura prettamente tecnica di questi premi (Miglior trucco, Migliori costumi e Miglior scenografia) vada un po’ a sottoscrivere la fredda accoglienza complessiva riservata al film da pubblico e critica. Tuttavia, del Toro è sembrato come al solito sereno e sorridente e tanto ci basta.

Due premi su due candidature in totale (Miglior film d’animazione e Miglior canzone originale) per il fenomeno di Netflix KPop Demon Hunters di Maggie Kang e Chris Appelhans, un altro vincitore decisamente annunciato. Da registrare è invece la nuova disfatta della Disney/Pixar, che anno dopo anno ha visto incrinarsi il proprio primato assoluto nella categoria del miglior film animato e ora si vede sconfitta addirittura per il quarto anno consecutivo. Nessuna sorpresa nemmeno tra i film internazionali: l’Oscar è andato al norvegese Sentimental Value (Affeksjonsverdi) di Joachim Trier, che con nove candidature complessive era anche il favorito per la categoria. 

Insomma, l’annata appena conclusasi con la netta vittoria di OBAA sembra aver confermato il ritorno dell’Academy verso la “scelta” di un solo film forte da premiare a scapito degli altri, dopo aver prediletto lungo gli anni Dieci e fino all’inizio dei Venti la formula dello split. Dopo le sette statuette di Everything Everywhere All at Once dei Daniels e di Oppenheimer di Nolan e le cinque di Anora di Sean Baker, questo recupero del passato in conformità con la tradizione consolidata degli Oscar ha sorriso a Paul Thomas Anderson e al suo film. Comunque sia, per l’Academy la strada verso la 100ª edizione degli Oscar è ancora lunga e tortuosa come le dune di Borrego Springs, ma non resta che augurarsi che d’ora in poi per PTA sia una vittoria dopo l’altra. Ci si vede l’anno prossimo!

N3 2026

LA RABBIA GÖTTERDÄMMERUNG: 50 ANNI SENZA LUCHINO VISCONTI

Autori

  • Classe 2003, Riccardo è pigro, nato vecchio e convinto giochista. Aspirante nullafacente, prova a studiare cinema e trascorre i suoi giorni guardando cose (dal dubbio gusto e valore intellettuale), tra il cinema e lo stadio. Ha poche, granitiche certezze: di sicuro Scorsese come ispirazione e Lionel Messi come fede religiosa.


  • Studente DAMS di giorno; per il resto cinema, film e pellicole cinematografiche. Nella sua testa c’è sempre un piccolo Marshall McLuhan che gli dà ragione.


     

     

     

     

     

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