NUOVE USCITE
Di Giovanni “Fusco” Pinotti

Non esiste storia che abbia plasmato la poetica di Guillermo del Toro più di quella narrata nel 1818 da Mary Shelley nel suo romanzo – il primo di fantascienza, come spesso ricordato dal canone letterario – Frankenstein o il moderno Prometeo (Frankenstein; or, The Modern Prometheus). Da Cronos (1992) a Blade II (2002), da Hellboy (2004) a La forma dell’acqua – The Shape of Water (The Shape of Water, 2017), la carriera dell’autore messicano si è sempre richiamata a questa fondamentale storia, le cui ambientazioni gotiche, macabri esperimenti e complessi divino-genitoriali hanno segnato in maniera indelebile la sua filmografia. L’idea di un adattamento del capolavoro di Shelley frullava nella testa di del Toro addirittura dal 2007, ma è stato solo grazie (o malgrado, dipende dai punti di vista) al suo accordo pluriennale firmato con Netflix che il progetto – un po’ come la Creatura – ha finalmente preso vita. Non sarebbe dunque troppo esagerato definire questo Frankenstein come il dream project di Guillermo del Toro, il quale finalmente ha potuto disporre delle risorse adatte (ben $120 milioni!) per poter trasporre sullo schermo la sua storia preferita.
Tuttavia, di quale schermo stiamo parlando? Come ormai tradizione per la stragrande maggioranza delle produzioni Netflix, il talento dell’autore messicano è stato confinato ai margini dello schermo domestico, vincolato a un abbonamento; una release limitatissima per tempo di permanenza e numero di sale non ha fatto nulla per mitigare il danno già ingente che stanno subendo le sale cinematografiche e, per diretta conseguenza, il cinema, che di sala vive – o dovrebbe vivere, perlomeno. L’ennesima predica moralista-cinefila sul Netflix-lupo cattivo, però, non serve solo a ricordare l’importanza essenziale della sala per la settima arte, ma occorre anche a criticare negativamente la conseguente piattezza estetica e narrativa di una storia che, a partire dalle intenzioni dell’autrice e dalla complessità del materiale di partenza, è tutto meno che banale.

Dopo una sequela pressoché infinita di iterazioni, adattamenti e ripensamenti nelle più bizzarre chiavi, credo di poter dare per assodata la storia di Frankenstein, anche se forse occorre giusto un breve ripasso: un brillante chirurgo e scienziato, Victor Frankenstein (Oscar Isaac), supportato dal suo mecenate Henrich Harlander (Christoph Waltz) e motivato tanto dalle sue ambizioni quanto da un miope e ottuso rifiuto da parte della comunità accademica, riesce a infondere la vita nelle membra ricucite e ricomposte di una Creatura (Jacob Elordi), il cui aspetto mostruoso terrorizza il resto delle persone e gli impedisce di sfuggire dalla sua condizione esistenziale di solitudine. L’atteggiamento ostile e bigotto dei “veri umani” e il distruttivo disprezzo del Creatore nei confronti della sua invenzione condurranno a un feroce scontro tra i due, in un inseguimento apparentemente infinito alla ricerca di vendetta, redenzione e amore.
Forse il difetto più grande dell’ultima fatica di del Toro – il quale, come suo solito, qui funge da regista, sceneggiatore e produttore – è la ripetitività piatta e didascalica di temi affrontati più volte e in salse diverse non solo da altri adattamenti dell’opera, ma anche dal cineasta stesso: il mostro solitario e incompreso, che nella sua infantile essenza è innocente e sofferente, è ormai un topos deltoriano a cui questo nuovo Frankenstein non aggiunge nulla di nuovo, nessuno spunto di riflessione ulteriore; non solo, l’innocenza e lo status di vittima della Creatura, mai messa in discussione, finisce per tradire le intenzioni e l’agenda del personaggio che aveva preso vita tra le pagine di Shelley: se nel romanzo, infatti, la Creatura, dopo esser stata immediatamente ripudiata da Frankenstein e aver fatto esperienza della violenza umana, compiva atti calcolati e volontari di violenza e vendetta per far soffrire il suo creatore, nel film invece pressoché ogni atto di violenza commesso dal (non) Mostro è conseguenza di autodifesa o del tutto accidentale.
C’era l’opportunità, insomma, di rendere ancora più profondo e significativo il rapporto tra creatore e creato, tra uomo e mostro. Ciò che rimane, invece, è una approssimazione stantia e banale, appesantita dalla bidimensionalità dei personaggi e da un didascalismo che è solitamente sì di casa Netflix, ma non dovrebbe appartenere a un maestro come del Toro. Se nel romanzo – sì, continuerò a fare paragoni, si tratta pur sempre di un adattamento! – il conflitto interiore ed esteriore dei due personaggi è così moralmente ambiguo e grigio da rendere sfuocate e sfuggenti le distinzioni tra buono e cattivo, tra giusto e sbagliato, tra morale e immorale, nel film “buoni” e “cattivi” sono chiaramente definiti e la giustezza della prospettiva della Creatura non viene mai problematizzata o affrontata seriamente. Pur da amante sfegatato del capolavoro di Shelley, paradossalmente del Toro dimostra di aver frainteso e volgarizzato per il grande pubblico – il consumatore medio di Netflix – i punti chiave del libro; qual è il senso di far pronunciare alla Creatura frasi come “Il cacciatore non odiava il lupo, il lupo non odiava le pecore, ma la violenza tra di loro sembrava inevitabile. Forse, pensai, questa era la via del mondo. Ti avrebbe cacciato e ucciso solo in ragione del tuo essere”, se poi la narrazione e i personaggi non rispecchiano quella che dovrebbe essere la naturale evoluzione delle loro vicende? L’ambiguità viene uccisa e non rianimata, dunque, e il risultato è insipido e poco interessante tanto per gli standard di del Toro quanto per quelli delle storie frankensteiniane. Il didascalismo cui si accennava poc’anzi è l’ingrediente che carica di ulteriori difetti il film, con personaggi che dichiarano ad alta voce sia quello che pensano sia i temi della storia; un altro grandissimo Maestro, Clint Eastwood, una volta disse che la differenza tra un film di serie A e uno di serie B era che mentre il secondo ti dice tutto ad alta voce e a chiare parole, il primo lascia spazio al dubbio, all’indeterminatezza, all’immaginazione e all’interpretazione personale. Questo nuovo, ennesimo Frankenstein, dunque, non può che ricadere nella categoria di film di serie B, secondo questa definizione.

La scelta di abbandonare l’horror e di raccontare un dramma familiare, inoltre, priva la storia di una sua componente fondamentale e semplifica ulteriormente la vicenda intera, rendendo le stupende atmosfere e ambientazioni gotiche solo un abbellimento estetico, un orpello che, a differenza dell’originale, non ha alcun peso sulla narrazione. Tutto finisce bene, i peccati vengono perdonati, l’amore trionfa e, per l’ennesima volta, “è l’Uomo ad essere il vero mostro”; nulla che non si sapesse già, quindi, nulla che non sia già stato affrontato meglio. Se il mondo non è cambiato e tutto è finito per il verso giusto, dov’è la crescita dei personaggi? Dov’è la potenza della storia? Qual è il fine ultimo del film?
Finora si è giustamente discusso dei difetti del film, ma vorrei che sia chiaro che si tratta di un prodotto forte di tante qualità, a partire dalla recitazione: benché personalmente non sia entusiasta del casting di Isaac, il suo Victor Frankenstein è soddisfacente e divertente da guardare, anche se nessuno finora è riuscito a detronizzare, nella mia classifica personale, il grande Peter Cushing; Mia Goth (qui nel doppio ruolo di Elizabeth Harlander e di Claire Frankenstein, madre dello scienziato), Christoph Waltz e Felix Kammerer (William Frankenstein, fratello di Victor) fanno il meglio che possono con il materiale a loro affidato, soprattutto Waltz, il più piacevole fra i tre; David Bradley (il vecchio cieco, immancabile in qualsiasi adattamento di Frankenstein che si rispetti) e Charles Dance (il severo e oppressivo Tywin Lann… ehm, Leopold Frankenstein) brillano nei loro piccoli ruoli; svetta su tutti, senza ombra di dubbio, la Creatura di Elordi, che riesce a seguire alla lettera le indicazioni di del Toro e fornisce un’interpretazione a tratti molto commovente, seppur mai spaventosa o davvero inquietante come quelle di Boris Karloff o Christopher Lee, giusto per menzionare due leggende. Sono senz’altro degne di nota anche le musiche di Alexandre Desplat, molto liriche e sentimentali, così come la sgargiante ricchezza di scenografie, costumi e location, tutti punti di forza del film.

D’altro canto, se gli effetti pratici a cui il regista ci ha abituato sono, come sempre, strepitosi, quelli digitali non riescono a scrollarsi di dosso una sensazione di falso e posticcio che, se non è tanto grave da rompere l’immersione, provoca comunque un certo fastidio. Appare incoerente, poi, l’estrema violenza di certe scene: l’aver abbandonato qualsiasi aspetto orrorifico della storia in favore di un melodramma genitoriale ed esistenziale rende la brutalità pornografica delle scene di azione del tutto fuori luogo, una macchietta per evitare che l’abbonato di Netflix si addormenti nel mezzo di un dialogo introspettivo potenzialmente stimolante. Sia chiaro, non sono contrario alla violenza cinematografica, tanto meno quando è divertente e ben fatta; tuttavia, questa dev’essere ben inserita all’interno della narrazione e coerente con essa, altrimenti rischia, come in questo caso, di diventare un misero spettacolo.
Faccio fatica, inoltre, a comprendere gli apprezzamenti ricevuti dalla fotografia: se è indubbiamente vero che certi momenti – su tutti, la tempesta che dona vita alla Creatura e l’inseguimento sul ghiaccio – regalano un fugace e immediato piacere estetico, è altrettanto vero che l’insopportabile patina industriale netflixiana domina incontrastata su pressoché ogni inquadratura; un frame qualsiasi di Una battaglia dopo l’altra (One Battle After Another, Paul Thomas Anderson, 2025), girato al 75-80% in VistaVision da Michael Bauman, è in grado di trionfare senza fatica sulla migliore inquadratura di Frankenstein.
In conclusione, ciò che resta dell’ultima opera di Guillermo del Toro è una sensazione di delusione e di potenziale sprecato. Si tratta di un film in grado di essere apprezzato unicamente dallo spettatore medio di una piattaforma di streaming e/o da chi non possiede già un grado di familiarità con la figura del cineasta messicano; per tutti gli altri, ahimè, sarà difficile trovarci qualcosa di stimolante. Peccato, davvero.
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