LA RABBIA

This entry is parte 9 di 16 in the series N3 2026

TECNICA

Una lotta d’idee nel più iconico confronto cinematografico anni Sessanta

di Sibilla Bissoni

La rabbia è un film che uscì nelle sale italiane nel 1963, scritto e diretto da Pier Paolo Pasolini e Giovannino Guareschi, che provarono a riflettere a seguito di una sola domanda: «Perché la nostra vita è dominata dalla scontentezza, dall’angoscia, dalla paura della guerra, dalla guerra?».

Questo film, poco considerato sia dai fan del controverso PPP che dell’indimenticabile Guareschi, in realtà è una vera e propria perla della cinematografia italiana anni Sessanta. Si tratta, fondamentalmente, di un’opera di montaggio, dove le voci ed i commenti intellettuali dei due autori si esprimono in ordine, spiegando le le loro opinioni sull’epoca contemporanea al film (e non solo) e prendendo in esame conflitti e avvenimenti più o meno recenti, in generale, degli ultimi dieci anni.

L’opera di montaggio non era scontata né diffusa a livello ampio in quel tempo (come ad oggi del resto), sebbene fosse un mix audace tra fiction e non fiction. Infatti, questo metodo di struttura del lungometraggio – come poi lo diventò anche nel medium televisivo sempre italiano con Blob (1989 – in produzione), ad esempio – permette un ibrido difficilmente catalogabile di opera cinematografica. Se proprio ci teniamo a dare un’etichetta a La rabbia, penso proprio di poterlo chiamare un video-commento autorevole ed ante litteram.

Il cine-boom che stava prolificando nell’Italia del buon costume e del benessere non accolse a braccia aperte questo lungometraggio, che non si adeguava né al melodramma tipico dei kolossal d’autore né alla simpatica ed irriverente golden age della commedia all’italiana, ponendosi addirittura di traverso anche verso la tradizione documentaristica che era sì maggiormente di nicchia, ma in ogni modo più riconosciuta dal pubblico generalista e non.

L’idea del produttore Gastone Ferranti alla base del film si potrebbe tranquillamente dire fuori da ogni schema esistente (sopratutto per il periodo storico con cui si interfacciò). Infatti Ferranti aveva in mente un dibattito, sebbene in differita, tra due personalità intellettuali ed artistiche forti, nonché celebri per non avere peli sulla lingua o opinioni mainstream.

Il lungometraggio, diviso nettamente in due parti di circa cinquanta minuti l’una, risulta, a visione conclusa, un’opera profondamente interessante, basata quasi totalmente su un (non) dialogo ben dipanato lungo tutta la pellicola. Le due lunghe opinioni sull’attualità, mostrata da reperti del cinegiornale Mondo Libero (di proprietà dello stesso produttore) e altri vari materiali d’archivio, volevano essere quello che noi del Voyage chiameremmo un Toro Scatenato, anche se risultavano invece in qualcosa di, ovviamente, molto più articolato e complesso.

La rabbia non è solo una lotta di idee sugli stessi fatti (o quasi), ma bensì l’analisi lucida e difficoltosa degli avvenimenti che accadevano sotto le luci abbaglianti del boom economico italiano (e dell’Occidente in generale), e di come questi ultimi fossero in aperta discrepanza con guerre, scontentezze e miserie globali contemporanee.

Togliere quest’opera dal contesto in cui venne creata e in cui si sviluppò non è possibile per poter parlarne in maniera onesta. Un elemento che troverete spesso se cercate su Google il titolo del film è che fu senz’altro profetico. Su questo sono più che d’accordo, ma non trovo giusto fermarsi qua. Non è possibile scindere l’opera in sé dagli autori che la animano e le danno letteralmente la propria esistenza reale. Guareschi fu un caso iconico nella cultura italiana novecentesca, in quanto giudicato anarchico, monarchico e reazionario. Ne La rabbia non si abbandonò ad un insensato moralismo – piuttosto risultò anche “troppo” (visto ciò che espresse sopratutto sulla guerra d’Algeria), costringendo, ad un livello “etico”, a ritirare nello stesso ’63 il film dalle sale e dal commercio. Dopo varie vicissitudini, compresa la morte del Pasolini, del Guareschi e una polemica abbastanza fondata da parte di Bernardo Bertolucci, nel 2009 fu ri-mostrato al Fiuggi Family Festival il vero film integrale, re-integrando definitivamente la parte di Guareschi (dopo decenni in cui solo la celebre sezione di PPP era circolata in solitaria).

La riflessione che si può trarre da tutta questa appassionante storia potrà essere antropologicamente e sociologicamente interessantissima, ma prima mi piacerebbe portarvi nel passato del nostro Paese, dove la stampa era ancora l’organo di comunicazione più accreditato e dove, proprio nel ’63, Pasolini affrontava a spada tratta e senza tessera del PCI il processo per vilipendio della religione per La ricotta, il tutto mentre Guareschi, illuminato per sempre dall’incredibile avventura di Don Camillo e Peppone, affrontava processi e polemiche infiniti (in modo sicuramente semplicistico, ma efficace), scontando la pena per la sua incompleta incapacità nell’esprimersi all’interno di un coro e non affrontando sfrontatamente qualcosa e/o qualcuno.

Nel numero di aprile 1963 della rivista cinematografica italiana Cinemasessanta, si può leggere un articolo assai esplicativo di Mino Argenteri:

«(…) Un poeta triste, che discende da un tempo lontano e dal curioso futuro, e un polemista energumeno, volgare, grossolano e plateale, rigurgito di un passato che non vuole morire e urla e sbava i suoi risentimenti biliosi, si sono scontrati davanti ad una moviola. La voce del primo, trepidante e commossa, assomiglia all’effluvio di un’arpa malinconica e struggente; la scompostezza del secondo ci riconduce nei meandri plebei della diatriba da trivio. Il canto pasoliniano è coperto dal rutto del “nostalgico”; la poesia dell’uomo di cultura lambisce appena i piedi d’argilla del pamphlettista provocatore e irruento, forte delle sue argomentazioni sconnesse, furibonde, prelogiche.»

Giovannino Guareschi, penso sia chiaro, non piacque molto, sopratutto a sinistra, al tempo di uscita del film. Al contrario del leggendario, sebbene controverso, Pasolini, il Guareschi non faceva neanche minimamente parte di un gruppo (come fu invece la cerchia di intellettuali comunisti eretici a cui prese parte il poeta-regista) e questo non gli giovò, senza contare poi la sua mentalità difficilmente incasellabile e facilmente abbinabile ad aggettivi come reazionario. Come al giorno d’oggi – spero – sappiamo, non bisogna fermarsi al bianco o nero nell’analisi di personaggi simili; negli anni Sessanta, invece, nell’Italia benpensante dove si ergeva la faziosa politica dei partiti, è facile capire perché Guareschi e più tardi Pasolini andassero screditati, criticati a priopri e, perchè no, eliminati. Nonostante l’apparente e comunque reale distanza di atteggiamento ed opinione dei due, la convergenza di voci fuori dal coro li fece comunque collaborare al suddetto film in un modo che oggi, guardando La rabbia, sono certa si possa trovare edificante intellettualmente.

Un elemento ulteriore da passare sotto la lente della vostra attenzione è che i due letterati ed autori della pellicola non si parlarono mai durante le fasi di realizzazione del film. Entrambi accettarono l’idea del progetto di Ferranti, abbracciandola e dando la propria disponibilità mentale e temporale per permettere la nascita de La rabbia; eppure, davanti alla moviola si presentavano, concordando prima con lo staff presente, sempre in modo separato. Non penso sia utile fare supposizioni superficiali su tutto ciò – solo una riflessione: l’altezza di interesse nella cultura e nel dire la propria può superare, in menti fondamentalmente superiori alla massa, l’appartenenza ad un’ideologia politica, continuando comunque a rispettarla senza vendersi all’ipocrisia. Quest’opera dimostra come due opinioni e storie pressoché opposte possano co-esistere rimanendo sì opposte, ma mescolandosi in un melting-pot d’idee e di parole che meritano la nostra attenzione anche dopo sessantatré anni.

Tutto molto poetico visto quasi settant’anni dopo, ma Pasolini, appena vista la parte di film del Guareschi, non urlò al confronto irriverente di un’agorà novecentesca, bensì al fatto d’aver paura ad essere accostato alle opinioni scorrettissime del collega, che non aveva neanche mai voluto vedere nel lavoro di realizzazione della pellicola.

Leggiamo nel numero del 13 aprile ’63 del Giorno un articolo di Andrea Barbato dove viene descritta l’aperta richiesta di ritirare la firma dall’opera da parte di Pasolini:


« […] Ho già dato incarico al mio avvocato –, dice Pier Paolo Pasolini, – di ritirare la mia firma dal film. Non so se riusciremo, e non so neppure che utilità potrà avere questo gesto. Ma qualcosa devo fare – […] Pasolini ha passato molte ore a convincere il produttore a mettere la sua metà almeno al secondo posto, perchè non sembri che sia Guareschi a tirare le somme. Ma pare che sia impossibile per ragioni tecniche, e perché altrimenti la censura vorrebbe rivederlo […].»

Insomma, l’inconciliabilità tra i due non fu sicuramente sanabile prima dell’avvento del nuovo millennio. Sebbene Guareschi non si espresse più aspramente di Pasolini, in un articolo della rivista ABC del ’63 denominato Battibecco al vertice si espose, già prima della realizzazione del film, in maniera assai critica nei confronti del co-autore, attraverso però un riferimento indiretto alla fede marxista di PPP:

«Le dittature non tollerano l’umorismo di cui hanno paura e, sulla soglia del tetro e sconfinato impero comunista, la Storia ha scritto col sangue dei milioni d’assassinati: -Qui è proibito ridere!-».

Pe concludere, mi piacerebbe dire che nel mare torbido e caotico che si chiama La rabbiavediamo emergere monolitiche due mentalità che si sbraitano d’essere diametralmente in opposizione; al contempo, ci viene però regalata un’opera inestimabile e anche assai profetica. Forse fu proprio l’inimicizia e la spaccatura data dalle differenze ideologiche a creare quell’osmosi in continua discrepanza, eppure maledettamente sincera, che è La rabbia.

N3 2026

I FIDANZATI OSCAR 2026: IL SUPERCOMMENTO

Autore

  • Sibilla Bissoni, classe 2004, nasce a Ravenna circa vent’anni fa. Frequenta il liceo artistico della città e si appassiona inizialmente alla fotografia ed in seguito al mondo del cinema, portando sempre avanti un amore parallelo per l’arte teatrale.
    Attualmente studia e vive a Bologna, frequentante del DAMS e frequentatrice di vari cinema, teatri e locali.
    Di lavoro fa la videomaker, destreggiandosi tra discoteche, eventi di varia natura e all’occorrenza matrimoni.
    Adora il reportage e la sua videocamera, le piace osservare quel che può e poi raccontarlo a parole o ad immagini.
    Pensa che un giorno sarebbe bello realizzare un vero documentario (e magari anche più di uno, e magari anche un film…) e contemporaneamente scrivere di quello che ama per vivere.


     

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