FIL ROUGE: CINEMBLEMA – I NOSTRI FILM PREFERITI
Partorire un nuovo cinema
di Alessandro Capecci
Nel momento in cui si scrive, sta volgendo nuovamente al termine il Festival di Cannes, giunto quest’anno alla 79° edizione. L’attesa per conoscere l’assegnazione della Palma d’oro, anche per chi non partecipa al Festival, è sempre un momento estremamente interessante, per due ragioni principali: in dieci giorni si attraversano podcast, post sui social e articoli della critica internazionale in merito all’impressione generata dai nuovi film presentati; ma soprattutto si giunge all’opera vincitrice tra recensioni e indiscrezioni, spesso con grande sorpresa della stampa presente e della comunità cinefila altrove. Accantonando la questione di Parasite (기생충, Bong Joon-ho, 2019) – la cui vittoria nel 2019 esigerebbe una discussione a sé stante – uno dei più grandi stupori al termine delle competizioni degli ultimi anni è stato generato da Titane (Julia Ducournau, 2021), premiato con la Palma d’oro dalla giuria presieduta dal regista Spike Lee all’edizione del 2021. Tra diserzioni in sala la sera della sua proiezione e il raggiungimento di uno dei punteggi più bassi assegnati dalla critica internazionale tra i film in concorso, giunti a compimento con l’inaspettata vittoria di Ducournau, Titane ha avuto sin da subito la capacità di polarizzare l’attenzione sulla propria storia portata sullo schermo, rivelandosi con la sua uscita in sala come qualcosa di mai visto prima, lo scioccante premonitore dell’avvento di un nuovo cinema.

Titane segue la storia di Alexia (Agathe Rousselle, qui al suo primo ruolo in un lungometraggio), una giovane donna sopravvissuta da piccola ad un incidente stradale, stripper in un locale di auto sportive e brutale serial killer. La profonda connessione che Alexia possiede con le macchine e le loro componenti la rendono nell’effettivo trans-umana: non solo è accompagnata da una placca di titanio incastonata in una sua tempia – esito dell’incidente infantile – ma è spinta dalla pulsione sessuale ad unirsi alle stesse auto, al punto da rimanere incinta della Cadillac su cui si esibisce. Il desiderio sessuale si fonde, nell’identità di Alexia, con quello di uccidere: una notte, dopo aver sedotto una sua collega (Garance Marillier), la accoltella a morte nella casa di lei. Tuttavia, a sua insaputa, quella stessa notte la casa ospita un’orgia con diverse altre persone, le quali finiscono per moltiplicare la brama assassina di Alexia: una di esse riesce ciononostante a sfuggirle e a denunciarla alla polizia. Costretta alla fuga, Alexia assume l’identità di Adrien, il figlio del pompiere Vincent (Vincent Lindon) scomparso dieci anni prima: la storia di Alexia/Adrien si annoda così attorno a quella del mascolino Vincent, mentre un bambino trans-umano continua a crescere dentro di lei.

Parlare della complessità e del dinamismo di un film come Titane è difficile sin dal riassunto della propria sinossi; e questo non perché porti nella propria sceneggiatura inafferrabili colpi di scena, bensì poiché è caratterizzato da idee e identità quasi del tutto inclassificabili. Innanzitutto non è propriamente un body horror, nonostante corpi maciullati, carni lacerate dal metallo, gasolio che fuoriesce dai seni e un’insistente quanto fuorviante associazione continua con Crash (David Cronenberg, 1996); non è un dramma familiare, nonostante l’evoluzione narrativa della sua seconda parte, né tantomeno un thriller. E ancora, Alexia è figlia, madre e figlio allo stesso tempo, così come il personaggio di Vincent sia più padre di quello biologico della protagonista, interpretato da Bertrand Bonello. Inoltre apparirebbe in un primo momento corretto collocare Titane nella “seconda ondata” del New French Extremity – corrente inaugurata e conclusa da film come La Vie Nouvelle (Philippe Grandrieux, 2002), Irréversible (Gaspar Noé, 2002), Twentynine Palms (Bruno Dumont, 2003), Calvaire (Fabrice Du Welz, 2004) e Matryrs (Pascal Laugier, 2008), accomunati da temi quali la vendetta, la tortura e la violenza fisica e psicologica – ma ciò finirebbe solamente per sminuire la densità della sua natura.

Corpo e identità sono per Ducournau due elementi inscindibili, i quali agiscono uno sulla caratterizzazione dell’altro: se muta uno, così il secondo; se il primo si distrugge, l’altro lo seguirà. In tal modo – prima in Raw – Una cruda verità (Grave, Julia Ducournau, 2016) ma soprattutto in Titane – l’inscindibilità di corpo e identità sono per la regista il campo perfetto per mettere in scena la dissoluzione del binarismo di genere: la fisionomia di Alexia muta in quella di un’Immacolata Concezione del futuro, la quale porta nel suo grembo un bambino generato senza peccato originale, senza un rapporto sessuale tra uomo e donna; mentre i suoi seni e il suo ventre si trasformano, Alexia assume a tratti un’identità femminile, per eliminarla e sostituirla con una maschile nella sequenza successiva.

In più, ciò che sembra interessare Ducournau, e anzi rappresenta il nucleo centrale del suo cinema, è il rapporto familiare nelle sue derive e nei suoi ritrovamenti. Così come in Raw e nel successivo Alpha (Julia Ducournau, 2025), in Titane la famiglia è una forza che agisce sul sé e lo trasforma, in accezioni differenti dalla caratterizzazione corporea ma non per questo dissimili. Ciò di cui deve disfarsi Alexia prima di assumere una nuova identità non sono i piercing, i capelli o il naso – che parimenti vengono distrutti – bensì i propri genitori: così fa divampare un incendio nella loro casa e li chiude in camera, uccidendoli. Una volta divenuto Adrien e accolto da Vincent come suo figlio effettivo, nonostante i segni evidenti che attestino il contrario, la sua identità è ancora una volta trasformata: finalmente amato e lontano dall’indifferente padre biologico, Adrien/Alexia perde l’impulso omicida verso i suoi simili. Al contrario, sembra mutarlo in affetto ed empatia nei confronti di Vincent, in qualcosa ancora una volta denso ed indefinibile.

Assistere, in conclusione, alla gloriosa e funerea venuta al mondo del figlio di Alexia, generato da una Cadillac, partorito da una creatura trans-umana e adottato da un padre, dà l’impressione di assistere al parto di un nuovo cinema, di essere stati spettatori di qualcosa mai visto prima.

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