TODO MODO: SCIASCIA E PETRI UCCIDONO LA DIRIGENZA DELLA DC

This entry is parte 8 di 16 in the series N4 2026

TECNICA

Come si fa a trarre davvero liberamente un film da un libro? il caso Todo modo

di Sibilla Bissoni

Nel 1974 viene pubblicato un breve romanzo concepito da una delle penne più incisive e memorabili del secondo novecento italiano: Leonardo Sciascia. Le inchieste ed i romanzi gialli ed anti-mafia dello scrittore siciliano godevano già di un successo inequivocabile, e Todo modo fu “solamente” un’ulteriore consacrazione del genio del letterato.

Un racconto così incisivo eppure anche assai metafisico e alto non si era mai visto nelle file delle librerie italiane. Sciascia scriveva benissimo ed era bravo a delineare geometrie inquietanti ed affascinanti al tempo stesso. Il romanzo è tutt’ora un cult della letteratura italiana contemporanea, antesignano della ricerca dell’intermedialità nel continuo dialogo con opere d’arte significative (prima fra tutte la Tentazione di Sant’Antonio di Rutilio Manetti, dipinta nel 1628 e attualmente custodita nella Basilica di San Domenico a Siena).

Dopo due anni dall’uscita del libro, esce il celeberrimo ed omonimo film di Elio Petri – che non credo abbia bisogno di presentazioni – liberamente tratto dal romanzo di Sciascia. Petri, maestro del grottesco e della critica puntuale alla società in cui viveva, riesce a trasporre su pellicola l’immaginazione dello scrittore che nel ’74 aveva pubblicato l’originale Todo modo, e il risultato è esplosivo.

Entrambe le opere trattano, a grandi linee, lo stesso corpus narrativo. Un’ampia gamma di vertici della nazione italiana (politici, dirigenti di aziende, capi di giornali…) si riuniscono nell’albergo-eremo di Zafer (un antico eremita) per praticare degli esercizi spirituali sotto la supervisione e l’accompagnamento del leader del luogo: Don Gaetano (Marcello Mastroianni).

Questi esercizi spirituali fanno riferimento ad una pratica utilizzata sin dalla fine del Cinquecento per educare le classi dirigenziali dei paesi europei, ideati nel 1548 da Sant’Ignazio di Loyola. Il santo illuminato scrisse poi la frase che dà il titolo al libro e al film: Todo modo para buscar la voluntad divina. Ovvero: Ogni mezzo per cercare la volontà divina. Gli esercizi di Don Gaetano si compongono di meditazioni e preghiere che nel libro, ma sopratutto nel film, paiono veramente strambe e quasi imbarazzanti.

Nonostante la sinossi generale delle due opere sia accostabile, i due intellettuali che scrivono e dirigono sceglieranno due strade visibilmente differenti. L’elemento più importante da citare è il cambio netto di protagonista. Nel romanzo il personaggio principale, che parla in prima persona, è il pittore – alter ego dell’autore del libro o, forse, ispirato ai pittori controversi Guttuso o Clerici – che, essenzialmente, rappresenta un’esteta laico e razionale; mentre nel film è un personaggio estemporaneo proprio di Petri, ossia il Presidente M. (Gian Maria Volonté), che è un riferimento tutt’altro che velato al presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro.

Bisogna specificare, anche se a tanti la cosa sarà di certo nota, che sia il libro che il lungometraggio videro la luce nel pieno degli anni di piombo, della così detta strategia della tensione e del tentativo del compromesso storico fra DC e PCI, tra Aldo Moro ed Enrico Berlinguer.

L’occhio critico di Leonardo Sciascia percepì la situazione generale in cui riversava un’Italia come quella della metà degli anni Settanta: l’egemone Democrazia Cristiana pareva mantenere il potere per uno strano volere divino ed i suoi vertici erano malati di supremazia e sull’orlo di una crisi che avrebbe tardato poco ad arrivare. La Chiesa, nel mentre, tesseva le file di un’enorme ragnatela di senso di colpa e di marionette divenute sempre di più orribili fantocci. Lo sguardo razionale, cinico e laico dell’intellettuale appartenente ad una sinistra più individualista che comunista era l’unico in grado di scrivere a proposito di tutto ciò.

La tecnica di Sciascia rimane da maestro del giallo e da primordiale amante delle inchieste politiche, facendo scivolare la penna su parole oblique e opache, come i personaggi che le pronunciano. Si sa che il letterato siciliano era una persona maledettamente attenta, eppure riservata e morigerata. Riuscì così a fabbricare una storia che, nella sua complessità di riferimenti e di forma, riusciva comunque a perseguire una linea unitaria e chiara. Non tutti i gialli hanno bisogno della risoluzione finale, ancor meno se il giallo in questione tratta di uno degli argomenti su cui ancora oggi aleggia un mistero grande come una megalopoli: le corruzioni dei vertici DC, la loro collusione con una Chiesa diabolica e burattinaia, lo sfruttamento delle menti degli italiani ed il palese e nebbioso coinvolgimento delle forze dell’ordine, dei pm e dei servizi segreti deviati.

Petri, – come non biasimarlo – vista anche la sua poetica e la sua filmografia pregressa, legge Todo modo e pensa bene di trarne un film. Chi sono i due reali protagonisti? ovviamente il feticcio Gian Maria Volonté nelle vesti della caricatura estremizzata di Aldo Moro e l’iconico Marcello Mastroianni nei panni del sensuale e mefistofelico Don Gaetano. E tra il magma di rappresentanti macchiettistici, grotteschi e spaventosi della DC, spicca poi un’unica donna degna di nota, la moglie del Presidente M. interpretata da Mariangela Melato: un accumulo di segreto, peccato, senso di colpa estremizzato ed esclusione che porta alla psicosi.

Sciascia fa allusioni con metodo machiavellico e disturbante. Petri esaspera in modo tragico e grottesco. Sciascia costruisce mattone dopo mattone gli ambienti ed i personaggi, immergendo il tutto in una fitta e tossica coltre di nebbia. Petri trasforma gli ambienti in brutalità, i personaggi in mostri satirici e la nebbia in una patologia logorante, che illustra come il potere vada abbattuto quando non più in grado di controllarsi.

Lo stile di Petri nel film tocca dei picchi assoluti, mostrandosi in tutta la sua esagerazione estetica. L’arte (sacra e non) ed il riferimento ad essa permane nella pellicola, come lo fu nella carta stampata di Sciascia da Einaudi e poi, successivamente, da Adelphi. La derisione e la trasformazione in deplorevole grottesco di quasi ogni frase e sequenza del film non sembra neanche un volere di Petri, che in modo magistrale riesce a ribaltare completamente questi concetti, addossando credibilmente la colpa ai suoi stessi personaggi, logorati dalle menzogne, dalle corrosioni morali e dall’incapacità di proseguire ancora il loro oramai immotivato potere. Se Dio non si fa più sentire, o ancora meglio non esiste più, chi assolverà i vertici dello Stato?

La spirale discendente, che nelle omonime opere prese in esame è costruita con un’attenzione tecnica e stilistica pressoché perfetta, è essenziale per giungere nei rispettivi finali. Per Sciascia rimane un irrisolto molto razionale e realistico, con una spinta esistenzialista marcata che non cerca speranza, ma solo ulteriore dubbio. Per Petri, come suo classico, si estingue la tragedia finale esasperando fino alla nevrosi totalizzante sia il protagonista Presidente M. che tutto il resto del compendio di personaggi, fornendo un colpevole che terrorizza perché, anche qui, c’è un chiaro riferimento a misteri italiani mai davvero risolti.

La satira che sfiora l’horror prima e l’impronta profetica del film poi fecero ovviamente calare su di esso una pesante censura, che vide la sua fine solo in tempi relativamente contemporanei, svelando in maniera nuova un capolavoro per troppo tempo negato al popolo.

Non è semplice fare un film tratto da un libro, non è semplice decidere il grado di tradimento da riservare all’opera letteraria per riuscire a realizzare un film degno, e non è semplice capire dove sta la linea tra tradimento verso l’opera originale e licenza poetica lecite da regista. Dato che stiamo parlando di Elio Petri, la cui macchina da presa ha sempre fatto suo l’impegno civile reale e la denuncia sociale impavida, non ci si poteva che aspettare un adattamento cinematografico che crea un suo universo ed un suo messaggio chiaro e tondo, senza mai mancare di rispetto ai voleri ed ai messaggi importantissimi che cercò di trasmettere Sciascia. Impariamo così un esempio esemplare di liberamente tratto.

Vorrei chiudere la mia analisi con un piccolo riferimento temporale e simbolico di cui non posso tacere. Nel 1974 esce il libro Todo modo, nel 1976 esce il film Todo modo. Cosa è accaduto nell’anno di pausa tra le due opere, il 1975? Muore assassinato il poeta, regista ed intellettuale corsaro Pier Paolo Pasolini. il letterato poliedrico e controverso muore in circostanze sicuramente violente e mai del tutto chiarite. Pasolini si batté per tutta la vita, e specialmente dal ’70 in poi, per degradare i vertici corrotti dell’Italia e quindi della DC, inneggiando addirittura ad un processo pubblico a tutti gli enti corrotti e torturatori di un Paese già in agonia su un articolo pubblicato dal Corriere della Sera nel ’75 stesso chiamato Perché il processo.

Sia Petri che Sciascia conoscevano PPP. Con lo scrittore siciliano, in particolare, Pasolini intratteneva già da anni un’amicizia ed una stima reciproca, probabilmente coltivata sotto la stessa accusa di essere due intellettuali non allineati e dissidenti, seppur in modalità diverse.

Ad uccidere il Presidente M. in Todo modo di Petri è il suo assistente tutto-fare, probabilmente braccio armato del potere invisibile dei servizi segreti e degli USA a capo del potere visibile della DC, interpretato da Sergio Citti. Quest’ultimo era stato il protagonista dell’opera prima di PPP, ossia Accattone (1961). Divenne, oltre che attore, anche regista egli stesso, nonché amico intimo del poeta Pasolini e sostenitore fino alla fine dei suoi giorni della riapertura delle indagini sull’omicidio del regista suo promotore. Citti disse sempre che la verità non venne effettivamente mai a galla e che PPP era stato ucciso non per motivi passionali o venali, ma per ben più alte, brutali e politiche cause.

Così in Todo modo, Citti, a solo un anno di distanza dall’assassinio di Pasolini, uccide a colpi indifferenti di pistola il Presidente del sistema malato e marcio che aveva di fatto condannato il suo amico alla gogna mediatica, al supplizio delle etichette infamanti ed infine alla morte più violenta che si potesse immaginare.

Sciascia, dopo aver guardato il film che costò una censura totale e l’isolamento artistico sia di Volonté che di Petri, dichiarò:

Ha una cupezza biblica-cattolica. È l’apocalisse della DC perché, per dirlo in termini religiosi, la DC ha peccato contro lo spirito. In fondo, Todo Modo è un film pasoliniano, nel senso che quel processo che Pasolini voleva fare e non poté fare alla classe dirigente DC, lo ha fatto oggi Petri.

N4 2026

TITANE LES CARABINIERS

Autore

  • Sibilla Bissoni, classe 2004, nasce a Ravenna circa vent’anni fa. Frequenta il liceo artistico della città e si appassiona inizialmente alla fotografia ed in seguito al mondo del cinema, portando sempre avanti un amore parallelo per l’arte teatrale.
    Attualmente studia e vive a Bologna, frequentante del DAMS e frequentatrice di vari cinema, teatri e locali.
    Di lavoro fa la videomaker, destreggiandosi tra discoteche, eventi di varia natura e all’occorrenza matrimoni.
    Adora il reportage e la sua videocamera, le piace osservare quel che può e poi raccontarlo a parole o ad immagini.
    Pensa che un giorno sarebbe bello realizzare un vero documentario (e magari anche più di uno, e magari anche un film…) e contemporaneamente scrivere di quello che ama per vivere.


     

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