FIL ROUGE: CINEMBLEMA – I NOSTRI FILM PREFERITI
di Gianluca Meotti

Prima de L’agente segreto (O agente secreto, 2025), Kleber Mendonça Filho aveva già portato avanti tutti quei discorsi legati alla memoria, al trauma collettivo della dittatura militare, al potere del cinema, delle immagini e degli oggetti di aprire squarci sul passato, al rifiuto della nostalgia come dato prettamente pornografico, il tutto poggiando sempre su strutture drammaturgiche magmatiche, figlie tanto del cinema della New Hollywood quanto di quello del Cinema Novo e degli autori europei.
L’opera che forse riassume meglio le tante facce di questo grandissimo autore è Bacurau, del 2019, presentato in concorso a Cannes, dove ha vinto il Premio della giuria. Fra Ford, Peckinpah e Fellini, Mendonça Filho — che dirige il film insieme a Juliano Dornelles — costruisce un post-western allucinato in un paesino sperduto e inesistente che, dopo la morte della matrona del villaggio, sembra inspiegabilmente sparire da ogni mappa.
La verità è che un gruppo di cacciatori di uomini, capeggiati da Udo Kier, ha scelto Bacurau per la loro prossima battuta: una località quasi deserta, abitata principalmente da bambini e anziani che non mancheranno a nessuno. I killer si stanziano nelle vicine foreste con un campo base ipertecnologico, dotato di droni, armi d’epoca e strumentazioni per eliminare il paese da ogni mappa satellitare.
Bacurau è innanzitutto un film di grandi spazi aperti ma vuoti, come ogni western, del resto. Il film si apre su due personaggi (l’unico vero protagonista è il paese, mentre tutti i suoi abitanti sembrano valere come un corpus unico, più che come singoli) che arrivano a Bacurau guidando una cisterna piena d’acqua, perché tutti i servizi idrici sono bloccati dalla diga eretta dal governante della regione.
Sulla strada incontrano delle bare che diventano man mano più frequenti, fin quando non arrivano a scorgere un camion che, deragliando, aveva sparpagliato sulla carreggiata alcune delle bare che stava trasportando. Concluso questo “sentiero della morte”, arrivano a destinazione, dove li aspetta un’altra bara, questa volta piena: quella della storica insegnante del paese, la novantaquattrenne Carmelita, guida culturale e spirituale della comunità.

L’insistenza sulla morte e sulla carovana dell’acqua che si sposta in queste profonde lande desertiche, oltre a rileggere i topoi del western classico in chiave carioca, funziona come dichiarazione di intenti ma anche come previsione di quello che sarà il film d’ora in poi.
Mendonça Filho sembra voler abbandonare tutti i suoi temi “alti” con questo film, preferendovi un gioco al massacro derivativo da Battle Royale ((バトル・ロワイヤル / Batoru Rowaiaru, Kinji Fukasaku, 2000) e Tarantino, in cui tutto il senso dell’operazione sta nei litri di sangue versati alla fine, nelle pallottole esplose e nei corpi esanimi, ma non è così. Iniziare tutto il suo racconto con il funerale di un simbolo tanto importante per la comunità, oltre a creare un parallelismo con il prologo del suo film precedente Aquarius (2016), esplicita l’incubo più spaventoso che un paese possa vivere: perdere memoria di quelle figure che lo hanno reso ciò che è adesso.
Con la morte di Carmelita, Bacurau scompare metaforicamente e fisicamente, e la perdita della memoria diventa anche perdita di un’identità collettiva fino ad allora condivisa, rendendo il villaggio più esposto all’invasione fisica e culturale da parte di predatori stranieri che vedono gli abitanti come bestie di cui disporre a piacere.
E, per sovvertire l’ordine degli eventi, i registi sono costretti a intervenire con un gesto di piena consapevolezza sociale e civile: utilizzare il cinema di ogni tempo — ci sono sì i nomi citati fin qui, ma si sente anche l’influenza dei fratelli Coen e di un certo tipo di thriller sudcoreani — e di ogni luogo per impedire l’inverecondo, per restituire la pace ai suoi personaggi e, idealmente, a tutti gli usurpati.
La gestione del ritmo e la tranquillità con cui la narrazione arriva al suo redde rationem è degna dei grandissimi maestri del western, da Sergio Leone in poi: sembra non succedere niente e, per tutta la parte centrale, vediamo pochissima azione, solo gente che si prepara, messaggeri che viaggiano, tavole rotonde, clan e fazioni che si organizzano al gioco delle parti.
Il regista ci fa così scivolare in una sfida all’OK Corral ambientata in un quadro di De Chirico, dove erige la contrapposizione tra due mondi agli antipodi, il cui scontro ideologico — prima ancora che fisico — sembra inevitabile.
Mendonça Filho e Dornelles sono bravissimi a non far cadere mai nulla nella scadente retorica da film di denuncia, mantenendosi sempre più vicini allo spirito del cinema di exploitation che a quello d’autore; e questo è violentemente sbattuto in faccia nella sequenza finale del film, che vede finalmente lo scontro fra i cacciatori e i locali.
Con un occhio alla scena iniziale di C’era una volta il West (Sergio Leone, 1968), i due registi costruiscono un crescendo di gesti, corpi che sudano, attese del momento migliore per colpire e mani sui grilletti, durante il quale la comunità ha guarito se stessa unendosi non più dietro un singolo oracolo identitario, ma eliminando completamente il concetto di capo, istituendo al suo posto quello di leader temporaneo, impersonificato dal gangster Lunga, a cui il gruppo ha concesso poteri straordinari per un momento straordinario.
Come in uno dei film corali di Robert Altman, ogni personaggio non vale di per sé, ma per quanto è funzionale alla storia collettiva e a ciò che significa per gli altri; Mendonça Filho e Dornelles lo sanno e lo oppongono all’individualismo esasperato del gruppo di assassini, i quali, seppur meglio equipaggiati e più preparati tatticamente, soffrono i personalismi e le altalene emotive che si creano durante tutta la vicenda.
Un film non deve necessariamente sbandierare tesi partitiche o inserire slogan all’interno della sceneggiatura per dirsi politico: a volte bastano una milizia di coloni da un lato e un villaggio di vecchi, bambini, uomini e donne normali dall’altro.

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