NUOVE USCITE
Di Gianluca Meotti
Uno dei livelli più alti di gioia cinefila lo si raggiunge quando un soggetto (attore o regista che sia), da sempre bistrattato dalla critica o dal pubblico o dalle due entità congiunte, dimostra di possedere delle qualità che fino ad allora non aveva rivelato. È successo varie volte nella storia del cinema: Adam Sandler con Ubriaco d’amore (Punch-Drunk Love, Paul Thomas Anderson, 2002), Sylvester Stallone in Cop Land (James Mangold, 1997) e ora Dwayne “The Rock” Johnson con The Smashing Machine, il primo film in solitaria di Benny Safdie, miglior regia a Venezia.

1997. Mark Kerr (Johnson) è un lottatore di arti marziali miste che si sta facendo strada per rendere famosa e rispettata la sua disciplina a suon di vittorie e ossa rotte, quelle degli avversari. Costantemente in viaggio per prendere parte ai vari tornei che stanno nascendo in tutto il mondo, Kerr sviluppa una forte dipendenza da oppioidi, che mette a rischio la sua carriera e il rapporto con la compagna Dawn (Emily Blunt). Avendo preso coscienza del problema, anche grazie all’aiuto del manager e amico Mark Coleman (il vero artista marziale Ryan Bader), entrerà in una clinica di recupero per riprendere in mano la sua vita e la sua carriera.
Nella sua prima opera senza il fratello Josh, Benny Safdie sceglie un soggetto classicamente safdiano, che ibrida vita e finzione (il film è la versione fiction del documentario del 2002 di John Hyams The Smashing Machine: The Life and Times of Extreme Fighter Mark Kerr), in cui il regista si nasconde dietro ai suoi protagonisti per renderli catalizzatori delle proprie vicende umane e costringerli a rivelarsi il più possibile davanti alla macchina da presa. Giocando sugli stati d’animo, sulle alterazioni emotive, su visioni inconciliabili di una vita da condividere e su una tenerezza endemica, che è l’ultima cosa che ci si aspetta da uomini che vengono pagati tanto quanto fanno male ad altri uomini, Safdie riesce a costruire un racconto di profonda umanità attorno ad un essere umano che non è né più né meno che questo. Una storia di salita, caduta, risalita e assestamento, la parabola di Mark Kerr non è il racconto straordinario intriso di epica caro al cinema sportivo, ma è la storia più limpida e senza pretese di glorificazione che si possa fare di un essere umano che cerca di sfruttare al massimo il dono che gli è stato dato e che è riuscito a trasformarlo in una carriera; tutto questo senza mai lesinare di raccontare le sue parti più buie, come la dipendenza ma non solo, e quelle più deboli (basti pensare a quando Mark, nello scendere le scale durante un allenamento, si appoggia cautamente al corrimano).

Nel percorso, Safdie si affida, come accennato, ai suoi protagonisti, e se da un’ottima interprete come Emily Blunt ci si poteva aspettare una prova più che buona (anche se qui devia da quei ruoli di donna sempre in controllo di sé e della situazione che non si fa mai sorprendere dagli eventi, in favore di un personaggio che è estremamente più impulsivo, insicuro e con una sensualità mai così pronunciata a nostra memoria), quello che restituisce The Rock ha veramente dell’incredibile. Non più l’eroe inscalfibile a cui bastava flexare (per dirla con i giovani) il bicipite per liberarsi dall’ingessatura che lo rendeva inabile all’azione in Fast and Furious 7 (Furious 7, James Wan, 2015), ma un uomo qualunque che è estremamente capace nel lavoro che fa e che crolla insieme all’unica certezza che aveva nella vita, quella di essere invincibile. Per interpretarlo, Johnson rifugge da quelle maschere in cui si è andato ad impelagare negli ultimi anni (ma forse da quando ha iniziato a recitare) e offre una prova piacevolmente underacted, sempre in controllo anche quando lo script suggerirebbe di spingere; ciò porta ad un interessantissimo dualismo fra la massa che occupa nello spazio e la sua presenza auratica, che sembra ingrandirsi e rimpicciolirsi a seconda della situazione e del suo stato di alterazione.
Cinema intriso di grande umanesimo, per certi versi esaspera la tendenza all’attenzione ai caratteri dei propri protagonisti che il duo di fratelli ci aveva fatto vedere nei film precedenti, portando il pedinamento zavattiniano nell’ottagono della MMA, fra bilancieri sollevati e boccette di antidolorifici consumate.


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