SPRINGSTEEN – LIBERAMI DAL NULLA

This entry is part 12 of 35 in the series N8 2025

NUOVE USCITE

Nati per correre

Di Alessia Vannini

Springsteen – Liberami dal nulla (Springsteen: Deliver Me from Nowhere, 2025) di Scott Cooper è senza dubbio uno dei migliori film biografici musicali degli ultimi anni, avvicinandosi alla grandiosità di A Complete Unknown (2024) di James Mangold. Come il film dell’anno scorso, questo lungometraggio offre uno spaccato meraviglioso di alcuni degli anni più sorprendenti e significativi della vita del Boss, dipingendolo prima come un essere umano che come un musicista.

Jeremy Allen White è semplicemente sensazionale nella sua interpretazione di Bruce, al punto che quest’ultimo ha faticato a distinguere la voce di White dalla sua, evidenziando quanto sia stato straordinario il lavoro svolto dall’attore – a cui, per prepararsi al ruolo, Springsteen ha persino regalato una Gibson J-200 del 1955.

Il film cattura magnificamente l’essenza dell’essere un artista, della necessità di trovare una valvola di sfogo che ci permetta di mettere in pausa la realtà e trasformare il dolore in arte. Per quanto agrodolce possa essere, Springsteen – Liberami dal nulla è un gioiellino che probabilmente solo gli artisti e le persone dotate di sensibilità apprezzeranno. Se rientri in una di queste categorie, non puoi fare a meno di apprezzare la vita tortuosa e gloriosa del Boss, straordinariamente adattata per il grande schermo da Cooper.

Se la storia di Springsteen ha avuto un adattamento cinematografico solo adesso, il suo amore per la settima arte ha radici ben più lontane. Sebbene lui sia apparso solamente nel film Alta fedeltà (High Fidelity, Stephen Frears, 2000) in una versione di sé stesso, negli anni ha ottenuto anche molti importanti premi in ambito cinematografico, come l’Academy Award per Migliore Canzone Originale nel 1994 per Streets of Philadelphia, scritta per il film Philadelphia (Jonathan Demme, 1993).

Nel biopic emerge con forza il grande impatto che certi film hanno avuto su di lui e sulla sua produzione musicale, ma ciò che nel film non viene detto è che il Boss stesso, indirettamente, ha dato vita ad una delle frasi più iconiche della storia del cinema.

In Liberami dal nulla c’è una scena che fa sorridere, in cui Jon Landau (Jeremy Strong) pone a Bruce una sceneggiatura scritta da Paul Schrader dal titolo Born in the U.S.A., un film in cui il cantante avrebbe dovuto recitare al fianco di Robert De Niro. Anche se questo film non ha mai visto la luce, il titolo del suddetto ha ispirato la canzone più celebre del Boss, ed al contempo Springsteen ha ispirato De Niro con una frase da lui pronunciata.

L’ormai celeberrima frase di Taxi Driver (Martin Scorsese, 1976) in cui Travis Bickle, guardandosi allo specchio e facendo il gesto della pistola con la mano, dice “You talkin’ to me?!” (“Stai parlando con me?!”) è infatti da attribuirsi a Bruce Springsteen. Lo stesso Schrader ha ammesso che “È in assoluto la cosa più bella del film, e non l’ho scritta io”. È ormai una conoscenza diffusa che quella scena sia frutto dell’improvvisazione di De Niro che, alle strette coi tempi di ripresa, venne spronato da Scorsese ad improvvisare una scena in cui emergesse la pura follia ed alienazione di Travis.

All’epoca (metà anni Settanta), Bruce era solito eseguire una versione esplosiva di un pezzo doo-wop del 1961, Quarter to Three, in cui incalzava il pubblico ripetendo: “You talkin’ to me?”. È ad un concerto di Springsteen al Roxy Theater di New York nel 1975 – a cui Robert e Martin andarono insieme – che De Niro rimase talmente affascinato dalla frase che decise di riutilizzarla nel film. Il resto è storia.

Come anticipato, in Liberami dal nulla viene sottolineato più volte il grande impatto che due film in particolare hanno sul giovane Bruce: La morte corre sul fiume (The Night of the Hunter, Charles Laughton, 1955) e La rabbia giovane (Badlands, Terrence Malick, 1973).

Personalmente, ho adorato la piccola scena in cui Bruce trasforma i “lui” in una canzone in “io” e “me”, in un momento di presa di consapevolezza che ciò che ha visto in quei film — La rabbia giovane di Malick e La morte corre sul fiume di Laughton — gli è piaciuto non semplicemente perché erano film imponenti, ma piuttosto perché provava empatia per i personaggi, giungendo alla conclusione che quei tiranni assomigliavano moltissimo a suo padre. Un gesto sottile, ma straordinariamente efficace.

Il nuovo film di Scott Cooper è quindi un meraviglioso biopic, che ci permette di entrare nei panni di Bruce Springsteen non solo per quanto riguarda la sua celebratissima carriera musicale. Tutt’altro, l’istanza registica ci culla all’interno dei momenti di vita più personali e fragili di Bruce, evidenziando quanto resta di non detto dietro ogni sua nota.

La musica di Springsteen è patriottica e celebrativa di un’America ricca di contraddizioni. Il patriottismo del Boss, però, non è da intendersi come quello che potremmo associare alla figura di Donald J. Trump – che utilizza le sue canzoni ai suoi comizi elettorali, pur non comprendendo minimamente ciò di cui parlano veramente ed incurante del fatto che Bruce, tutt’al contrario, si è sempre definito un Democratico. La musica del Boss americano è, invece, una denuncia spudorata di un Paese che, più che essere the land of the free, è un pezzo di terra rubato con violenza a dei nativi indifesi che non hanno alcuna colpa se non essersi trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato (come lo stesso Cristoforo Colombo, del resto).

Per quanto orecchiabile sia il ritornello della sua più grande hit, è nei versi subito successivi di Born in the U.S.A.​ che si comprende veramente l’America che vedono gli occhi di Bruce Springsteen:

Got in a little hometown jam

So they put a rifle in my hand

Sent me off to a foreign land

To go and kill the yellow man

Mi sono imbattuto in una piccola rissa nella mia città natale

Così mi hanno messo un fucile in mano

Mi hanno mandato in terra straniera

Per andare a uccidere l’uomo giallo

Per citare un mio professore universitario, Bruce Springsteen è l’uomo più affascinante dell’universo, e questo non solo perché è un bell’uomo, ma perché ciò che rende un uomo dannatamente affascinante è quando sa pensare con la propria testa, sa riconoscere il giusto dallo sbagliato e denuncia le ingiustizie, prendendo parola ed urlando anche per gli indifesi e per chi, ormai, è stato martoriato fin troppo per poter usare la propria voce.

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Autore

  • Alessia Vannini è una studentessa di cinema e aspirante regista, sceneggiatrice ed attrice cinematografica. Sin da quando era piccola ha recitato in musical nei teatri della sua città e adesso spera, un giorno, di esordire sul grande schermo, sia che si tratti di stare di fronte alla macchina da presa, sia che si tratti di stare dietro ad essa a dirigere gli attori in scena. Parla quattro lingue (per adesso) e nel tempo libero, oltre a guardare una quantità interminabile di film, le piace scrivere articoli e recensioni sulle pellicole, sulle serie o sui registi che apprezza di più. Le piace molto andare ai film festival e partecipare a incontri, masterclass o anteprime con le sue star preferite.
    Oltre ad essere una grande appassionata di film vecchi, ama anche la musica rock anni ’50-’80 e suona la chitarra. Cinema o musica che sia, ciò che è certo è che proverà almeno una volta tutti i generi, perché non puoi dire che non ti piace qualcosa finché non lo hai provato…


     

     

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