FIL ROUGE : I BAMBINI NEL CINEMA
Puoi fare l’ometto coraggioso per me?
di Alessandro Capecci
C’è un momento in Skinamarink – Il risveglio del male (Skinamarink, Kyle Edward Ball, 2022) – uno dei tanti in cui il film sembra sospendere persino la propria esistenza – in cui la macchina da presa resta immobile, incastrata in un angolo oscuro del corridoio, come un bambino che non osa più affacciarsi. La casa tace, ma non è un silenzio naturale: è un rumore che viene dopo aver tolto tutto, un sottrarre più che un aggiungere. Ed è forse in questo vuoto che Kyle Edward Ball trova una nuova forma per veicolare l’orrorifico, non più basata sull’apparizione, ma sulla scomparsa.
In Skinamarink la paura non è un evento, bensì un lento consumarsi delle cose. Le porte che svaniscono, i giocattoli che si spostano, le pareti che sembrano respirare: non c’è sorpresa, pochissimi i jumpscares, c’è solo la sensazione disturbante e infantile che ciò che si conosceva non sia più dove è stato lasciato. È come se Ball avesse intercettato un tipo diverso di terrore, quello della casa che improvvisamente smette di proteggere per divenire luogo di assedio notturno.

I personaggi – due bambini quasi senza volto, ridotti a presenze disorientate – cercano nel buio la conferma che il mondo sia ancora lì. Lo spettatore, al contrario, cerca una figura, un contorno, un gesto rivelatore. Entrambi falliscono e nel fallimento avviene una sovrapposizione tra chi guarda e i piccoli personaggi: lo spettatore si ritrova immerso nel buio, come nella finzione narrativa, ed è costretto a rivivere quelle dinamiche di fantasia e agghiacciante terrore che solamente chi è stato un bambino spaventato può comprendere. Ma se nella realtà i genitori erano presenze rassicuranti, qui anch’essi divengono creature demoniache dalla voce deformata che invitano a farci del male, contribuendo al terrore notturno. La sensazione provata è simile a quella veicolata dall’inquietante sequenza finale di The Blair Witch Project – Il mistero della strega di Blair (The Blair Witch Project, Daniel Myrick e Eduardo Sánchez, 1999), durante la quale uno dei protagonisti – caduto sotto il controllo della strega – sta fermo in un angolo di spalle, avvolto da un’insopportabile tensione orrorifica.

Quando il film ci porta nel suo epilogo – quel momento quasi impercettibile in cui la casa sembra inghiottire tutto, anche il tempo – ci rendiamo conto che Skinamarink non voleva spaventarci, ma riportarci altrove: in quel luogo remoto della memoria in cui il buio non era solo assenza di luce, ma un’intera possibilità ostile. In questo senso, Skinamarink non è un film che si guarda davvero. Lo si attraversa come un sogno in preda alla febbre, dove ogni ombra è un’indicazione e ogni silenzio un avvertimento. È un incubo domestico, la rappresentazione di un’oscura sottrazione che ci ricorda quanto possa essere spaventosa la casa, quando smette di essere un rifugio e torna, anche solo per un istante, ad essere un labirinto.

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