SKINAMARINK – IL RISVEGLIO DEL MALE

This entry is part 10 of 35 in the series N8 2025

FIL ROUGE : I BAMBINI NEL CINEMA

Puoi fare l’ometto coraggioso per me?

di Alessandro Capecci

C’è un momento in Skinamarink – Il risveglio del male (Skinamarink, Kyle Edward Ball, 2022) – uno dei tanti in cui il film sembra sospendere persino la propria esistenza – in cui la macchina da presa resta immobile, incastrata in un angolo oscuro del corridoio, come un bambino che non osa più affacciarsi. La casa tace, ma non è un silenzio naturale: è un rumore che viene dopo aver tolto tutto, un sottrarre più che un aggiungere. Ed è forse in questo vuoto che Kyle Edward Ball trova una nuova forma per veicolare l’orrorifico, non più basata sull’apparizione, ma sulla scomparsa.

In Skinamarink la paura non è un evento, bensì un lento consumarsi delle cose. Le porte che svaniscono, i giocattoli che si spostano, le pareti che sembrano respirare: non c’è sorpresa, pochissimi i jumpscares, c’è solo la sensazione disturbante e infantile che ciò che si conosceva non sia più dove è stato lasciato. È come se Ball avesse intercettato un tipo diverso di terrore, quello della casa che improvvisamente smette di proteggere per divenire luogo di assedio notturno.

L’apparizione del telefono giocattolo in una scena di Skinamarink

I personaggi – due bambini quasi senza volto, ridotti a presenze disorientate – cercano nel buio la conferma che il mondo sia ancora lì. Lo spettatore, al contrario, cerca una figura, un contorno, un gesto rivelatore. Entrambi falliscono e nel fallimento avviene una sovrapposizione tra chi guarda e i piccoli personaggi: lo spettatore si ritrova immerso nel buio, come nella finzione narrativa, ed è costretto a rivivere quelle dinamiche di fantasia e agghiacciante terrore che solamente chi è stato un bambino spaventato può comprendere. Ma se nella realtà i genitori erano presenze rassicuranti, qui anch’essi divengono creature demoniache dalla voce deformata che invitano a farci del male, contribuendo al terrore notturno. La sensazione provata è simile a quella veicolata dall’inquietante sequenza finale di The Blair Witch Project – Il mistero della strega di Blair (The Blair Witch Project, Daniel Myrick e Eduardo Sánchez, 1999), durante la quale uno dei protagonisti – caduto sotto il controllo della strega – sta fermo in un angolo di spalle, avvolto da un’insopportabile tensione orrorifica.

Uno dei protagonisti, spaventato dal corridoio buio, in una scena del film

Quando il film ci porta nel suo epilogo – quel momento quasi impercettibile in cui la casa sembra inghiottire tutto, anche il tempo – ci rendiamo conto che Skinamarink non voleva spaventarci, ma riportarci altrove: in quel luogo remoto della memoria in cui il buio non era solo assenza di luce, ma un’intera possibilità ostile. In questo senso, Skinamarink non è un film che si guarda davvero. Lo si attraversa come un sogno in preda alla febbre, dove ogni ombra è un’indicazione e ogni silenzio un avvertimento. È un incubo domestico, la rappresentazione di un’oscura sottrazione che ci ricorda quanto possa essere spaventosa la casa, quando smette di essere un rifugio e torna, anche solo per un istante, ad essere un labirinto.

Navigazione serie<< PETITE MAMANTHE SMASHING MACHINE >>

Autore

  • Nato nel 2001, laureato in Lettere moderne e studente del CITEM all’Università di Bologna. Alessandro vive a Bologna ed è appassionato di cinema e scrittura. Più che redigere recensioni, preferisce individuare e analizzare elementi suggestivi per parlare dei film che vede al cinema. Nel 2023 ha realizzato Narrazione, un cortometraggio sperimentale che si interroga sulla definizione di genere in ambito narrativo. Nel 2024 ha svolto il ruolo di maschera per il cinema in Piazza Maggiore durante la XXXVIII edizione del Cinema Ritrovato di Bologna. Nel 2025 è stato membro della giuria Young Critics durante la XXI edizione del Biografilm Festival di Bologna.


     

Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *