NUOVE USCITE
di Gianluca Meotti

Dopo anni in cui Sam Raimi si era intrattenuto con prodotti destinati a un pubblico di grandi blockbuster, è veramente rinfrescante vederlo tornare all’horror, soprattutto se si considera che Send Help sembra una versione aggiornata ai giorni nostri del suo cult del 2009 Drag Me to Hell (2009). Anche lì la protagonista è una donna che lavora in un’azienda del settore terziario in cui però il suo duro lavoro non viene mai abbastanza riconosciuto, scavalcata da colleghi uomini meno preparati di lei; tutto poi cambia molto rapidamente: nel 2009 una donna, che andava a chiederle una dilazione sul mutuo che la banca per cui lavora la protagonista aveva messo sulla sua casa, lancia una terribile maledizione che condurrà la ragazza all’inferno. Qui, invece, è un disastro aereo il responsabile dello stravolgimento di ruoli da cui il personaggio di Rachel McAdams uscirà vincitrice.
Linda Liddle (McAdams) viene maltrattata dal suo capo sessista, Bradley (Dylan O’Brien), il cui padre voleva che lui la promuovesse dopo avergli affidato l’azienda per cui lavorava. La situazione cambia quando un incidente aereo li blocca su un’isola deserta, in una disperata lotta per la sopravvivenza, mentre la tensione tra loro aumenta.
Rimasti da soli su un’isola del golfo della Thailandia, i due protagonisti si adattano alla nuova condizione in modo opposto. Da un lato Linda, grande appassionata del reality show Survivor (simile alla nostra Isola dei Famosi) — al quale aveva anche provato a partecipare — conosce tutto ciò che bisogna fare in queste situazioni: sa ricavare un coltello da una roccia, è capace di creare accampamenti resistenti, realizza un efficacissimo meccanismo di raccolta e stoccaggio dell’acqua piovana, accende il fuoco, caccia, esplora e si diverte moltissimo. Dall’altra parte Bradley è totalmente inutile: parassita che pretende di aver mantenuto intatti i rapporti gerarchici che valevano “dall’altra parte” e che pretende il rispetto derivante dalla sua carica dirigenziale.
Già da questo inizio Raimi mette in chiaro quali sono le sue intenzioni: l’ordine sociale a cui ci appelliamo e i privilegi che da esso scaturiscono sono talmente radicati in noi che nemmeno una situazione disperata come quella di essere gli unici superstiti di un incidente aereo su un’isola deserta li può smuovere. Siamo così graniticamente fissati nella nostra visione del mondo che siamo incapaci di cambiare idea anche di fronte all’evidenza: dopo il disastro aereo Bradley è impossibilitato a camminare a causa di una ferita a una gamba, il che porta Linda a prendersi cura di lui con estrema tenerezza, cacciando per lui — in una scena in cui la donna ucciderà un cinghiale con un solo bastone ma riempiendosi di muco e sangue dell’animale, puro Raimi — e costruendogli un riparo sulla testa per ripararlo dalle piogge. Ma questo non basta: Bradley ha già tratto le sue conclusioni su Linda quando l’ha vista per la prima volta in ufficio (non era attraente, parlava troppo e non stava al suo posto; un elemento da eliminare una volta che sarebbe stata non più necessaria) e il suo sessismo ne pareggia quasi il classismo.

Raimi porta avanti il discorso sull’incapacità di Bradley nel vedere qualcos’altro in Linda toccando più generi e – soprattutto – varie influenze cinematografiche. Certo, c’è Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto (Lina Wertmüller, 1974), ma anche Cast Away (Robert Zemeckis, 2000) e, non meno importante, Triangle of Sadness (Ruben Östlund, 2022), soprattutto per qualcosa che succederà nel finale. Ma oltre a tutte queste suggestioni, alle quali potremmo aggiungere Misery non deve morire (Misery, Rob Reiner, 1990), Raimi ha un’idea molto chiara di ciò che vuole mettere in scena. Nonostante una sceneggiatura (non scritta da lui, ma da Mark Swift e Damian Shannon) che a volte sembra essere un po’ fiacca per quanto riguarda il ragionamento sull’inversione delle dinamiche di potere di cui abbiamo parlato sopra, il regista del Michigan opera una progressione tra i generi, partendo da elementi di commedia screwball, virando poi su una satira più programmata fino al tripudio finale di raimismo, dove le tensioni prodotte dall’impianto teorico del film esplodono in un clima di gaiezza e truculento divertimento, che sono il vero marchio di fabbrica del regista. Con il suo cinismo e le sue informazioni tenute saggiamente nascoste, Linda si riprende tutto ciò che sa che le deve appartenere: la promozione mancata è solo il primo dei tanti torti che farà pagare a Bradley; trenta minuti finali di fuoco in cui la classe operaia capisce che per andare in paradiso è necessario prima un viaggio all’inferno.

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