PILLION – AMORE SENZA FRENI

This entry is parte 14 di 23 in the series N2 2026

NUOVE USCITE

di Gianluca Meotti

Colin (Harry Melling), timido e introverso, vede la sua vita piacevolmente travolta dall’incontro con Ray (Alexander Skarsgård), carismatico e fascinoso leader di un gruppo di bikers. Tra i due si instaura presto una relazione BDSM che vede Ray nel ruolo del padrone e Colin in quelli del suo devotissimo sottomesso. Sarà l’inizio di una storia d’amore inconsueta e travolgente, che cambierà profondamente entrambi.

Il libro da cui Harry Lighton trae il suo film d’esordio parte nel 1975, quando Colin conosce Ray, e si sviluppa per tutti i due decenni successivi. Lighton comprime la storia a qualche mese, la ambienta ai giorni nostri ma mantiene lo sguardo centrato, e quasi etnografico, sulla sottocultura dei bikers gay e dei loro divertissement BDSM, con tanto di pup play, vestiti in lattice, tendenze orgiastiche e di dominazione. Proprio il titolo del libro del 2020, Box Hill, è il luogo di ritrovo di questa comunità peculiare e poco affrontata dal cinema più o meno mainstream; Lighton la filma andandone ad indagare i rituali, le forme e le dinamiche interne, in modo particolare quelle di potere, che sono anche poi quelle su cui tutto si fonda. Il rapporto di dominazione/sottomissione sviluppato da Ray e Colin, che non è solo sessuale ma va ad informare di sé ogni momento insieme, è portato al parossismo e studiato in forma quasi documentaristica con la sparizione del regista nelle scene in cui i due condividono momenti di vita quotidiana. Quando Ray intima Colin di cucinargli la cena, o lo lascia dormire per terra invece che sul letto, Lighton è lì presente, ma scompare dietro allo stupore del suo protagonista – un Harry Melling ottimo che negli ultimi anni ha interpretano una nutrita schiera di freaks lontanissimi dal cuginetto stronzo di Harry Potter con cui l’abbiamo conosciuto – che rimane interdetto nello scoprire questa dinamica che non aveva mai provato prima, ma che inevitabilmente lo affascina. E qui sta l’elemento più riuscito di Pillion – Amore senza freni (Pillion), l’ambiguità morale e sentimentale che è la forza centrifuga di ogni dramma erotico; Lighton crea quest’ultima sul personaggio di Colin, che si innamora del rude Ray non accorgendosi – o facendo finta di non rendersene conto – di quanto alcune dinamiche siano decisamente tossiche e problematiche, soprattutto in virtù della natura implicita del consenso; il loro primo vero incontro, infatti, avviene il giorno di Natale, in un vicolo buio in cui Ray costringe Colin a leccargli le scarpe e poi a praticargli del sesso orale fino a raggiungere l’orgasmo. Quello che si svilupperà poi sarà già tutto qui, e la forza del film sta proprio nel non cadere mai nella romanticizzazione totale della relazione, pur concedendo allo spettatore il punto di vista privilegiato di Colin, il quale sta vivendo per la prima volta il suo grande Amore, in maniera totalizzante  e ingenua.

Quando poi Colin inizia a prendere le misure della situazione, ad abbracciarla compiutamente ma con delle riserve, la tendenza al passo indietro di Lighton inizia a diventare problematica; l’approccio intimista, minimale e generalmente molto votato alla commedia, da che era un avvincente pseudo-documentario su una comunità all’interno di una comunità, diventa superficiale, soprattutto se l’intenzione è quella di raccontare una storia dura, che tratta di argomenti complessi e ambigui e che sembra chiamare costantemente le tendenze pruriginose del mélo. Non riuscendo ad adattare il suo linguaggio ad una storia che richiedeva maggior spregiudicatezza, Lighton perde di vista l’obiettivo di scandagliare un rapporto amoroso insolito e si ritrova a girare con ostinazione su sé stesso e attorno a ciò che era stato introdotto con molta grazia nella prima mezz’ora; scegliendo una via più mansueta, che per forza di cose necessiterebbe di una capacità di saper descrivere con pochissimo i vuoti interiori e i dolori inespressi, il regista denuncia la sua condizione di esordiente, lasciandosi sfuggire un film che aveva tutto per diventare un piccolo cult, se non ai livelli di Légami! di Almodovar (¡Átame!, 1989), quantomeno ad un’opera spiritualmente affine come Secretary (Steven Shainberg, 2002).

N2 2026

SEND HELP LE COSE NON DETTE

Autore

  • Studente DAMS di giorno; per il resto cinema, film e pellicole cinematografiche. Nella sua testa c’è sempre un piccolo Marshall McLuhan che gli dà ragione.


     

     

     

     

     

Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *