FIL ROUGE : NATALE MA NON TROPPO
La satira dello squallore borghese
Di Sibilla Bissoni
Parenti serpenti è un film del 1992, diretto dal maestro Mario Monicelli (1915-2010).
Per la rubrica di Natale, non si poteva di certo lasciare in un angolo pieno di ragnatele questa aspra pellicola. La trama è risaputa, eppure rimane tagliente come quando la pièce teatrale di Carmine Amoroso venne adattata da Monicelli al medium cinematografico creando questo lungometraggio.
Si tratta di una classica rimpatriata familiare in occasione delle feste natalizie, il tutto nella cornice del tranquillo comune abruzzese di Sulmona, che Monicelli è riuscito a rendere sempre più perturbante mano a mano che i minuti del film scorrono sotto i nostri occhi.
La commedia all’italiana, di cui il regista fu uno dei più riconosciuti esponenti, viene qui riadattata ai disastrosi anni Novanta italiani, ricchi di controversie e cambi radicali, elementi che la pellicola ci fa comprendere di conoscere bene, tanto da analizzarli attraverso azioni, frasi e dinamiche dei personaggi. La famiglia piccolo-borghese che delinea il film racchiude due genitori di nome Saverio (Paolo Panelli) e Trieste (Pia Velsi), quattro figli adulti e, ovviamente, le loro rispettive famiglie, composte da consorti e figli. Ognuno dei personaggi ha delle problematiche psicologiche evidenziate di colori sgargianti, che risaltano molto nel grigio scuro di un ambiente familiare ipocrita e omertoso.
Il narratore è qui l’“innocente” Mauro (Riccardo Scontrini), figlio di Lina (un’indimenticabile Marina Confalone), a sua volta figlia di Trieste e Saverio. È lui che sta raccontando tutto ciò che accadde in quelle feste natalizie, attraverso un tema di italiano che deve scrivere dopo esser tornato dalle terribili e strane vacanze.
Il punto di svolta del film consiste in una richiesta da parte della matriarca della famiglia: uno dei figli dovrà prendersi cura di lei e del marito accogliendoli in casa negli ultimi anni di vita; in cambio del pesante onere, avrà in eredità l’appartamento modesto in cui risiedono gli anziani signori e la loro pensione, perché “dopo tutto quello che abbiamo fatto per voi…”. A seguito di ciò, avverrà una prevedibile quanto assurda escalation di eventi, dove si scopriranno uno ad uno i vari altarini e scheletri nell’armadio dei quattro figli e della famiglia nella sua interezza.
Eviterò gli spoiler più tremendi, perché credo che sia sì un film celebre, ma tanti ancora non l’hanno potuto o voluto vedere; ecco, cambiate rotta e ritagliatevi le due ore scarse sufficienti per godere della pellicola – è pressoché impossibile che ve ne pentiate.
Parenti serpenti è innanzitutto una dissacrante satira dello squallore borghese, tema trito e ritrito all’interno di una certa cerchia di cineasti, scrittori ed intellettuali di sinistra (e non solo), di cui Monicelli fece e non fece parte allo stesso tempo, essendo lui una mente particolarmente libera e sempre svincolata dai classici schemi “logici” come, “Se racconti questa cosa in questo modo, allora voti questo partito”. Egli fu un fervente socialista, per poi cambiare idea con l’avvento del potere di Craxi; inoltre, si dichiarò sempre ateo e mal sopportava tantissimi schemi sociali tipicamente borghesi, di cui scelse di non fare mai parte durante la sua vita.
A tal proposito, è interessante notare che nel film sono presenti dei litigi tra personaggi simpatizzanti della DC e del PCI. Questi vengono però rappresentati come delle satiriche e taglienti scaramucce tra persone in realtà identiche nella loro pochezza di spirito, che usano dei baluardi vacui di partito per esprimere problemi personali e non più solo politici. Così facendo, diviene sfacciato il distacco dalla militanza ed ideologia più romantica antecedente agli anni Novanta, lasciando spazio a quella che poi sarebbe stata Tangentopoli e il coincidente crollo delle superpotenze politiche italiane, insieme a gran parte dei loro esponenti maggiori e, conseguentemente, al vero e proprio spirito di partito, che morirà senza mai più rinascere.

La vita e la mente del regista, come sempre, non possono essere separate totalmente dall’opera. È certo che tanti film del maestro della commedia all’italiana siano più emblematici della sua poetica, e onestamente anche meglio realizzati e pensati; eppure, Parenti serpenti è rimasto tutt’oggi uno dei più conosciuti… ma perchè? Il motivo è probabilmente la zona di comfort registico, quindi tecnico e narrativo, in cui il film si insedia. La storia è abbinabile, se non sovrapponibile, alle esperienze personali di tantissimi italiani, la linea narrativa è “facile” seppur disturbante, i personaggi sono squallidi nella loro irresistibile simpatia.
Monicelli è riuscito a porre interrogativi anche abbastanza importanti, forse non colti dai più. Interessante il finale tragico e malvagio, in cui però, inevitabilmente, non si potrà vivere una sofferenza tipica del dramma, bensì ci si troverà di fronte ad uno scomodo sentimento che sa di: “forse hanno fatto bene”. In realtà, durante tutto il lungometraggio ci si chiede chi stia sbagliando: i figli o i genitori? Sicuramente c’è una coerenza estrema tra le azioni dei personaggi durante lo svolgimento dell’opera e il modo in cui “accade” l’epilogo, e questo è sufficiente per riflettere all’infinito.
Il topos della banalità del male qui può giungere alla mente. Dura poco però, ed il perché è più semplice di quanto si possa immaginare: il male viene presentato come quasi banale, ma in realtà non lo è. Una gabbia obbligata posta sopra le teste di figli senza un’intelligenza emotiva sviluppata, ricchi di insoddisfazioni personali e nelle loro relazioni, può solo far scoppiare una bomba, rimasta inesplosa fino a quel momento unicamente per convenienza e mancanza di occasioni. Non è giusto colpevolizzare qualcuno, sono tutti carnefici allo stesso modo, e le vittime sono invece difficilissime da riconoscere.
La piccolo-borghesia italiana, che ancora una volta si fa specchio di un vero e proprio decadimento umano, di un’anima che già rinsecchita, si prepara ora a svanire.

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