FIL ROUGE: NATALE MA NON TROPPO
Natale in casa Rohmer
Di Gianluca Meotti

Dopo il ciclo di sei film delle Commedie e proverbi (1981-1987), Éric Rohmer inaugura quello delle Quattro stagioni dal 1990 al 1998 con Racconto di primavera (Conte de printemps), avviando anche quello che sarà il suo ultimo gruppo di film propriamente detto e a cui appartengono le ultime grandi opere dell’autore francese. In continuità con i Sei racconti morali (1962-1972), le Commedie e proverbi e le varie opere di mezzo non contenute in nessuno dei tre cicli, vedi Reinette e Mirabelle (4 aventures de Reinette et Mirabelle, 1987) o Incontri a Parigi (Les rendez-vous de Paris, 1995), le Quattro stagioni continuano a presentare un cinema fine, di personaggi che parlano e si muovono in degli spazi con cui interagiscono, fatto da uno scrittore passato dietro la macchina da presa (prima del cinema, Rohmer scrisse un romanzo con lo pseudonimo di Gilbert Cordier), ma che è riuscito a imprimere uno stile altamente riconoscibile alle sue opere, grazie ad un approccio quasi ascetico alla composizione dell’inquadratura e alla perizia millimetrica con cui scriveva le sue sceneggiature.
Cattolico ed estremamente riservato, girava i suoi film con troupe piccole di collaboratori fidati, impiegando spesso attori non professionisti a cui metteva in bocca discussioni di banale quotidianità, alternandole a dissertazioni di complessità accademica attorno alle opere di Pascal o Kant.
In Racconto d’inverno (Conte d’hiver, 1992), c’è ancora la storia di una donna protagonista (come per la primavera e per l’autunno), divisa fra tre uomini. Félicie (Charlotte Véry) ha una figlia di cinque anni avuta dal cuoco Charles (Frédéric van den Driessche), l’amore di un’estate conosciuto in Bretagna, con il quale ha perso ogni contatto dopo avergli dato un indirizzo sbagliato. Ora sta con Loic (Hervé Furic), un bibliotecario intellettuale, ma sogna di fuggire con il suo datore di lavoro Maxence (Michel Voletti). Nonostante i due uomini, Félicie spera di rincontrare Charles, che ha sempre reputato come il suo unico vero amore, speranza che accresce dopo che assiste ad una rappresentazione de Il racconto di inverno di Shakespeare.
Di primo impatto colpisce come Rohmer abbia un approccio più smaliziato rispetto al suo solito. Negli anni abbiamo compreso come il regista francese sia estremamente parsimonioso nel mostrare manifestazioni erotiche: pur non essendo un puritano, la sua indole cristiana lo porta a mostrare una sublimazione dell’atto erotico attraverso lunghissime conversazioni su temi che spaziano dalla filosofia alla matematica e ad esplodere, nella maggior parte dei casi – e questo ciclo non fa eccezione – in un bacio, che è a tutti gli effetti il culmine massimo del suo desiderio. L’attesa della risoluzione finale aumenta la voglia tanto nei personaggi che negli spettatori, creando un gioco di repressione degli istinti che viene arginato con la dialettica, ma che in ultima analisi non può più essere contenuto nelle maglie intellettuale che lo trattengono, finendo per esplodere.
Qui però è tutto il contrario. Nelle prime sequenze, vediamo l’idillio estivo (unico episodio delle Stagioni in cui la storia non è ambientata solamente in quella che dà il titolo al film) che vivono Félicie e Charles, che è tutt’altro fuor che pudico. Il mare e il sole chiamano i corpi ad unirsi e Rohmer esegue, sempre con la sua regia pulita, il suo senso dello spazio come personaggio aggiunto nella storia e una disposizione alla sessualità che contribuisce ad avallare ulteriormente la nozione che egli non è assolutamente un regista di freddi intellettualismi, ma un autore di un enorme rigore, che mette costantemente in scena il tentativo naturale dell’essere umano all’autorepressione razionalizzante dei propri istinti, in nome di una morale che alla fine rivela, quasi sempre, un certo grado di inapplicabilità.

Ma ad un tratto, tutto questo finisce; ci si ritrova nel freddo di metà dicembre e ci si sposta sul personaggio di Félicie e sulla sua incapacità di accettare un destino amoroso logico in favore della fede, che la porta ancora a sperare di poter rincontrare Charles, il quale, dopo il loro primo incontro, si era trasferito in America. Rohmer costruisce un personaggio fieramente anti-intellettuale, insoddisfatto di qualsiasi soluzione che non coincida con l’amore parossistico dei suoi ricordi, ma che ha allo stesso tempo una fede incrollabile, alimentata da quell’estate ideale.
Félicie abita tre case, non sentendosi soddisfatta in nessuna delle tre: continua a spostarsi, a muoversi e a sperare nel miracolo che coronerebbe la sua storia da favola. La convinzione definitiva arriva proprio dalla visione dello spettacolo di Shakespeare, grazie alla quale si convince che credere sia sì la sua arma più forte, ma anche l’unica (l’altra sarebbe quella di cercare Charles in tutti i ristoranti d’America, a cui rinuncia solo perché non ha i soldi); Rohmer crea un racconto che non si esaurisce nella narrazione favolistica finale, ma è un’altra, ennesima opera in cui tratteggia con eleganza e finezza le pene, i travagli e le indecisioni di personaggi che cercano il proprio completamento nell’amore e in un sentimento che è indefinibile, ma dal quale credono di poter essere completati.

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