TORO SCATENATO

Di Riccardo Morrone
Partiamo da un assunto pressoché universale: le vacanze in Italia sono la cosa peggiore che possa capitare ad un cineasta di Hollywood. E, purtroppo, neanche quelli bravi sfuggono a questa regola dorata.
I casi di studio sarebbero innumerevoli, dal “pioniere” Summertime (Tempo d’estate, 1955) di David Lean con la strana coppia Katharine Hepburn-Rossano Brazzi fino a To Rome with Love (2010) di Woody Allen e Spider-Man: Far from Home (Jon Watts, 2019): che il setting sia Venezia, Roma, la Toscana o il Mezzogiorno poco cambia, la Grande Bellezza del nostro Paese è sempre incorniciata – con straordinaria coerenza rappresentativa, va detto – da queste opere profonde e mai formulaiche, raffinate e sublimi come la loro fotografia smarmellata. È così che riesce a prendere forma l’estasi hollywoodiana dell’italico idillio, in cui il sole scalda la pelle mentre il cibo e il vino scaldano il cuore.
Mi sono detto, “Iniziamo dalla trama e sviluppiamo con calma un discorso articolato”: Jay Kelly è un divo del cinema che, a seguito di un incontro con un ex amico e della morte del regista che l’ha lanciato, viene investito da una crisi di mezza età un po’ tardiva (a meno che la sua aspettativa di vita non sia tipo 120 anni) che lo porta a riflettere sul suo passato di luci ed ombre: improvvisamente, infatti, si ricorda di avere due figlie che ha trascurato per anni e, in preda a uno di quei momenti di posticcio senso di colpa tipicamente maschile, gli sembra una grande idea quella di stalkerare la figlia minore Daisy prima a Parigi e poi in Toscana per provare a ricucire il rapporto con lei. Così, l’occasione di un premio alla carriera a lui tributato da un piccolo festival sperduto in mezzo alla Toscana diventa la definitiva epifania, il momento in cui Jay prende coscienza dei suoi errori e rilegge in chiave differente il suo trascorso professionale e i suoi rapporti personali. Fine.
No, non ci siamo capiti: non fine del film, fine dell’analisi. Il film è davvero tutto qui, racchiuso nelle (ben!) sette righe di sinossi uscite dalla tastiera rumorosa di uno studente DAMS semi-analfabeta. Non che qualcuno si aspettasse l’asprezza di Fellini in Toby Dammit (1968), ma era lecito attendersi da un nome importante come Noah Baumbach qualcosa di meglio di questo Jay Kelly: un surrogato netflixiano dove si parla tanto senza dire molto, un filmino davvero piatto, vacuo, privo di ispirazione e di sostanza. E, a ben vedere, ciò che affiora dall’opera sul piano concettuale è una visione dell’universo-cinema irritante, quasi ultra-indulgente (si legga, “paraculo”) quanto il criminoso finale di Babylon (2022) di Damien Chazelle nella scelta di portare in scena con romantica superficialità le distorsioni di Hollywood e dell’intera industria culturale (per usare un’espressione da fighi) senza preoccuparsi di problematizzarle adeguatamente. Se sul versante comico la pellicola non ingrana mai e la componente drammatica rasenta il livello della soap opera televisiva – in particolare nel personaggio di Adam Sandler e nei rapporti genitoriali monodimensionali –, resta al centro del film un curioso giallo irrisolto che darebbe a Federica Sciarelli materiale per almeno due stagioni di Chi l’ha visto?: dove è finita Laura Dern? Perché scompare da un momento all’altro? Forse non l’avevano pagata abbastanza? E le velleità autoriali di un regista come Baumbach? Scomparse pure loro?
Certo, si può evidenziare come nel corso degli ultimi anni il corpo attoriale di uno splendido sessantenne come George Clooney sia diventato il dispositivo privilegiato per imbastire una riflessione ricorrente – dal geniale Ave, Cesare! (Hail, Caesar!, 2016) dei Coen all’impalpabile action Wolfs – Lupi solitari (Wolfs, Jon Watts, 2024) – sul divismo cinematografico in decomposizione e questo per via della sua capacità di conservare quell’allure da star del cinema classico (un aspetto che condivide con pochissimi altri, forse Brad Pitt e Tom Cruise). Ma questi pochi spunti francamente non bastano a dare spessore ad un “film da sabato pomeriggio di Italia 1”, che di autoriale ha ben poco e di interessante ancora meno.

Di Gianluca Meotti
They come and go
Nella sua canzone Stars, Nina Simone parla di ciò che non vediamo quando pensiamo alle stelle (del cinema). Il loro costante dover stare sotto i riflettori, la difficoltà che hanno nel crearsi una vita privata sana e, più in generale, un alone di malinconia diffusa che avvolge le loro esistenze. Jay Kelly di questo parla, e scusate se è poco! Un’ambizione abbastanza importante, potreste dire. Certamente, infatti il film dura 132 minuti non a caso e si prende tutto il tempo necessario per far entrare anche i cuori più duri nella disperata vita del divo eponimo. Evidentemente, non ci riesce con tutti. Fatto sta che Baumbach è tornato un po’ con i piedi per terra dopo l’esperimento di Rumore bianco (White Noise), storie di ricchi uomini bianchi, e spesso anche artisti, che sono troppo scontenti della loro miserrima vita che non gli riserva altro che familiari che li detestano, fan che li acclamano e il mondo ai loro piedi, poverini…
Ok torniamo a difendere il film. A tutta la matassa di nevrosi newyorkesi (anche se qui sono idiosincrasie losangeline) a cui Baumbach ci ha abituati, qui si aggiungono le stupende colline della Toscana, che fanno da sfondo per un George Clooney total white che regge benissimo il film sulle sue spalle come se fossimo ancora all’inizio degli anni Duemila. A tutto questo, va aggiunta la presenza di un Adam Sandler che, a intervalli di cinque anni, dimostra di essere un attore stupendo, salvo poi ritornare nel purgatorio delle commediole Netflix, e un Billy Crudup che, in una scena di dieci minuti scarsi, offre la miglior prestazione della sua carriera e dà al film una tetraggine e una sensazione di “malvagità” che Baumbach ha sempre un po’ rifuggito nei suoi altri lavori, anche quelli più cupi (in questa disamina non verrà minimamente citato il ruolo totalmente insignificante di Laura Dern, per non essere costretto ad ammettere di essere d’accordo con il collega Morrone). Ah sì, poi c’è anche il fatto che questo film è stato scritto da uno dei migliori sceneggiatori del cinema contemporaneo, che guarda caso è anche quello che lo ha diretto; il Woody Allen millennial (detto da un alleniano con il coltello tra i denti), l’alfiere del mumblecore, un uomo che ha reso accattivanti i dialoghi del film su una bambola. È quindi forse superfluo fossilizzarsi sulla scrittura, ma le ingiuriose accuse del compagno Morrone mi costringono ad intervenire: un’ennesima, divertentissima sceneggiatura, piena di personaggi finemente caratterizzati che con poco riescono a far intuire il mondo delle loro esistenze; ma nonostante la precisione quasi scientifica, Baumbach non si scorda mai del sentimento e non distoglie mai lo sguardo dal baratro interiore che affligge il suo protagonista e, di riflesso, quelli che vivono intorno a lui. Jay Kelly è un film perfetto? Beh, no. È un film che vi piacerà se siete delle persone aride di cuore che non ammettono da un’opera qualche leziosità emotiva in buona fede? Nemmeno. Ma probabilmente vi piacerà se amate il cinema, se amate chi il cinema lo fa, chi il cinema fa soffrire e se vi sono venuti gli occhi lucidi guardando Manny ricordarsi dei suoi roaring twenties nel finale di Babylon. E questo perché Jay Kelly è un film-fiume che parla a (quasi) 360° di un uomo, dei suoi successi, delle sue difficoltà, delle persone che ha deluso, delle bugie che si racconta e delle debolezze che non mostra; tutto questo sempre con uno sguardo che è compassionevole, ma mai patetico. What else?

Di Alessia Vannini
Tutti i suoi ricordi sono film
Jay Kelly, il nuovo film di Noah Baumbach che ha avuto la sua première alla scorsa edizione della Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, è incentrato sulla vita della famigerata star che dà il titolo al film, interpretata da un altrettanto celeberrimo George Clooney.
In questa pièce metacinematografica seguiamo i passi di una star di Hollywood ormai nel pieno di una crisi di mezz’età, intrappolata tra una gloriosa carriera ed una vita personale che sembra non esser stata sfruttata a sufficienza. Un padre assente, un amico falso ed un amante in fuga: Jay è tutto questo e neppure se ne rende conto.
Solamente una volta giunto a metà della sua vita inizia a comprendere, lentamente ed a fatica, quanto spesso abbia messo in ombra le persone a lui care per inseguire la fama. Sebbene il successo lavorativo possa portare soddisfazione, si tratta di una sensazione fugace, che non può essere paragonata alla felicità effettiva che una vita familiare e sociale stabile può portare.
Jay Kelly è, innanzitutto, un film che ci ricorda perché realizziamo, guardiamo e amiamo così tanto i film. Pur essendo una lettera d’amore alla settima arte, il film non evita di criticarne anche tutta la sua durezza.
La frase che meglio descrive il sogno disilluso di chi vive di cinema è, “Tutti i miei ricordi sono film.” Poetica ed amara allo stesso tempo, descrive il destino turbolento contro cui si imbatte chi – come Norma Desmond, Truman Burbank, Mima Kirigoe, Betty Elms e Jay Kelly – si lascia travolgere dalla vorticosa vita sulle scene. Un po’ à la pirandelliana Sei personaggi in cerca d’autore, Jay finisce per confondere sé stesso con i personaggi che interpreta. I piani del reale e del fittizio si intersecano perché, forse avendo preso troppo alla lettera gli insegnamenti d’immedesimazione stanislavskijani, Jay non riesce più ad uscire dai personaggi e continua ad indossare le sue innumerevoli maschere anche nella vita di tutti i giorni, nella speranza che nessuno si renda conto che sta recitando una parte di un copione dalla qualità discutibile.
In poche parole, Jay Kelly fornisce un ottimo commento sull’alienazione degli attori, fenomeno che avviene più frequentemente di quanto potremmo pensare. Ormai è un dato assodato che non tutti sono in grado di sopportare il peso della fama e tutto ciò che essa porta con sé, e questo è proprio il caso di Jay. Quando hai passato un’intera vita ad interpretare ruoli ed indossare maschere, e tutti i tuoi ricordi sono film, realizzare ciò che hai perso lungo il percorso è un compito difficile.
Tuttavia, ciò che ci fa immedesimare di più in Jay è la sua resilienza e il suo modo di ripensare sé stesso, anche a sessant’anni. Nonostante la pellicola ci restituisca un ritratto dell’industria cinematografica, il suo più grande punto di forza è mostrare la vita al di fuori dei set. Tutti commettiamo errori che a lungo andare mostrano la loro vera natura, ma non è mai troppo tardi per ritornare sui nostri passi, correggere gli sbagli e cambiare, in meglio.
Parlando di performance, George Clooney è grandioso nella sua interpretazione di Jay Kelly. Nonostante ciò, mi vedo in linea col pensiero diffuso secondo cui Clooney non faccia altro che interpretare sé stesso, a tal punto che la sovrapposizione tra attore e personaggi cui facevo riferimento prima ha letteralmente luogo all’interno del film stesso, in una scena emblematica che rappresenta il climax dell’intera storia.
Si è parlato in lungo e largo di Jay Kelly/George Clooney, ma la vera star di questo film è, a mio avviso, Adam Sandler. Mentre il protagonista interpreta un ruolo che gli calza a pennello, a Sandler viene finalmente data la possibilità di staccarsi ancora una volta dal suo lato meramente comico per affrontare un ruolo drammatico che ha molto da offrire.
Sostenendo di esser Jay Kelly tanto quanto lo è l’attore stesso, Ron Sukenick (Adam Sandler) è un agente che ama profondamente la celebrità con cui lavora, tanto da considerarlo un caro amico. Nonostante Liz (Laura Dern) cerchi di aprire gli occhi a Ron, facendogli capire che loro semplicemente lavorano per Jay – perché gli amici non si intascano il 10% dei tuoi guadagni – lui crede profondamente che tra loro ci sia un rapporto che esula da quello meramente lavorativo, e farà di tutto perché anche Kelly la veda allo stesso modo.
Riuscirà quindi Jay a far pace con i suoi fantasmi ed a trovare un equilibrio tra lavoro e vita sociale? E Ron rinuncerà a cercare di essere un amico, oltre che un semplice agente, nei confronti del suo cliente? Non vi resta che immergervi nella visione di quel gioiellino metacinematografico di Jay Kelly e scoprirlo con i vostri occhi!

Di Edoardo Sampaoli
Jay Kelly e le belle supercazzole che ci si possono fare sopra
Gne gne gli attori, gne gne la redenzione….(tagliamo tutte le supercazzole seguenti su Jay Kelly). Scusate se mi permetto di riassumere così, comunque in maniera concisa e precisa, il pensiero dei miei cari colleghi Meotti e Vannini.
La trama l’abbiamo capita tutti, ma proviamo a ridarci un’ultima ripassata in chiave più sincera.
Jay Kelly è George Clooney, un attore che una mattina si sveglia e gli tuona in mente, “Oh my God, I also have a family and a life beside cinema”, e da qui avventure troppo pazze in giro per l’Italia, la cui raffigurazione americana ci ha sfracassato un po’ il ca… Il suo agente Ron Sukenick, un Adam Sandler che è il ragazzino nerd della scuola che pensa di essere sinceramente amico con quello popolare (hai cinquanta e passa anni, forse se non ti si fila mai di striscio e ti paga con una pacca sulla spalla, forse, magari, E DICO MAGARI, non siete tanto amici). Boh, sono già nauseato, direi di fermarci qua.
Le tematiche le abbiamo capite tutte, dal mio collega Morrone ai due simpaticoni Meotti e Vannini, e infatti mi concentrerò principalmente sulla problematica di forma e sostanza che si verifica nel contesto a noi odierno.
Jay Kelly sta all’analisi sociale (in questo caso degli attori) e spirituale (l’”alienazione” e la solitudine di Jay Kelly, la relazione di amicizia tra Ron e Jay) come Barbie (Greta Gerwig, 2023) sta all’analisi del femminismo e del patriarcato. Avete capito? Fanno venire il latte alle ginocchia, se non direttamente il burro, entrambi.
Siamo nel 2025 e quella stessa società ultracapitalista e consumista – su cui sfornavano analisi al cinema già negli anni Ottanta se non anche prima – è andata avanti dritta come un treno, senza contare tutto il sistema dei social network e del telefono in generale come dispositivo che si sostituisce a relazioni, azioni, intrattenimento e tutto il resto.
Dove voglio andare a parare? Voglio arrivare al punto che in una società così iper-complessa, una società liquida (te la prendo in prestito Bauman, che sono sicuro che anche a te sarebbe stato sul cazzo Jay Kelly), lo standard di – riprendendo – analisi sociale e spirituale deve essere almeno equiparabile alla complessità della società.
Jay Kelly è tremendamente triste proprio da questo punto di vista: Baumbach sembra ricadere nel tema consegnato alle elementari, ed è estremamente preoccupante, perché in un’emergenza artistica come quella che stiamo vivendo in questo periodo servono autori in grado di captare le complicate sensazioni e gli articolati sentimenti delle persone e di elevarli a un’analisi artistica degna di questo nome.
Ancora: per analizzare una società che sempre di più va nella direzione di un didascalismo allarmante, di un populismo dilagante, di una superficialità che mascheri l’enorme difficoltà di inquadrare in che direzione stiamo andando come società e come individui servono i coglioni, perché nascondersi costantemente per 132 minuti dietro a un filmetto che pretende di parlare di questi temi è villano e pure una presa per il culo a me, in quanto spettatore, che ti concedo due ore e passa del mio tempo.
“Jay Kelly fornisce un ottimo commento sull’alienazione degli attori”… Ma Alessia, se avevi bisogno di film seri e interessanti su questa tematica dovevi scrivermi, non perdere due ore alla Biennale, perché già il tempo è oro. La sera della prima (Opening Night, 1977), diretto da John Cassavetes, ti fornisce 142 minuti di capolavoro su questa tematica, e il suo solo pensiero mi fa ancora più incazzare sulla povertà di questo Jay Kelly.
“Il loro costante dover stare sotto i riflettori, la difficoltà che hanno nel crearsi una vita privata sana e più in generale un alone di malinconia diffusa che avvolge le loro esistenze.” E bravo Gianluca, o quanto meno bravo a supercazzolare sul nulla. A scrivere così possiamo rendere intellettuale anche Natale sul Nilo, ma io lo so che, in fondo, anche tu lo sai che questo non basta, e sei stato semplicemente accecato dal solito trucchetto hollywoodiano, tra il glamour degli attori, la regia pulita e sempre largamente sufficiente e una sceneggiatura che si tiene bene o male sempre in piedi.
Il cinema come dispositivo di intrattenimento sta perdendo d’interesse perché abbiamo i reel e TikTok, mentre il cinema come analisi psicologica e sociale sta lentamente morendo. Considerato questo, allora non possiamo permetterci Jay Kelly, poiché non intrattiene così tanto e perché uccide il pensiero critico e l’analisi lucida, facendo passare discorsi per così semplici e piatti.
Non fraintendetemi, non sono lo spaccamaroni che vuole solo i vari Tarkovskij e non intendo che al cinema ci debbano essere solo film ultra-autoriali, o che certe tematiche vadano affrontate solo in chiave autoriale; sono comunque un grandissimo amante dei vari Wilder, Hitchcock, Ford, ecc… Tuttavia, la loro grandezza era proprio questa: dietro il pacchetto scintillante di Hollywood, riuscivano a discutere ampiamente di grandi temi.
Un’ultima volta: Jay Kelly fallisce perché in un contesto (sociale e artistico) del genere è un prodotto che non aggiunge proprio niente su nessun fronte, né quello del discorso né quello della forma. Ciononostante, la cosa peggiore è che voglia provare a farlo, risultando solamente noioso ed estremamente ridondante.


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