MUSICA
Di Silvia Appollonio
Esistono cose indissolubili, certezze ineguagliabili e accostamenti impressi nella memoria del tempo: le mele con la cannella, la sciarpa scozzese in autunno, il sigaro durante una partita di poker, la centralità della luna nel mondo arcaico e la raffinata scelta musicale nel cinema tarantiniano.
Quentin Tarantino percepisce la musica come una parte integrante del linguaggio cinematografico ed è solito affermare che la produzione di una scena va di pari passo con la scelta immediata di un brano atto a produrre ritmo e significato, quest’ultimo posto spesso in contrasto rispetto all’immagine prodotta sullo schermo. Un esempio è senza ombra di dubbio “Stuck in the Middle with You’’ della band folk rock scozzese Stealers Wheel, che fa da sfondo alla scena della spensierata tortura ne Le iene (Reservoir Dogs, 1992), producendo nello spettatore una sensazione di straniamento e ironia date dall’accostamento di un brano allegro con una scena terribilmente intensa e intensamente terribile.

La filosofia musicale del regista si basa sostanzialmente sulla ricerca e riscoperta di brani poco conosciuti – per lo più dimenticati – degli anni Sessanta e Settanta, attraverso un approccio quasi filologico, come se vestisse i panni di un “archeologo musicale”, per dar loro una nuova voce nelle sue pellicole. Tra gli anni Ottanta e Novanta, mentre Tarantino lavorava in un videonoleggio, trascorreva il tempo rievocando un gusto per film di serie B, kung fu e spaghetti western con colonne sonore particolarmente suggestive e dotate di una grande identità visiva, soprattutto narrativa:
«La mia colonna sonora ideale non è quella che crea un musicista: è quella che potresti trovare in una radio che trasmette da un universo parallelo di cinema pop.»
Un po’ come tirar fuori dall’armadio della nonna un impermeabile degli anni Settanta ed indossarlo con fierezza per le strade delle città dei nostri giorni, rievocando un gusto ed un’immagine fugacemente lontani dotati di un’essenza straordinariamente ricca. Così facendo, Quentin Tarantino restituisce frammenti di memoria collettiva, evocando, per l’appunto, immagini, atmosfere ed epoche anche a chi non ha fatto parte di quel tempo perduto e successivamente recuperato attraverso il cinema e la scelta musicale. In Pulp Fiction (1994), ad esempio, troviamo il celebre brano di Chuck Berry “You Never Can Tell” che regala alla scena del twist di Mia e Vincent (rispettivamente Uma Thurman e John Travolta) un posto permeato di vitalità e simbolismo nella storia cinematografica, ricongiungendo il brano alla sua energia originaria.

Un altro esempio emblematico di come il regista utilizzi la musica per costruire spazi narrativi e psicologici colmi di significati è la scelta del brano “Girl, You’ll Be a Woman Soon” degli Urge Overkill, che costituisce una chiave di lettura per il personaggio di Mia Wallace: la canzone, cover del brano di Neil Diamond del ‘67, parla, infatti, di una giovane donna in cerca di libertà e riconoscimento. Quentin Tarantino sa perfettamente come e quando cucire al meglio questo brano addosso a Mia e lo fa durante una scena memorabile della pellicola in questione, producendo il dicotomico contrasto tra il desiderio di emancipazione e l’impulso autodistruttivo: ci troviamo nel momento in cui Mia Wallace, rimasta sola a casa, accende il giradischi ed improvvisa un ballo seducente e malinconico, costruendo nello spettatore una sinergia di potenza e vulnerabilità che termina in una tragedia – quella dell’overdose accidentale – cullata dalla delicatezza del brano.
In Kill Bill: Volume 1 (2003) e Kill Bill: Volume 2 (2004), il regista elabora un filo narrativo mescolando generi musicali differenti, spaziando dal rock, al pop giapponese, al funk fino alla ripresa di colonne sonore di film di samurai degli anni Sessanta e Settanta, riflettendo il miscuglio di influenze che caratterizzano il film stesso, in cui Tarantino omaggia i western, i film di kung fu e i thriller. Un brano con cui inaugura i due film è “Bang Bang (My Baby Shot Me Down)’’ nella versione malinconica e lenta di Nancy Sinatra, la quale permette di evocare, in coloro che osservano, un tono di vendetta e solitudine su cui si snoda l’intera trama. La canzone, a questo punto, diviene una vera e propria colonna sonora emotiva della Sposa (la protagonista interpretata da Uma Thurman, sua musa), attraverso la quale si sintetizza il suo profondo dolore e il suo trauma, che diviene in seguito la forza motrice della sua missione sanguinaria: uccidere Bill!

Anche in questo caso, dunque, la musica rappresenta per Tarantino un elemento chiave, protagonista nella sua filmografia, che traccia un fil rouge narrativo necessario per intensificare gli intenti tarantiniani e per restituire agli spettatori, attraverso lo schermo, la nostalgia di scenari che danzano tra apollineo e dionisiaco.
Quando si parla di Quentin Tarantino, diviene impossibile non nominare Ennio Morricone e le sue colonne sonore, che rappresentano per il regista un vero e proprio riferimento estetico per la realizzazione di momenti di tensione e drammaticità e per il rapporto dicotomico tra la musica lirica e il Pulp. In particolare, il rapporto professionale tra i due nasce e si sviluppa con The Hateful Eight (2015), quando il regista commissiona la composizione della colonna sonora a Morricone, con cui quest’ultimo si aggiudicò l’Oscar per la miglior colonna sonora. Tarantino decise che era finalmente arrivato il momento di collaborare con il musicista, poiché riteneva fosse l’unico in grado di comprendere al meglio lo spirito dei suoi film e per la creazione di un vero e proprio “personaggio invisibile”: la musica, per l’appunto, capace di interagire con l’intera narrazione e di costruire un ambiente colmo di tensione e suspence. Ad esempio, nelle sequenze in cui i personaggi si trovano al chiuso della stanza, la musica costituisce una vera e propria guida per lo spettatore, rendendolo in grado di percepire pericoli e tensioni. Senza ombra di dubbio un esempio è la traccia L’ultima diligenza per Red Rock, inserita principalmente nella prima fase del film, in sottofondo alla scena in cui i personaggi si dirigono verso la baita, nel bel mezzo di una bufera di neve che li lascia lì intrappolati: lo spettatore sa già che la minaccia è imminente, grazie all’incipit lento e ai contrasti dinamici fatti di archi gravi, violini prolungati e percussioni suonate con colpi secchi nella traccia in questione.

In più – diciamolo – è un assoluto e perfetto richiamo agli spaghetti western!
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