INTERVISTE
“Kristian Ghedina: Storie di Sci”
Di Gianluca Meotti

Gianluca Meotti: Ciao Paolo, intanto vorrei chiederti se potresti spiegare un po’ come è nata quest’idea e soprattutto, visto che la nostra rivista è anche per studenti che studiano cinema e vorrebbero fare cinema, mi interesserebbe sapere anche dal punto di vista produttivo come si è arrivati a realizzare questo progetto. Puoi raccontarci anche qualche aspetto tecnico: come si cercano i fondi, ecc.?
Paolo Galassi: L’idea nasceva dalla volontà di raccontare al cinema, in forma documentaria, la vita e le imprese di Kristian Ghedina. Il progetto si è però rapidamente evoluto quando è subentrata l’Olimpiade Culturale Milano Cortina 2026: all’improvviso mi sono trovato con due film distinti da dover unire e coniugare in un unico progetto. Devo dire che realizzare questo film è stato quasi un miracolo: ho lavorato per trent’anni su set con mille problemi, ma le vicende tecniche e organizzative di questa produzione meritano un libro a parte. Per farti qualche esempio concreto: abbiamo girato su piste di Cortina e Bormio durante i Mondiali, con finestre di ripresa di un’ora o un’ora e mezza — in alcuni casi siamo riusciti a girare scene complete in appena dieci minuti. In alcune situazioni, per motivi di sicurezza, soltanto il direttore della fotografia e un operatore potevano salire in cima alla pista; con l’altro operatore abbiamo lavorato con i droni e abbiamo dovuto essere estremamente rapidi e precisi. In Val Gardena abbiamo girato in punti storici come le “Gobbe del cammello” e altri passaggi diventati iconici: spesso montavamo interviste mentre gli sciatori ci passavano accanto a 170 km/h, a volte faticavano persino a vederci. È stata un’esperienza molto, molto complessa: anche noi siamo abituati a gestire situazioni critiche, ma qui la difficoltà è stata al di sopra della media.
GM: Hai citato l’intervento di Milano Cortina: come funziona il lavoro con un ente di questo tipo? Cioè, quando un ente mette soldi ma ha anche obiettivi di promozione, come si concilia questo con l’idea di regista che vuoi raccontare?
PG: I finanziamenti veri non sono arrivati in modo semplice: gran parte dei contributi sono venuti da sponsor legati a Kristian o da altri sponsor che lui ha trovato. L’Olimpiade Culturale si è poi mostrata molto interessata ad inserire il progetto nel proprio programma culturale, e anche noi abbiamo visto l’opportunità di raccontare, oltre alla figura di Ghedina, la sfida della costruzione dell’evento olimpico in termini di infrastrutture e impatto territoriale. Il problema è stato che queste due anime — la storia personale di Kristian e il racconto dell’infrastruttura olimpica — mantengono nel film una certa distanza l’una dall’altra: è una conseguenza anche di vincoli organizzativi e di produzione che non siamo riusciti a risolvere diversamente. Inoltre, il limite di durata (circa 80 minuti) ci ha costretti a tagliare e a rinunciare ad approfondimenti che avremmo voluto inserire. Nonostante questi limiti, però, riteniamo di aver fornito una panoramica piuttosto esaustiva: il film mostra sia l’uomo sia il contesto più ampio, e in questo senso siamo soddisfatti. Quello che ci ha colpito molto, inoltre, è stata la sinergia che si è creata tra diverse realtà — politiche e istituzionali — che normalmente non dialogano: in questo progetto, invece, hanno lavorato fianco a fianco, riuscendo a compiere veri e propri miracoli organizzativi.
GM: Nel film ci sono dunque queste due anime: da una parte Ghedina, dall’altra la storia dello sci e dell’evoluzione delle attrezzature. Questa attenzione all’ambiente attorno al personaggio era già nell’idea iniziale o è nata durante le riprese?
PG: L’idea iniziale prevedeva già di porre attenzione all’evoluzione dello sci e alla sicurezza sportiva. Durante le riprese però è accaduto un fatto tragico che ha inciso molto sul percorso: la morte della giovane sciatrice Matilde Lorenzi. Questo evento ci ha costretti a riflettere e ha spostato parte del film verso il tema della sicurezza nello sci. Per questo motivo ho voluto inserire nella colonna sonora un omaggio a Matilde, affidato a Francesco Baccini, per sensibilizzare un po’ il pubblico sul tema. In seguito, sono state riaperte anche indagini e il tema della sicurezza ha guadagnato maggiore centralità. Volevamo inoltre esplorare come lo sci sia cambiato dai tempi in cui Ghedina, Tomba e gli altri erano al massimo della loro carriera: cambiamenti che riguardano tecnologia, velocità e approccio allo sport.
GM: Hai citato Alberto Tomba: nel film sono presenti anche altri grandi sciatori. Tu sei appassionato di sci — come è stato per te entrare in contatto con quel mondo, con quei campioni e protagonisti?
PG: Io sono arrivato in questo mondo da profano: la prima volta sugli sci rischiai di farmi molto male. Però l’esperienza sul set mi ha fatto capire che nel film gli sciatori appaiono come non si erano mai visti prima: emergono la loro umanità, l’amicizia, il senso di squadra. Nonostante in gara siano concorrenti l’uno dell’altro, fuori dalle piste questi campioni sono uniti da una grande passione per lo sport, da valori sani — spirito di sacrificio, attaccamento al territorio — che raramente si vedono con la stessa intensità altrove. Questo senso di condivisione è emerso molto durante le riprese ed è uno degli aspetti che più mi ha colpito e che il film restituisce.
GM: Parliamo dell’ultima sequenza del film, quella in cui si torna sulla famiglia di Ghedina: c’è una scena in cui lo zio si commuove. Per far emergere temi così personali, hai lavorato in qualche modo per mettere le persone a loro agio o è successo in modo naturale?
PG: In ogni progetto che faccio la componente umana è centrale. Fin dall’inizio mi sono reso conto che avevo a che fare con sciatori — persone che, per quanto abituate alle interviste, non sono “attori” e non si adattano facilmente a parti recitate. Ho quindi cercato fin da subito di lavorare sulla spontaneità: ho creato un clima e un’atmosfera che li mettesse a proprio agio, lasciandoli parlare liberamente. Ho diretto poco e privilegiato l’ascolto: più li lasciavo andare a ruota libera, più emergevano ricordi, emozioni e scambi genuini tra di loro. In qualche caso ho dovuto intervenire poco, e tutto ciò ci ha regalato momenti molto veri. Ho avuto anche la fortuna di avere al mio fianco Paolo De Chiesa (giornalista), che è stato prezioso nel guidare i dialoghi nel modo corretto quando serviva un supporto esterno. Senza quel tipo di aiuto sarebbe stato più difficile ottenere certi risultati.
GM: Infine una considerazione sul documentario in generale: come hai pensato il rapporto tra costruzione e spontaneità nel tuo lavoro?
PG: Per me il documentario deve principalmente riflettere la realtà: meno costruzione artificiale c’è, più il materiale risulta genuino. Certo, questo approccio comporta dei rischi — può ridurre la potenziale “commercialità” del prodotto — ma a livello di verità e di impatto emotivo credo sia la strada giusta. Nel film abbiamo privilegiato la naturalezza e la sincerità delle persone raccontate, con tutte le tensioni e i limiti che questa scelta comporta.


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