PREDATOR : BADLANS

This entry is part 23 of 35 in the series N8 2025

NUOVE USCITE

Di Giovanni “Fusco” Pinotti

Ma quanto è divertente vedere un bel film di Predator al cinema? 

Il nuovo film di Dan Trachtenberg, alla sua terza incursione nel franchise dopo Prey (2022) e Predator – Killer dei Killer (Predator: Killer of Killers, 2025), riesce a coniugare con discreto successo l’azione, la fantascienza, il western e persino il racconto di formazione, approfondendo persino i legami della saga con la sua cugina Alien

Procediamo con ordine, a partire dalla trama: Dek (Dimitrius Schuster-Koloamatangi) è il figlio più piccolo del suo clan Yautja. Dopo che suo fratello Kwei (Mike Homik, doppiato da Stefan Grube) si sacrifica per salvarlo da loro padre Njohrr (Reuben de Jong, doppiato dallo stesso Schuster-Koloamatangi), deciso di liberarsi di un figlio da lui ritenuto debole e indegno, Dek decide di guadagnarsi il posto che gli spetta nel clan cacciando e uccidendo il Kalisk, un tremendo predatore che abita sul pianeta Genna. Una volta atterrato, il giovane Yautja dovrà fare i conti con un mondo feroce, dove ogni creatura e ogni pianta sembra determinata a infliggere una morte violenta ai deboli e agli estranei. Ad aiutarlo ci sarà Thia (Elle Fanning), un’androide rimasta senza gambe della Weyland-Yutani Corporation che si scontrerà con la sorella Tessa (sempre Fanning in un doppio ruolo), determinata a portare a termine la missione assegnatale dai suoi padroni. 

Predator: Badlands non pretende mai di impartire una morale al pubblico o di assurgere a vette narrative particolarmente elevate: come da tradizione per la saga, il film di Trachtenberg si concentra su un’azione pressoché costante, puntellandola con personaggi che riescono subito a entrare nel cuore dello spettatore. Il rapporto tra Dek e Thia, in questo senso, è il punto di forza di Badlands. L’accoppiamento di un cacciatore o killer solitario con qualcuno di più giovane destinato a insegnarli l’umanità e il perdono, d’altronde, è un tema ricorrente e di successo nel cinema e nella serialità contemporanei (vedasi Wolverine e X-23 nell’eccellente Logan – The Wolverine [Logan, James Mangold, 2017] o Din Djarin e Grogu in The Mandalorian [Jon Favreau, 2019-2023]). Il Predatore di Badlands, a differenza degli altri capitoli della saga (questo, per inciso, è uno standalone, godibilissimo anche senza aver visto gli altri film) è un protagonista invece che un antagonista, e questo consente al pubblico di empatizzare con Dek, di comprendere il suo dolore, il suo retroterra e il suo desiderio di vendetta e rivalsa. Il giovane Yautja passa dal considerare l’androide come uno strumento a considerarla un membro del suo clan. A questo scopo, è perfetta la scena in cui Thia insegna a Dek la parola terrestre “lupo”, spiegandogli che l’animale, pur essendo un predatore letale e feroce, caccia in branco e sviluppa un legame profondo con i suoi componenti, al contrario di quanto insegna la tradizione dei clan Yautja, che disprezzano la debolezza e applicano con severa crudeltà la legge del più forte a ogni ambito della loro società (facendo una semi-citazione ad Alessandro Barbero, non è un popolo di filosofi quello degli Yautja). Il branco-clan formato da Dek, Thia e Bud, una piccola creatura nativa di Genna, riuscirà a sopravvivere alle insidie del pianeta e ad affrontare tanto il tremendo Kalisk – che riserverà una sorpresa a loro e al pubblico – quanto lo spietato Njohrr. 

L’altro rapporto chiave del film è quello tra Thia e la sua gemella Tessa, riprogrammata dalla Weyland-Yutani per mettere da parte emozioni e sentimenti in favore del completamento della missione, ovvero recuperare un esemplare di Kalisk. Fanning riesce a dare il meglio di sé in entrambi i ruoli, donando la giusta spensieratezza e levitas alla compagna-strumento di Dek e una fredda determinazione a Tessa. 

Personaggi e temi, in ogni caso, servono soltanto a non far sembrare vuota l’azione, che, come anticipato, è quasi ininterrotta. La caccia, essenza della razza Yautja, diventa il vero fulcro del film, che presenta un mondo, quello di Genna, dove regna incontrastato uno stato di natura anarchico e selvaggio, in cui ogni specie è al contempo predatore e preda e dove la minima distrazione può costare una morte dolorosa. Un luogo essenziale, insomma, dove poter dimostrare il proprio valore come predatore alpha e dove è possibile sviluppare una narrazione che, seppur banale e scontata (ma d’altronde non credo che qualcuno si aspettasse Sam Peckinpah da un film di Predator), permette uno sviluppo dei personaggi funzionale e adeguato al tipo di storia inscenata. Le scene di combattimento, fortunatamente, sono dirette con buona mano e sono un piacere da guardare, malgrado una piattezza estetica che deriva dall’ingente utilizzo di immagini generate al computer – ben realizzate, si intenda, ma che esigono un tributo dal punto di vista della resa estetica. Rimangono comunque pregni della giusta intensità sia gli effetti speciali pratici realizzati dalla Wētā Workshop sia certi campi lunghi in stile western che, visti in sala, riescono a far immergere lo spettatore nei mondi alieni di questa galassia fatta di prede e cacciatori. 

In conclusione, Predator: Badlands si inserisce a pieno titolo sia nel trend di un recente filone di ottimi film d’azione sia nella saga complessiva di Predator, che negli ultimi tre anni è stata in grado di regalare una sorprendente qualità a fan e pubblico generale. Considerato che le premesse per un sequel sono già state stabilite, sono molto curioso di vedere dove e come proseguirà la saga. 

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Autore

  • Giovanni Pinotti

    Tanto tempo fa (il 1998), in una galassia lontana, lontana (la Lombardia), nasceva Giovanni “Fusco” Pinotti, detentore dell’onore e dell’onere di essere co-direttore e caporedattore della rivista Le Voyage Dams la Lune. Tra le sue passioni cinematografiche figurano il western, la fantascienza, l’horror gotico, il tridente Leone-Eastwood-Morricone, Akira Kurosawa ed Elio Petri. Quando non scrive o parla di settima arte, è impegnato ad ammorbare i suoi conoscenti con filippiche marxiste o a giocare con il suo cane Ben.

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