FIL-ROUGE: CINE-BOOM
di Gianluca Meotti

Il secondo film di Ermanno Olmi lascia gli innevati monti bresciani de Il tempo si è fermato (1959) per rivolgere il suo sguardo all’interno, al nucleo cittadino che a quelle altezze cronologiche sta vivendo il suo maggior momento di sviluppo. «Per la gente che vive nelle cittadine e nei paesi della Lombardia, intorno alla grande città, Milano significa soprattutto il posto di lavoro», questa è la tag line appare in esergo a Il posto (1961) e brevemente riassume al suo interno i due mondi che sono destinati a confluire in uno solo, più triste, più monotono, più efficiente, in cui c’è meno fatica ma più alienazione, sintetizzati sotto il trait d’union universale che è l’innovazione e che Olmi riesce a esplorare in tutte le sue contraddizioni ed ingiustizie, riuscendo, tramite la storia di formazione di un giovane ragazzo della provincia lombarda, a restituire uno degli sguardi sociologici d’insieme più accurati sul fenomeno del boom economico.

Il giovane Domenico Cantoni (Sandro Panseri) lascia il suo paesino della Brianza per partecipare a Milano ad una selezione volta all’assunzione di impiegati in una banca: tra prova scritta, test psicofisici, un colloquio orale e l’agognata assunzione, Domenico avrà modo di conoscere la metropoli, i suoi caffè, la ragazza Antonietta (Loredana Detto), la solitudine di un Capodanno.
Come già ne Il tempo si è fermato, e come avverrà dopo, Olmi decide di affidare gran parte del peso di questo film ad attori non professionisti o con pochissima esperienza in modo da entrare effettivamente nelle dinamiche di una Milano che sta crescendo a velocità inaudite in verticale e che attira a sé ogni giorno schiere di pendolari dalle zone limitrofe. Gli occhi costantemente fra il trasognante e lo spaventato di Panseri sono la misura ideale con cui approcciarsi a quel contesto sociale in rapido mutamento: Domenico sembra sempre restituire la sensazione di sentirsi fuori posto, come se questa vita, che la sua famiglia e la neonata società dei consumi sperano accetti con estrema gioia e riconoscenza, sia in realtà per lui una condanna che durerà fino alla sua morte. Nei rapporti personali non si riesce più a trovare un appiglio, siano essi sentimentali – le speranze di iniziare una storia d’amore fra lui e Antonietta vengono brutalmente interrotte proprio dalla ditta, che li assegna a due reparti separati e distanti – o amicali, in quanto risulta impossibile sviluppare dei legami con colleghi che hanno il doppio della propria età ed un vissuto completamente diverso.
Ma il momento forse che meglio di tutti suggerisce l’allontanamento da una dimensione di vita comunitaria è la festa di Capodanno organizzata da un dopo lavoro, a cui Domenico partecipa nella speranza di incontrarvi Antonietta. La ragazza non si presenta e a lui non resta altro che scambiare parole di circostanza con i colleghi e le rispettive famiglie, comprendendo che ormai anche il tempo libero non gli appartiene più completamente, fagocitato dai pensieri e dalle ossessioni dell’alienante vita da impiegato. Ma se quando non è in fabbrica la vita sembra non aver senso di essere vissuta, al lavoro tutto concorre ad acuire il senso di non appartenenza che non lo abbandonerà mai, forse per tutta la vita; nella scena finale, riesce a conquistarsi l’agognato posto da impiegato nella sede centrale: lavorerà per sempre in uno stanzino in cui sono state stipate più scrivanie di quante ne entrerebbero; su queste, legati a vita, ci sono altri esattamente come lui, che lo guardano male per giunta.

Il ritratto di Olmi è spietato, caustico e tristissimo, e con il successivo I fidanzati (1963, che trovate sempre in questo numero) costituisce un dittico sugli effetti meno piacevoli e analizzati del boom, un trattato sociologico dell’Italia in divenire, quella che spiccava il volo con i torreggianti grattacieli industriali e in cui iniziava a morire tutto il resto.

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