UMBERTO D.

This entry is parte 3 di 16 in the series N3 2026

FIL ROUGE: CINE-BOOM

di Alessia Vannini

Umberto D. (1952) è solo uno dei numerosissimi capolavori realizzati dal duo artistico Vittorio De Sica e Cesare Zavattini, rispettivamente regista e sceneggiatore. Come la quasi totalità dei loro film, il presente si inserisce nel contesto di un’Italia appena uscita dalla Seconda guerra mondiale. Film emblematico del Neorealismo italiano, un movimento cinematografico primeggiato, fra i vari, dalla coppia De Sica-Zavattini, Umberto D. narra la storia di Umberto Domenico Ferrari (Carlo Battisti), un pensionato statale che vive con una pensione misera di sole 18.000 lire al mese, insufficiente a coprire l’affitto aumentato dalla padrona di casa. Il film segue il disperato tentativo di Umberto di mantenere la dignità nonostante la solitudine, lo sfratto imminente e la povertà, accompagnato solo dal suo cane Flaik.

Ambientato nella Roma degli anni Cinquanta, il film è estremamente rappresentativo del Bel Paese del secondo dopoguerra. Mentre il loro più celebre capolavoro – Ladri di biciclette (1948) – e molti dei loro film si focalizzano su protagonisti bambini, Zavattini e De Sica raccontano qui la storia di un uomo anziano che si ritrova a dover combattere, oltre che con gli acciacchi della vecchiaia, anche con un Paese che non lo tutela.

È molto interessante notare come Umberto D. sia uscito esattamente nello stesso anno di Vivere (生きる, Ikiru) di Akira Kurosawa, altro capolavoro del cinema mondiale con protagonista un anziano che, in questo caso prossimo al pensionamento, si vede obbligato a lottare contro il brutale mostro della burocrazia. Da ciò ne emerge che il problema del signor Ferrari non è una specificità esclusiva dell’Italia, ma una situazione comune ai Paesi del mondo appena usciti dal conflitto mondiale.

Umberto D. è tuttavia emblema del Neorealismo italiano e racchiude in sé tanto la denuncia delle ingiustizie sociali tipiche del cinema impegnato, quanto uno spaccato su un’Italia che si stava in quel momento affacciando al boom economico. Questo lungometraggio si posiziona quindi in una sorta di limbo tra il degrado e il miracolo economico, mostrando già come la fortuna economica sia un privilegio destinato a pochi.

La condizione economica del signor Ferrari è talmente critica che persino essere ricoverati in ospedale si prospetta come un’alternativa migliore a quella di doversi guadagnare da vivere con la pensione, perché almeno lì un tetto sopra la testa, un letto in cui dormire e due pasti al giorno gli sono garantiti.

L’uomo del titolo è interpretato da Carlo Battisti, attore non professionista alla sua prima ed unica performance cinematografica: al tempo professore di linguistica e glottologia, Carlo ironizza in maniera sottile ed efficace su sé stesso, rendendo la sua prova attoriale ancor più realistica ed incisiva.

Come Kanji Watanabe nel film di Kurosawa, il protagonista di questa storia è un uomo amorevole e gentile. Nonostante sia, a buon diritto, spesso scorbutico, Umberto è un uomo premuroso. Questo suo lato più dolce emerge nel rapporto con la giovane serva del palazzo Maria (Maria Pia Casilio) – che si confida con lui rivelandogli di essere incinta ma di non sapere chi sia il padre del bambino – e, soprattutto, col suo cagnolino Flaik, suo fido compagno.

Sulla falsariga della celebre storia del cane Hachikō, ciò che coinvolge maggiormente del film, in aggiunta alla battaglia di Umberto contro un sistema economico spietato, è il rapporto dell’uomo col cane. Le peripezie di Umberto, soprattutto verso la fine del film, si concentrano non tanto sul desiderio di riscatto di sé, quanto piuttosto sul suo desiderio di poter donare a Flaik una vita degna di essere vissuta. L’indole di fedeltà è però forte in Flaik, e questi non desidera vivere in una pensione per cani, con una famiglia ricca, o in una casa con un ampio giardino. Tutto quel che vuole Flaik è restare al fianco del suo padrone che, nonostante le innumerevoli difficoltà, non gli ha mai fatto mancare amore.

La sfortuna del film è stata pressoché la medesima del suo protagonista, incassando circa la metà del suo costo e rendendolo quindi uno dei flop più clamorosi della storia del cinema italiano. Vituperato dalla critica e dalle persone al potere (come dall’allora sottosegretario allo spettacolo Giulio Andreotti) per il ritratto puerile che restituiva del Paese, Umberto D. resta di fatto un film che ha segnato perennemente una pagina del cinema italiano e mondiale. Mentre la censura cercava di mettere a tacere tutti quei film che non presentavano un quadro idillico dell’Italia, Zavattini e De Sica hanno avuto il coraggio di prender parola e raccontare la verità taciuta, a discapito dell’eventuale esito.

Umberto D. è sì un film sulla disparità socioeconomica, ma forse in maniera ancor più preponderante è una pellicola sull’amicizia e sulla bontà di chi, pur non avendo niente, fa di tutto affinché gli altri non debbano patire il suo stesso inferno. Umberto non è in grado di cambiare la sua condizione nei pochi anni o mesi di vita che gli restano, ma tenta quantomeno di lasciare a Maria e a coloro che verranno un mondo migliore rispetto a quello in cui lui si è trovato a vivere.

N3 2026

EDITORIALE IL POSTO

Autore

  • Alessia Vannini è una studentessa di cinema e aspirante regista, sceneggiatrice ed attrice cinematografica. Sin da quando era piccola ha recitato in musical nei teatri della sua città e adesso spera, un giorno, di esordire sul grande schermo, sia che si tratti di stare di fronte alla macchina da presa, sia che si tratti di stare dietro ad essa a dirigere gli attori in scena. Parla quattro lingue (per adesso) e nel tempo libero, oltre a guardare una quantità interminabile di film, le piace scrivere articoli e recensioni sulle pellicole, sulle serie o sui registi che apprezza di più. Le piace molto andare ai film festival e partecipare a incontri, masterclass o anteprime con le sue star preferite.
    Oltre ad essere una grande appassionata di film vecchi, ama anche la musica rock anni ’50-’80 e suona la chitarra. Cinema o musica che sia, ciò che è certo è che proverà almeno una volta tutti i generi, perché non puoi dire che non ti piace qualcosa finché non lo hai provato…


     

     

Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *