IL DIARIO RITROVATO – DAY 6

Estate in città (Summer in the City, Wim Wenders, 1970)

di Riccardo Morrone

Frammentario e irregolare, l’esordio nel lungometraggio del ventiquattrenne Wim Wenders, Summer in the City (Estate in città, 1970) è certamente uno student’s film ruvido e anticonvenzionale, ellittico e forse fin troppo dispersivo. Ci pare però alquanto ingiusta la pretesa di rilevare all’interno di quest’opera quanto e cosa il cinema di Wenders non sia ancora anziché tentare di individuare le tracce di cosa esso è già (sebbene anche tale approccio “retrospettivo” porti con sé i suoi limiti):

a) Traspare già l’idea di un cinema costantemente in movimento e senza meta, dove la visione asseconda il moto e la strada (o le strade);

b) Wenders ha già compreso come la durata di ogni azione – la colazione, una partita a biliardo, uno spostamento in auto, ecc. – possa essere stretchata in maniera del tutto libera, condensata, iterata o dilatata a seconda delle necessità;

c) Vi si può già rintracciare quella mania verso il riquadro che contiene e delimita le immagini in movimento, ovvero lo schermo (grande, piccolo o minuscolo che sia): un elemento che ricorre in maniera regolare ed incessante fino agli esiti più radicali di Fino alla fine del mondo (Bis ans Ende der Welt, 1991);

d) Soprattutto, si nota già l’abilità compositiva, la preziosa immediatezza stilistica e il ruolo centrale a tal proposito dell’operatore Robby Müller che lo accompagnerà per i successivi tre decenni. Forse il tratto più evidente resta l’indubbia capacità di trasfigurare gli spazi urbani e, coerentemente con l’arte del periodo, di convertire in icone gli oggetti ordinari (le stazioni AMOCO): le riprese notturne e le strade spoglie e innevate contribuiscono a produrre l’immagine ancora spettrale della Germania alla fine degli anni Sessanta. E, come se non bastasse, verso la fine del film il “sogno” americano bussa già alla porta.

In Estate in città Wenders non esita a ripensare il bilanciamento e l’armonia tra pieni e vuoti, mentre il silenzio si alterna ad una straniante voice over (appiccicata per via di rocambolesche vicende produttive) e ai suoi brani rock preferiti dell’epoca, come quello dei Lovin’ Spoonful che dà il titolo alla pellicola.


Morte a Venezia (Luchino Visconti, 1971)

di Gianluca Meotti

Morte a Venezia si apre con una lentissima assolvenza dal nero verso un’alba veneziana, accompagnata dall’Adagietto della Quinta di Mahler. La luce calda, quasi turneriana grazie alla fotografia di Pasqualino De Santis, è attraversata da un’inquietudine che si rivela tutta nello sguardo di Gustav von Aschenbach (Dirk Bogarde). Un dettaglio apparentemente insignificante – la poltroncina di vimini slabbrata su cui siede – anticipa la frattura interiore del protagonista.

Musicista anziché scrittore, come nel racconto di Thomas Mann, Aschenbach giunge a Venezia per ristabilirsi, ma il suo vero male è una crisi esistenziale: la ricerca di un ideale di bellezza assoluta, apollinea e incorrotta. L’incontro con il giovane Tadzio (Björn Andrésen) trasforma quell’ideale in un’ossessione che mette in crisi ogni costruzione morale. Quando tenta di lasciare Venezia, un contrattempo con i bagagli lo costringe a restare: non un semplice imprevisto, ma il segno di un destino da cui non può sottrarsi. Mentre la città è devastata dal colera, simbolo di una corruzione anche morale, Aschenbach sceglie di esporsi al contagio pur di continuare a inseguire Tadzio. Visconti segue questo doloroso itinerario, alternando pietà e spietato smascheramento. Il trucco che il protagonista applica sul volto per celare la vecchiaia richiama l’uomo truccato incontrato all’arrivo: ciò che inizialmente lo disgustava diventa il suo riflesso. Tadzio resta irraggiungibile, più specchio che oggetto d’amore, rivelando un desiderio di vita rimasto sempre represso. Nel finale, mentre la tinta cola sul volto di Aschenbach e il ragazzo si dissolve nella luce del tramonto, si compie il crollo definitivo delle sue difese. L’assolvenza iniziale assume così il valore di una dichiarazione poetica: il film è un lento percorso di disvelamento, il tentativo impossibile di liberarsi dalle maschere che impediscono di vivere davvero.


Karl e Kristina e La nuova terra (Utvandrarna o The Emigrants, Nybyggarna o The New Land, Jan Troell, 1971-1972)

di Alessandro Capecci

Qualunque cosa ci accada in America, noi resteremo insieme.

Come si può pretendere che io perdoni Dio dopo tutto questo?

Nelle lunghe epopee che prendono vita sullo schermo cinematografico – solo per citare le due più recenti, The Brutalist (Brady Corbet, 2024) e Il testamento di Ann Lee (The Testament of Ann Lee, Mona Fastvold, 2025) – l’America rappresenta sempre una terra di promesse e speranze, un bagliore di riscatto esistenziale che si staglia oltreoceano. Altrettanto spesso, tuttavia, promesse e speranze sono frutto di una crudele idealizzazione, pronta a svanire come un miraggio non appena si tocca con mano il Nuovo Continente.

Karl e Kristina e La nuova terra (Utvandrarna o The Emigrants, Nybyggarna o The New Land, Jan Troell, 1971-1972) seguono la lunga storia di vita di Kristina (Liv Ullmann), Karl Oskar (Max Von Sydow) e Robert (Eddie Axberg), che assieme ad altri uomini, donne e bambini svedesi abbandonano la loro terra natale – vessata dalla fame e dalla miseria – per cercare condizioni di vita migliori nell’America della metà del XIX secolo. Le loro gioie e tragedie personali, il lungo viaggio in nave, la fratellanza tra i membri della comunità svedese, i desideri e le volontà di riscatto, il grande dispiegamento della Storia convergono tutti all’interno della nascita di una nuova e febbrile nazione: l’America.

Il grande racconto di sei ore e mezza di Jan Troell – che da questo momento in poi verrà considerato un’opera unica, data la coincidenza dell’oggetto narrativo e la realizzazione contemporanea delle riprese di entrambi i film – possiede, come tutti i grandi racconti, l’aspirazione a contenere tutte le narrazioni della storia dell’umanità. Innanzitutto, c’è il viaggio. Karl Oskar non sopporta ulteriormente l’insufficienza e la sterilità di una terra matrigna insensibile alla loro sofferenza, che non può garantire la sopravvivenza della sua famiglia; a nulla sembra nemmeno servire l’invocazione della protezione di Dio, sordo com’è alle disperate preghiere di Kristina o rappresentato da uomini di Chiesa stolti e ipocriti, contro i quali si scaglia l’intrepida Ulrika (Monica Zetterlund) in un dialogo che sembra fuoriuscire dal personaggio di Oliver Reed in Ken Russell’s The Devils (I diavoli, Ken Russell, 1971). Allo stesso tempo Robert, nel suo impeto giovanile, rifiuta qualsiasi autorità al di sopra di lui: l’incontenibile desiderio è quello di vivere da uomo libero in uno Stato immaginato come più libero. L’idealizzazione del Nord America da parte di Robert è dolce e commovente come il suo carattere, trasognante e scalpitante come quella di un bambino nei confronti di un desiderio ossessivo. Nulla, all’apparenza, può fermare lui e gli altri membri della comunità svedese a portare a termine il viaggio: né la tempesta né la nausea, non la malattia e neppure la totale incompetenza nella lingua inglese. Il viaggio, come accade nell’epica e parimenti nella vita umana, come per Ulisse ed Enea, per László Tóth e Madre Ann Lee, muta i connotati dell’esistenza. Con quanta bellezza e felicità per lo spettatore Kristina e Ulrika scoprono il loro rapporto d’amicizia dopo tanto astio, mentre Ulrika indossa meravigliosi cappelli e si unisce in matrimonio per scoprire una nuova vita!

Eppure, poco dopo il loro arrivo in America, si solleva già qualcosa di sinistro che prelude alla tragedia. Gli Stati Uniti non sono affatto la terra delle opportunità immaginata da Robert, ma una nazione annodata con lo schiavismo e la discriminazione, strappata e deturpata a chi quel territorio già lo occupava. Ecco allora che nella seconda parte della grande narrazione la storia dei personaggi svedesi diviene un pretesto per mostrare i rivolgimenti intestini della Storia americana e mettere in scena quello che a tutti gli effetti rappresenta un western revisionista. Si nevrotizza il montaggio di Jan Troell mentre il personaggio di Robert parte per la California alla ricerca dell’oro, fallendo nel suo nuovo viaggio e scontrandosi solamente con la desolazione, la febbre gialla e la morte; quasi svanisce il suono diegetico nelle azioni che prendono vita sullo schermo; esplode la violenza da parte dei nativi americani, che aggrediscono, uccidono e strappano dalle viscere di una donna svedese un bambino non ancora partorito.

I personaggi per i quali lo spettatore aveva fino a quel momento provato compassione ed empatia si scoprono, in uno scioccante capovolgimento di sguardo, degli egoisti e usurpatori, sprezzanti e diffidenti nei confronti degli indiani d’America e del loro territorio invaso. Non riescono, gli uomini e le donne svedesi, a servirsi delle loro esperienze di immigrazione e sofferenza per comprendere gli altri emarginati, coloro che già gli statunitensi vorrebbero eliminare. Ed è forse questa la tragedia più grande della loro esistenza.

L’attraversamento della fratellanza, della speranza, della disillusione e della morte nel gigantesco racconto di Jan Troell si è rivelato una delle visioni più belle di questa edizione del Cinema Ritrovato.

Autori

  • Classe 2003, Riccardo è pigro, nato vecchio e convinto giochista. Aspirante nullafacente, prova a studiare cinema e trascorre i suoi giorni guardando cose (dal dubbio gusto e valore intellettuale), tra il cinema e lo stadio. Ha poche, granitiche certezze: di sicuro Scorsese come ispirazione e Lionel Messi come fede religiosa.


  • Studente DAMS di giorno; per il resto cinema, film e pellicole cinematografiche. Nella sua testa c’è sempre un piccolo Marshall McLuhan che gli dà ragione.


     

     

     

     

     

  • Nato nel 2001, laureato in Lettere moderne e studente del CITEM all’Università di Bologna. Alessandro vive a Bologna ed è appassionato di cinema e scrittura. Più che redigere recensioni, preferisce individuare e analizzare elementi suggestivi per parlare dei film che vede al cinema. Nel 2023 ha realizzato Narrazione, un cortometraggio sperimentale che si interroga sulla definizione di genere in ambito narrativo. Nel 2024 ha svolto il ruolo di maschera per il cinema in Piazza Maggiore durante la XXXVIII edizione del Cinema Ritrovato di Bologna. Nel 2025 è stato membro della giuria Young Critics durante la XXI edizione del Biografilm Festival di Bologna.


     

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