NUOVE USCITE
Di Gianluca Meotti
“Honey O’Donahue, to what do we owe the honor?”; così esclama il detective della squadra omicidi della piccola città californiana dove ha luogo Honey Don’t!, secondo capitolo della trilogia di lesbian B-movie di Ethan Coen e Tricia Cooke, ogni volta che la protagonista arriva da lui in cerca di informazioni. E questo basterebbe per capire che idea di cinema ci sia dietro questo film. Un cinema che, come gran parte di quello dei fratelli Coen, reinterpreta e rielabora il passato, usando gli stereotipi dei generi affrontati e i settari modi di rappresentazione a proprio vantaggio per creare un’estetica nuova che diventi anche riflessione sul genere.

Honey O’Donahue (Margaret Qualley) è una giovane investigatrice privata di Bakersfield che si trova coinvolta in un caso quando una sua potenziale cliente, Mia (Kara Petersen), muore in un misterioso incidente d’auto. Aiutata dal detective Marty Metakawich (Charlie Day) e dalla sua assistente Spider (Gabby Beans), Honey scopre che Mia era legata alla Four-Way Temple, una chiesa guidata dal carismatico ma ambiguo reverendo Drew Devlin (Chris Evans). Le indagini portano a una rete di traffici illegali e bugie che coinvolgono membri della comunità locale e finti profeti pronti a tutto pur di mantenere il loro potere. Nel frattempo, Honey si divide tra la famiglia — la sorella Heidi (Kristen Connolly) e la nipote Corinne (Talia Ryder) — e l’attrazione per l’agente MG Falcone (Aubrey Plaza), con cui instaura un legame sempre più profondo.
In Honey Don’t!, Ethan Coen sembra aver trovato una strada più decisa rispetto al non felicissimo precedente Drive-Away Dolls (2024), nonostante gli elementi in comune si sprechino: un’America di falsi idoli che sono solo imbonitori da fiera, Margaret Qualley incapace di sorridere, criminali inetti, etc. Ma il pregio effettivo dell’ultima opera è la sua totale immersione nel genere, territorio che permette al suo regista una manipolazione di sensi molto più interessante, anche in chiave politica. Partendo proprio dal leitmotiv che il detective Metakawich enuncia ogni volta che Honey entra nel suo studio (e che Charlie Day recita con una voluta artificiosità, che risulterebbe plastica anche per un telefilm anni Settanta), il film è una continua riproposizione di luoghi comuni e frasi fatte da manuale del “buon noir”. Tutta la vicenda gira attorno ad una morte che all’inizio sembra essere un comune incidente d’auto, ma che poi, grazie alle capacità investigative e d’intuizione di un detective cupo e che non lascia mai troppo spazio alla gioia, si scoprirà essere solo la punta dell’iceberg di un piano più grande.
Tutto bene, tranne per il fatto che “il detective” è una donna lesbica sulla trentina che, esattamente come gli ispettori che hanno fatto la storia del genere, non rimarrà intoccata dal fascino di una femme fatale. Proprio perché così platealmente debitore di tutto ciò che è venuto prima, il film riesce a portare avanti un discorso di micro-reinvenzione del genere, merito soprattutto della sua protagonista e della divertentissima sceneggiatura, che alterna momenti di ironia nonsense puramente coeniana a picchi di violenza truce e gratuita. L’appartenenza così plateale al genere si presta anche ad una rappresentazione dell’America abbastanza netta: senza scadere nel proselitismo ideologico, la coppia Coen/Cooke, nella piccola cittadina dov’è ambientata la storia, delinea una Nazione che si affida al primo affabulatore che passa e che le promette un minimo di serenità, anche a costo della propria libertà. Certo, tutte cose che già sappiamo, ma che risultano estremamente godibili quando l’affabulatore in questione è un Chris Evans (chi più di lui adatto ad essere il rappresentante dell’America?) versione ministro del culto, che usa i suoi stessi sermoni come dirty talks fra le lenzuola e nasconde dietro la congregazione da lui fondata un cartello della droga intercontinentale. In questo pot-pourri di sensazioni varie, a non far cadere tutto ci pensa Margaret Qualley, corpo attoriale libero da qualsiasi pudore; la sensuale ironia con cui la sua Honey affronta ogni scenario che le si palesa davanti è la prova di un’attrice che ha ormai compreso quanti aspetti della produzione può influenzare solo con la sua presenza. Qui è lei a rendere il film godibile quando tutto il resto sembra venir meno e quando i misteri della trama non bastano più.

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