HENRY, PIOGGIA DI SANGUE

This entry is part 9 of 34 in the series N7 2025

FIL ROUGE: HALLOWEEN

Di Gianluca Meotti

Henry, pioggia di sangue (Henry: Portrait of a Serial Killer, John McNaughton, 1986) è in sostanza la trasposizione cinematografica di alcune storie raccontate dal serial killer Henry Lee Lucas, il quale tronfiamente sosteneva di aver ucciso almeno seicento persone, salvo poi raccontare lo stesso omicidio in maniere diverse in occasioni diverse ed essere stato condannato “soltanto” per undici di quei presunti seicento omicidi. Il film non si distanzia molto dalla realtà, anche se non offre uno sguardo oggettivo che vuole ricostruire i fatti in maniera lineare; si viene piuttosto coinvolti in prima persona nella follia omicida di Henry (Michael Rooker) e nella sua ricerca costante e atavica di vittime, soprattutto donne. Il racconto è tendente alla schizofrenia, tanto che il primo omicidio che vediamo chiaramente commesso dal protagonista avviene a quasi metà film; le vittime sono due prostitute che Henry e il suo coinquilino ed ex compagno di prigione Otis (Tom Towles) avevano adescato poco prima. Fino a questo momento, non era mai stato ripreso Henry “in azione”, sostituendo gli omicidi con le inquadrature dei corpi privi di vita delle vittime. La violenza, quindi, esplode tutta all’improvviso, e si assiste al suo espandersi anche sugli altri, al rilascio delle indoli più bestiali degli esseri umani una volta venuti a contatto con i picchi adrenalinici dell’omicidio. Così, anche Otis inizia a trovare divertente uccidere ed insieme ad Henry gira per le strade di Chicago con una videocamera che prima poserà il suo obbiettivo sulla vittima, per poi registrare le sevizie che i due uomini le infliggeranno.

A questo punto, il tono del film cambia radicalmente. Se nella prima parte si apriva un discorso, condiviso da Henry con Becky (Tracy Arnold), sulle motivazioni profonde del protagonista, radicate negli abusi subiti da parte della madre che lo costringeva ad assistere ai suoi atti di libertinaggio, e si accendeva una scintilla di critica all’amministrazione Reagan, impegnata a combattere la diffusione della pornografia con l’appoggio di associazioni religiose, a partire dall’inizio della serie di omicidi la pellicola si trasforma in un buddy movie sorprendentemente divertente e carico di humor nero. Questa dimensione ironica, però, viene presto abbandonata per lasciare spazio a un crescendo di slasher, abusi familiari e corpi fatti a pezzi.

Girato nel 1985 e costato 110mila dollari, il film dovette spendere circa tre anni nel purgatorio della MPAA (Motion Picture Association of America, dal 2019 nota solo come MPA), l’associazione che tutela gli interessi delle grandi case hollywoodiane, a causa dei suoi contenuti difficili e del ricorso ad una violenza estrema. Vinte le diatribe sulla moralità, uscì nei cinema americani nel 1989, riportando risultati di botteghino modesti ma buone recensioni. Le stesse buone recensioni gli verranno accordate qualche anno più tardi quando arriverà da noi, scatenando però le ire di Nanni Moretti, che in Caro diario (1993) decide di andarlo a vedere, per poi andare a seviziare il critico che ne aveva parlato bene. Ma questo è un altro discorso.

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Autore

  • Studente DAMS di giorno; per il resto cinema, film e pellicole cinematografiche. Nella sua testa c’è sempre un piccolo Marshall McLuhan che gli dà ragione.


     

     

     

     

     

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