ETERNITY

This entry is part 16 of 29 in the series N9 2025

NUOVE USCITE

Storia di un ménage à trois nell’aldilà

Di Gianluca Meotti

Ve lo ricordate quello studio che aveva preso il suo nome dall’autostrada che collega Roma a Teramo e che produceva film di autori nuovi, freschi e che avevano qualcosa di interessante da dire e nuovi modi per dirlo? Come si chiamava? Ah sì, A24. La casa che ha segnato l’ultimo decennio di cinema indie è rimasta forse un po’ vittima della sua stessa forma, e con gli ultimi progetti gli incassi sono gradualmente diminuiti, così come, d’altronde, si è fatto sempre meno favorevole il plauso della critica, il vero fattore con cui è sempre stato misurata la salute dello studio. Arriva quindi al cinema Eternity (David Freyne, 2025), cast importante e idea originale che sembrerebbe essere molto più disponibile ad essere sondata nel profondo di quanto il film alla fine faccia.

Una coppia di anziani si sta dirigendo al gender reveal party della nipote, ma lui muore alla festa per un salatino andato di traverso e lei lo segue poco dopo, perché già malata di cancro. A distanza di pochi giorni, i due si risvegliano in un aldilà di passaggio nel quale devono scegliere il mondo ideale in cui voler vivere per l’eternità. Lui, Larry (che adesso è Miles Teller), aiutato dalla “consulente per l’aldilà” Anna (Da’Vine Joy Randolph) sceglie un mondo spiaggia nel quale vorrebbe portare lei, Joan (che adesso è Elizabeth Olsen), per vivere per sempre felici e contenti. Ma il problema si pone quando ad aspettare Joan c’è anche il suo primo marito, Luke (Callum Turner), morto nella Guerra di Corea.

Il ménage-à-trois ultraterreno sembrava un ottimo punto di partenza per intavolare discorsi sulla coppia, su quanto un individuo conti all’interno della stessa e su cosa si sceglierebbe quando si hanno tutte le possibilità a disposizione, ma David Freyne decide di non esplorare tutte le infinite possibilità che sarebbero potute scaturire dalla sua idea e confeziona piuttosto una rom-com senza infamia e senza lode, che vidima tutti gli obblighi del genere. La scrittura è pregevole e si ride veramente, ma alla fine il film si ricorda solo per quello che non è e per le occasioni mancate. Se da un lato Freyne è molto bravo a creare un mondo parallelo affascinante, sia da un punto di vista architettonico-scenografico che per quanto riguarda l’aspetto più burocratico-legislativo, con le sue regole ben codificate e che riempie di easter egg deliziosi (come quello dell’eternità repubblica di Weimar ma senza nazisti), dall’altro lato manca totalmente di lucidità quando deve arrivare a qualcosa, soprattutto per quanto riguarda la costruzione di un percorso emotivo per arrivare a questo qualcosa.

Tutto è molto canonico, dai personaggi alle situazioni (grandi litigi, grandi pacificazioni e grandi stravolgimenti finali), fino alla regia che, oltre a prendere in prestito le idee visive di alcune scene di Se mi lasci ti cancello (Eternal Sunshine of the Spotless Mind, Michel Gondry, 2004) ma senza quella grazia, per buona pace di Michel Gondry, non offre spunti memorabili; tutto si esaurisce quindi attorno alla prova stupenda di Da’Vine Joy Randolph, la quale, dopo l’Oscar per The Holdovers – Lezioni di Vita (The Holdovers, Alexander Payne, 2023), si concede un ruolo totalmente comico, in cui è scissa fra la tenerezza che prova per Larry e la sua situazione e l’inclinazione costante nel rimetterlo con i piedi per terra, della gestione di queste due spinte. Da questo pragmatismo romantico emerge il personaggio più memorabile di un film che si appiglia solo alla sua idea di base e che da questa non riesce a cavare più che qualche risata e un sorriso un po’ malinconico sul finale.

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Autore

  • Studente DAMS di giorno; per il resto cinema, film e pellicole cinematografiche. Nella sua testa c’è sempre un piccolo Marshall McLuhan che gli dà ragione.


     

     

     

     

     

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