C’ERA UNA VOLTA MIA MADRE

This entry is part 15 of 29 in the series N9 2025

NUOVE USCITE

La mère est toujours une mère

Di Gianluca Meotti

1963. Roland (Naïm Naji) nasce con un piede equino che lo costringerebbe a passare tutta la vita schiavo di una disabilità, se non fosse per la strenua fede e lo zelo della madre Esther (Leïla Bekhti), che combatte la scienza, il buonsenso e la legge per garantire al figlio un’esistenza come tutti gli altri. Roland (che da adulto sarà Jonathan Cohen) prima diventerà un attore bambino di enorme successo, poi un importante avvocato. Nonostante i successi professionali e personali – si sposerà ed avrà tre figli – non sarà capace di liberarsi della presenza della madre, decisa fino alla fine a prendersi cura del suo bambino.

Sembra che la musica di Dusty Springfield sia perfetta per raccontare famiglie disfunzionali. La pensa così Jim Jarmusch, che nel suo ultimo film, un racconto dei rapporti sui generis di tre nuclei famigliari, Father, Mother, Sister, Brother (2025), utilizza come motivo ricorrente Spooky; Ken Scott sceglie invece di utilizzare il pezzo più conosciuto della cantante inglese, Son of a Preacher Man, all’inizio di questo racconto edipico, tratto dalla autobiografia di Roland Perez, tutto incentrato sul rapporto a dir poco complesso fra una madre e suo figlio.

Mischiando commedia e dramma familiare, Scott riesce in un’opera che funziona per metà, letteralmente. Tanto nella prima parte restituisce bene le difficoltà da parte di Esther nell’andare contro tutti, compresa una funzionaria del governo e la sua stessa famiglia, la fede incrollabile di una madre e il riformarsi del cordone ombelicale, che si ricostituisce a poco a poco negli anni, tanto nella seconda parte, il regista sembra perdere completamente le redini del racconto, accumulando un evento dopo l’altro senza soffermarsi davvero su nessuno di essi. Le scene scorrono come la vidimazione affrettata di un biglietto che registra solo le tappe più importanti della vita di Roland, ma senza un vero coinvolgimento emotivo. 

Tutto quello che di buono era stato costruito durante le scene dell’infanzia di Roland viene appesantito da una seconda parte che non rispecchia quel tono da generazione Ye-ye che il regista era riuscito ad imprimere nella prima. Unendo la tenacia nell’affrontare la disabilità della madre, che ricorda un po’ quella dei personaggi di Colin Firth e Helena Bonham Carter ne Il discorso del re (The King’s Speech, Tom Hooper 2010) a spunti da coming-of-age, in cui il piccolo Roland apprende i fatti della vita filtrati dalla televisione e dalla figura di Sylvie Vartan (in originale il film si chiama Ma mère, Dieu et Sylvie Vartan), Scott mette le basi per un racconto in bilico tra dramma e commedia, che, nonostante la voglia incontenibile di arrivare a concludere, funziona grazie ad una sceneggiatura che trova comunque degli sbocchi comici anche assurdi (come quando Esther, il giorno delle nozze di Roland con una donna ebrea, si strugge piangendo sul pavimento del bagno perché al ricevimento erano stati serviti dei gamberetti) e a un Jonathan Cohen in un ruolo più drammatico del solito, che prova a tappare le deficienze emotive lasciate dalla regia. C’era una volta mia madre funziona e, a dispetto dei suoi difetti, riesce a stare in piedi, come il suo piccolo protagonista.

P.S.: il peggior de-aging dell’anno se lo vince questo film, con buona pace di Wicked – Parte 2 (Wicked: For Good, John M. Chu 2025).   

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Autore

  • Studente DAMS di giorno; per il resto cinema, film e pellicole cinematografiche. Nella sua testa c’è sempre un piccolo Marshall McLuhan che gli dà ragione.


     

     

     

     

     

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