COSTUMI
di Morgana Maria Mosconi
Se Arancia meccanica (A Clockwork Orange, Stanley Kubrick, 1971) ha ottenuto la fama che oggi detiene è anche grazie ai costumi, pensati dalla celebre costumista Milena Canonero, vincitrice quattro volte agli Oscar per i Migliori costumi e fedele collaboratrice del regista, con il quale collaborerà anche in Barry Lyndon (1975) e Shining (The Shining, 1980). È incredibile pensare come la donna, venticinquenne appena uscita dagli studi di Storia dell’arte e del Costume a Genova trasferita a Londra, sia riuscita al suo primo incarico cinematografico professionale a creare dei costumi così iconici e geniali, entrati a far parte della coscienza comune.
Il perché della loro così riconoscibile ed efficace estetica è in realtà piuttosto semplice: l’ispirazione viene direttamente dalle strade di Londra, dalla moda giovanile creata dalle gang negli anni Settanta, fusa a qualche caratteristica classica dello stereotipo estetico inglese.
La costumista dice fin da subito che il suo scopo principale non è mai stato quello di riportare fedelmente l’estetica descritta e raccontata nell’omonimo romanzo. Spiega in varie interviste come nel libro ci fossero indicazioni relative all’immagine dei personaggi e al loro modo di vestire, ma che queste fossero fin troppo fantascientifiche. Il regista aveva invece disegnato un mondo molto più vicino, esteticamente ma non solo, alla realtà. In questo modo Canonero parte da questa idea trasformando i personaggi il più simile possibile a dei normali cittadini, anche se comunque grotteschi e disturbanti.
L’unica cosa che ricrea fedelmente al romanzo sono le protezioni indossate dai Drughi.


Per tutto il resto, alla costumista è bastato guardarsi in giro per le strade di una Londra anni Settanta. All’inizio di questo periodo il centro della città brulicava di gang giovanili. Ognuna di queste aveva il suo codice di riconoscimento attraverso la propria estetica, una vera e propria divisa in base alla sottocultura di appartenenza. Come lei stessa afferma, al tempo si avvistavano bande di ragazzi vestiti con pezzi militari, quasi a sembrare uniformi, ma tutti mischiati tra loro, altri invece seguivano la storia lasciata dalla moda edwardiana.
Ma il gruppo a cui la pellicola deve di più sono gli skin-heads. Era il gruppo che più impauriva la popolazione, ed effettivamente le loro caratteristiche estetiche erano costernate da elementi piuttosto grotteschi e minacciosi. A questo grottesco Canonero si è maggiormente ispirata. Da loro prende le celebri bretelle e gli stivali – i veri skin-heads usavano gli stivali da paracadutista.


Grazie ai primi piani del film, passa anche alla storia il celebre make-up, e quello più riuscito appartiene al protagonista Alex (Malcolm McDowell), con le ciglia finte solo su un occhio.
La dualità tra bene e male è un chiarissimo argomento della pellicola, ripreso costantemente anche dai costumi.
La costumista decide così di far coesistere nell’estetica dei Drughi le caratteristiche delle sopracitate gang giovanili e quelle del classico borghese inglese, proprio perché i personaggi stessi del film rappresentano una parodia della borghesia inglese, insieme a tutte le sue contraddizioni e i modi controversi. Decide così di vestire i quattro Drughi totalmente di bianco, richiamando fortemente la divisa da cricket, il tutto accompagnato da bastone da passeggio e bombetta nera, simboli più classici dell’establishment britannico. Tutti questi elementi indossati dal capo di una gang di strada dissacrano l’immagine della rispettabilità inglese, incutendo allo stesso tempo terrore e disturbo, stridio tra le caratteristiche estetiche e le azioni fisiche. Lo stesso bastone, che in certi momenti dona ad Alex un’aria piuttosto edwardiana, diventa uno spadino usato per ferire e uccidere. Tutti tocchi ironicamente inglesi.

L’ultima caratteristica estremamente interessante, che sviluppa anche parecchi spunti di riflessione, è lo sguardo alla società odierna, e al suo sistema moda. Il film è ambientato in un futuro imprecisato, dove i personaggi, al di fuori dei Drughi, adulti e genitori, sono vestiti in maniera estremamente estravagante. Lo possiamo notare soprattutto nella madre (Sheila Raynor), sempre agghindata con parrucche dai colori fluorescenti e minigonne lucide in quella che è chiaramente plastica e tacchi con zeppe alte e ampie. Questo perché nell’universo di Arancia meccanica – o perlomeno nel futuro immaginato da Canonero – i vestiti che negli anni Settanta (ma anche ai nostri giorni ) vengono indossati dai giovani sarebbero diventati moda anche per le persone di maggiore età in un futuro non troppo lontano. È piuttosto chiaro il riferimento ad un mercato di massa a basso costo e di qualità scadente, argomento piuttosto sentito al tempo della nascita delle grandi produzioni industriali e allo stato embrionale del sistema del fast fashion.

I costumi di Arancia meccanica sono una ventata di aria fresca, tanto nel ‘71 quanto oggi. Non si parla solamente dei colori e delle perfette combinazioni che hanno creato una quasi-divisa altamente riconoscibile da chiunque, ma si parla anche e soprattutto della genialità di Milena Canonero nel raccontare un’intera società in una decina di look, sbeffeggiandola e smascherandone l’ipocrisia attraverso i codici stilistici più rappresentativi dei due estremi della società inglese.

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