27-99: GLI ESORDI NEL CINEMA
Di Riccardo Morrone

Chiacchiere dentro (e fuori) un diner, discorsi sparsi tra giocatori d’azzardo, piccole e grandi schermaglie coniugali. Non c’è molto di più di questo nel cortometraggio Cigarettes & Coffee (1993), ma tanto basta a tenere alta l’attenzione di chi guarda nei confronti di cinque personaggi qualunque, sottilmente congiunti da una banconota da venti dollari: ventitré minuti in una qualità davvero scadente, entro i quali c’è già tanto del Paul Thomas Anderson che siamo abituati a conoscere.
Allo stesso modo, sull’impulso quasi magnetico di un lungo dialogo tra due sconosciuti si fonda anche l’incipit del suo esordio al cinema: ci troviamo nel Jack’s Coffee Shop di Reno, ancora una volta in una tavola calda, luogo d’elezione per i cineasti americani negli anni Novanta: ospita, infatti, non solo la sequenza iniziale dei primi due film di Tarantino – a tal proposito, sarà un caso la presenza nel corto di William L. Baltz, il poliziotto de Le Iene? – ma anche il tesissimo confronto tra Jimmy e Harry verso la fine di Quei Bravi Ragazzi, a cui sembra rifarsi PTA nella maniera in cui struttura tale spazio.
Hard Eight (titolo che, come è noto, fu imposto ad Anderson dalla Rysher Entertainment, benché lui preferisse Sydney, rimasto ad esempio nella localizzazione italiana) passò sostanzialmente in sordina alla sua uscita e in effetti non ha le stigmate dell’esordio folgorante; nonostante ciò, resta un’opera necessaria, il primo tassello fondamentale per comprendere il mosaico variegato ma composito di un autore che ha spesso messo al centro del suo cinema proprio il tassello, la scheggia autosufficiente, la frammentazione della totalità. Come accade anche in questa pellicola, una storia che va ben al di là dell’esile trama neo-noir cucita attorno al silenzio e all’aura di mistero del protagonista Sydney (Philip Baker Hall), oldtimer del gioco d’azzardo, nel tentativo (parzialmente riuscito) di esplorare la fragilità e la confusione di giovani abbandonati a loro stessi dal mondo che li circonda, come John (John C. Riley) e la tenera Clementine (Gwyneth Paltrow). È, dunque, già anticipata in modo assai evidente tutta la complessità dei rapporti padre-figlio che animerà la sua produzione successiva, così come il peso incombente del passato sugli individui nella contorta quanto equivoca relazione tra casualità e predestinazione. Come scrive Roberto Manassero nel suo Paul Thomas Anderson. Frammenti di un discorso americano (Bietti Edizioni, 2015): «negli spazi geograficamente delimitati del suo cinema, da Las Vegas a Reno alla San Fernando Valley, Anderson trova un senso universale del tempo, dello spazio e del movimento, trasformando l’America in un paesaggio astratto dove è sempre possibile risalire alle origini di una colpa […]. Un sistema che fa riferimento alle colpe dei padri.» E in questo caso, nonostante la gravità della colpa di Sydney, la redenzione rimane una possibilità, o quantomeno qualcosa a cui tutti – padri e figli – possono aspirare. Anderson, inoltre, si dimostra già maestro nella valorizzazione di corpi e facce: dal viso imperscrutabile di Philip Baker Hall alla presenza un po’ goffa di John C. Riley, fino all’esuberanza di un giovane Philip Seymour Hoffman (qui in un cameo), viene inaugurata la galleria di volti da lì in poi ricorrenti nel suo universocinematografico. La consapevolezza nei propri mezzi si manifesta nella padronanza di uno stile già elaborato e in buona parte maturo, che si esalta nella complessità e nel dinamismo dei movimenti di macchina. Certo, il piano sequenza e la carrellata diventeranno i suoi marchi di fabbrica, ma notando l’eleganza con la quale la steadycam si muove agile e disinvolta tra le attrazioni del casinò – quasi fosse dotata di coscienza e volontà proprie – è difficile non viaggiare con la mente al capolavoro di Martin Scorsese dell’anno precedente.

Hard Eight è un debutto notevole soprattutto perché nelle sue atmosfere si respira già a pieni polmoni l’aria fresca del Post-Moderno, un solco sì fertile in quel momento (qui incarnato dalla presenza di Samuel L. Jackson), ma in cui Anderson saprà scavare profondamente e in maniera del tutto personale. Dal gambling al porno, l’indagine sui vizi e le fragilità dell’uomo troverà la sua prosecuzione in Boogie Nights (un’idea sulla quale lavorava già da anni, The Dirk Diggler Story) e rimarrà presenza costante, talvolta sotterranea in tutta la sua opera.
Ci resta una certezza: la scommessa vincente su cui mettere le proprie fiches era quel giovane regista californiano, che sarebbe di lì a poco diventato un Gigante del cinema americano contemporaneo.

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