27-99: GLI ESORDI NEL CINEMA
Di Dario Mhillaj

Adattato dall’omonimo romanzo di Yoshikazu Takeuchi e di libera ispirazione hitchcockiana, Perfect Blue (Pāfekuto Burū, 1997) risulta ancora oggi più attuale che mai, per tecnica e tematiche trattate. Satoshi Kon, con questo esordio folgorante e nonostante una carriera molto breve (quattro lungometraggi), che termina con la sua scomparsa prematura nel 2010, riesce a lasciare una forte impronta nel cinema contemporaneo, tanto da essere di ispirazione per registi come, fra i tanti, Darren Aronofsky, David Fincher, Christopher Nolan e Michel Gondry. Un thriller psicologico d’animazione che si muove tra piano della realtà e quello di rappresentazione, fino a non far più percepire allo spettatore una linea di confine tra le due. Mima Kirigoe è una idol e, nonostante faccia parte di un terzetto j-pop di successo chiamato le Cham, è insoddisfatta; decide quindi di dare una svolta alla sua carriera e di lasciare il gruppo per dedicarsi alla recitazione. Tra lo scontento generale dei fan, risalta in particolar modo quello di un suo stalker, che recepisce questa decisione come un tradimento, scatenando le sue violente manifestazioni d’ira.
La novella attrice sceglie di prendere parte ad una serie televisiva, ma dopo un esordio davanti alla macchina da presa alquanto fiacco, che costringe il suo agente a trovare un modo per lanciare la sua carriera, la soluzione sembra essere quella di girare una scena di stupro, che compromette la situazione psicofisica di Mima. La protagonista inizia a ricevere minacce e messaggi minatori da parte dello stalker, scoprendo inoltre l’esistenza di un sito internet chiamato Mima’s Room, che documenta in modo agghiacciante ogni dettaglio della giornata di Mima. A questo si aggiungono una serie di omicidi efferati che si verificano sempre attorno alla giovane attrice, mentre la sua condizione psicologica si sgretola pian piano. Mai prima d’allora un film d’animazione era stato così rivoluzionario nel genere e nell’uso della violenza, che fino a quel momento era utilizzata solo nell’horror o nell’azione: Kon restituisce una complessità data dalla caratterizzazione psicologica dei personaggi che ne fanno uso.
L’intreccio tra illusione e realtà riesce ad avere un grande effetto, grazie alla narrazione ma soprattutto per il lavoro di montaggio nei raccordi tra le scene, come il gioco di riflessi che Kon porta avanti per tutto il film: Mima è riflessa su una superficie, ma il riflesso non è mai un’esatta replica, bensì un modo di rappresentare la realtà.

Kon porta anche un’analisi lucida di quella che è la società nipponica e di come viene vissuto il mondo dello spettacolo dall’interno: si tratta di un’industria di sogni e di incubi, facenti parte di ambienti malati e corrotti, con la deumanizzazione di personaggi come Mima, che arrivano a non avere potere decisionale sul proprio corpo, facendo quindi dell’immagine e dell’apparenza il motivo della loro fama, quasi come fossero corpi vuoti.
Da notare come Kon abbia utilizzato, dapprima con Mima in Perfect Blue, poi con Chiyoko in Millennium Actress (Sennen Joyū, 2001) ed infine, nel suo ultimo lungometraggio, con Chiba in Paprika (Papurika, 2006), un personaggio femminile come protagonista, poiché trovava che fossero più facili da scrivere, in quanto non riusciva a conoscere il personaggio come avrebbe potuto fare con uno maschile e ciò gli permetteva di proiettare le sue ossessioni sui personaggi, espandendo gli aspetti che aveva interesse a descrivere.
Già in questo primo film, quindi, possiamo notare tematiche che ritorneranno nei suoi film successivi e che fanno ormai parte di una visione che ha un posto ben saldo nel mondo del cinema.



Lascia un commento