NO, O I GIORNI DELLA PIOGGIA

This entry is parte 12 di 16 in the series N3 2026

I GIORNI RAC-CONTATI

di Olmo Giovannini

Due lettere hanno tutto il potere del mondo, perché esprimono la più semplice ed al contempo radicale forma di dissenso. Sono la ‘N’ e la ‘O’, in questo preciso ordine. Si tratta di un rifiuto la cui intonazione ed intensità ne determinano il valore simbolico. Questa nostra terza pagina di diario de I giorni rac-contati si pone l’obiettivo di dire NO con quei film che nel corso della storia, invece di interpretare il presente, hanno avuto l’intelligenza di intercettare il futuro. Anche Goffredo Fofi aveva parlato del cinema del “No” in un suo famoso libro: i titoli di questo mese, dal 20 febbraio al 20 marzo, esprimono un fermo rifiuto sia alla semplificazione di tematiche complesse, sia ai canoni estetici dominanti. Come recita il film di Petri che ha ispirato questa rassegna: abbiamo i giorni contati, e comprendere il presente attraverso le immagini del passato non è mai stato tanto rilevante.

Nelle ultime settimane l’immaginario collettivo è stato colonizzato da un singolo evento catalizzante. Il progetto imperialista israelo-statunitense ha cominciato a ingranare la sua guerra in Iran nella notte del 28 febbraio, infestando i feed social e i servizi dei notiziari di missili intercettati, palazzi spianati, città avvolte dal fumo e morte di ogni tipo. Il cinema iraniano e quello statunitense hanno sempre rappresentato la situazione politica dei loro rispettivi paesi mettendone in luce le contraddizioni guerrafondaie interne; i punti di vista parlano della storica rivalità fra le due nazioni anche se quando si trattò di finanziare l’Iran contro l’Iraq nel 1985, per reinvestire i guadagni derivanti dalla vendita di armi nella guerriglia anti-sandinista dei Contras nicaraguensi, gli Stati Uniti non si tirarono indietro e di come si sono rapportate l’una all’altra. Potremmo citare film come Argo (Ben Affleck, 2012) o Barry Seal – Una storia americana (American Made, Doug Liman, 2017), che raccontino in modo didascalico rispettivamente la crisi degli ostaggi del ’79 e il già citato Irangate dell’ ’85, ma preferiamo portare alla vostra attenzione film meno pedissequi nel loro rapporto con la storia.

Il primo è il criptico The Stranger and the Fog (غریبه و مه) di Bahram Beyzai. Un uomo senza nome o memoria si arena sulla spiaggia di un secluso villaggio di pescatori. Il suo arrivo porta scompiglio nell’arcaico nucleo sociale, con catastrofiche conseguenze sia per i suoi membri che per il titolare straniero. La società pre-rivoluzionaria iraniana il film è del 1974 era costruita su rigidi rituali che rendevano la popolazione refrattaria a ogni forma di cambiamento; qualsiasi diversità viene soppressa o mal sopportata, mentre la novità non sempre comporta necessariamente il bene del popolo. In questa sua duplicità, il film di Beyzai non ha solo previsto i disastrosi risultati della rivoluzione che di lì a pochi anni avrebbe cacciato lo scià ma favorito l’ascesa degli Ayatollah, ma ha anche fornito un ottimo strumento di lettura per la nostra contemporaneità; il cambio di regime imposto dagli Stati Uniti, celebrato dagli Iraniani fuggiti all’estero per aver decapitato – peraltro con scarsissima efficacia – l’idra della leadership fondamentalista, non porterà benefici a lungo termine per la popolazione. Il nuovo è respinto dal potere al comando e al contempo non sempre porta al miglioramento delle condizioni materiali degli abitanti ai quali viene imposto.

The Stranger and the Fog, 1974

Questa considerazione è possibile sulla base di una serie di lezioni storiche. Donald Trump è solo l’ultimo presidente statunitense a disporre un’esportazione di democrazia, favorendo non un passaggio democratico ma lo sfaldamento di una nazione. Né gli Stati Uniti né Israele vogliono un Iran più giusto, semplicemente non vogliono più un Iran. I casi di Iraq, Afghanistan, Libia e Siria avrebbero dovuto suonare le campanelle d’allarme per ogni storico attento alla direzione presa dal mondo in queste ultime settimane. Nessuno di questi paesi è stato realmente liberato dalla povertà impostagli dal proprio spietato dittatore: il risultato in tutti i casi è stato solo quello di scatenare sanguinose guerre civili che hanno lasciato le nazioni dilaniate e impoverite più che mai. Proprio le invasioni statunitensi di Iraq e Afghanistan sono state ampliamente raccontate sia dalla finzione che dal documentario. Ricordiamo che nei fumetti Iron Man costruisce la propria armatura dopo essere stato catturato da terroristi cinesi, mentre nell’omonimo film del 2008 diretto da Jon Favreau, Tony Stark si trova in mano a terroristi afghani, dopo soli sette anni dall’invasione degli USA nella regione.

Il miglior punto di vista col quale esplorare questi fatti storici rimane indubbiamente quello del “ground zero.” Chi meglio dei diretti interessati dai bombardamenti statunitensi per auto-narrare la distruzione subita dal proprio paese? Il caso più esemplare è quello del titanico documentario Homeland: Iraq Year Zero (Abbas Fahdel, 2015). Armato di una modestissima videocamera, il regista documenta nell’arco di cinque ore i sogni, le speranze, i desideri della sua famiglia poco prima della caduta del regime di Saddam Hussein e immediatamente dopo l’invasione ordinata da George Bush. Con un’estetica intimista e al contempo collettivista, Fahdel esplora l’intricata realtà della guerra e della distruzione causata da un conflitto che non vede salvatori da nessuna delle due parti, solo torturatori e invasori. Richiamando sia nella forma – il protagonismo dei bambini ne è evidente segno – sia nel titolo il capolavoro del 1948 di Roberto Rossellini Germania anno zero, il regista regala al mondo una cronaca impietosa e onesta della vita sotto un’occupazione, documentata dall’audiovisivo come prima del 2001 non era mai stato possibile fare. La popolazione irachena non ha tratto alcun beneficio dall’imperialismo statunitense e la storia è destinata a ripetersi sia per il popolo venezuelano già dimenticato dopo il suo momento di rilevanza mediatica sia per quello iraniano.

Homeland: Iraq Year Zero, 2015

Eppure, queste pagine sarebbero incomplete a non dedicare una breve riflessione sul coinvolgimento di Israele nel conflitto in questione. Solo la storia potrà dirci quanto peso ha avuto il paese nello spingere l’America trumpiana ad assecondare i suoi sanguinari interessi nella regione. Nel silenzio più generale, i Palestinesi continuano a morire di fame e a scomparire fra le mura dei centri di detenzione israeliani, mentre il Libano brucia a seguito dell’invasione di terra voluta da Benjamin Netanyahu. Impossibile non pensare al documentario animato Valzer con Bashir (ואלס עם באשיר, Ari Folman, 2008), nel quale il regista esplora i sogni di morte che perseguitano i soldati israeliani coinvolti nel massacro di Sabra e Shatila del 1982, quando truppe libanesi filo-sioniste uccisero più di tremila civili a Beirut col tacito assenso degli Israeliani. Il regista intervista suoi ex-commilitoni e ne disegna e poi anima ricordi e incubi, scegliendo di avvalersi di una tecnica ad altissimo impatto estetico ed emotivo: il “taglio al reale.”

Quando la realtà supera la finzione, un regista intelligente può solo prendere atto dell’inadeguatezza del medium cinematografico e optare per l’utilizzo di filmati d’archivio. Lo fanno Stanley Kubrick e Spike Lee rispettivamente per Il Dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba (Dr. Strangelove or: How I Learned to Stop Worrying and Love the Bomb, 1964) e per BlacKkKlansman (2018), e lo fa anche Folman in questo importantissimo documento sull’oblio storico di una nazione fondata sulla violenza. Lo stacco fra l’animazione e i filmati reali del massacro scava un baratro incolmabile nella possibilità rappresentativa del cinema. Certe cose non possono essere ricreate, solo viste senza mediazione o totalmente evitate in quanto eticamente irrappresentabili. Eppure, Valzer con Bashir ci aiuta a comprendere l’orrore subito dal Libano in passato per tentare di intercettare quello che sta subendo ora.

Valzer con Bashir, 2008

Il miglior film per capire la natura virulenta della società israeliana è il recentissimo Yes! (כן!, Nadav Lapid, 2025), votato dai Cahiers du Cinéma come miglior film dell’anno appena passato. Il regista israeliano dirige una violentissima satira sull’impatto culturale degli attacchi del 7 ottobre sul suo paese, scagliandosi contro la propaganda e la macchina culturale israeliana che hanno trasformato quella tragedia terroristica in un efficacissimo strumento di retorica genocida. Lo stato ebraico non potrebbe esistere senza la sua sete di sangue e espansione imperialista, e Nadav Lapid sembra essere l’unico regista a misurarsi con il lascito di un paese il cui singolo comun denominatore è l’ideologia sionista. Proprio nell’ottica del progetto espansionista del Grande Israele secondo cui i territori israeliani dovrebbero estendersi dal Nilo all’Eufrate questa guerra contro l’Iran nasce con l’intento di eliminare l’unica forza politica regionale capace di impedire questa forma radicale di imperialismo.

Yes!, 2025

Nessuna guerra può essere giustificata in patria senza un pretesto morale. In questo specifico caso, sia Israele che Stati Uniti si riempiono la bocca della liberazione dell’oppressa popolazione iraniana, che è passata dal morire per mano del regime teocratico islamico, al morire per mano dei regimi teocratici ebraico ed evangelico-protestante. Tutti abbiamo in mente una singola immagine dei giorni passati: le colossali colonne di fumo che si sono levate nei cieli di Teheran a seguito dei bombardamenti israelo-statunitensi degli impianti petroliferi vicini alla capitale. Nei giorni successivi, i titoli dei giornali di tutto il mondo tuonavano con scritte dal sapore di piaga biblica: “pioggia nera su Teheran”, “piove petrolio sull’Iran”, “la pioggia acida del Medio Oriente.” Ancora una volta il cinema ci viene in soccorso ricordandoci che non solo è già successo, ma che tornerà a succedere. Parliamo del capolavoro post-nucleare e pre-apocalittico di Shōhei Imamura del 1989, Pioggia nera (黒い雨 / Kuroi ame), nel quale il regista usa sapientemente il bianco e nero per sottolineare l’inquietante presenza delle ombre nucleari ancora impresse per le strade di Hiroshima e Nagasaki. I personaggi di Imamura, bianchi nella scala cromatica del film, si trovano di colpo ricoperti di nero dopo essere stati investiti dalla pioggia radioattiva che lavò il Giappone dopo l’esplosione delle bombe nucleari.

Pioggia nera, Shōhei Imamura

E mentre una nazione respira veleno e soffoca nel petrolio, un’altra a migliaia di chilometri di distanza viene stritolata dalle sanzioni statunitensi che le impediscono di accedere anche alla più esigua quantità di carburante. Ovviamente parliamo di Cuba, il cui sistema energetico è ufficialmente collassato fra il 17 e il 18 marzo, dopo lunghe settimane di blocco navale. Bando ai sentimentalismi per una rivoluzione che ha avuto effetti discutibili. L’unica considerazione da fare in questo contesto è che la povertà cubana è certamente effetto della corruzione del potere locale, almeno quanto è responsabilità delle crudeli politiche statunitensi che da decenni hanno imposto sanzioni ad una nazione che, nonostante le sue contraddizioni, è stata capace di sviluppare il proprio vaccino internamente e di inviare medici ad aiutare il resto del mondo durante la pandemia del 2020. Per capire le complessità pre-rivoluzionare che ancora si ripercuotono sulla narrazione mediatica che si fa dell’isola, non esiste miglior film di Soy Cuba del 1964, diretto da Michail Kalatozov. Si tratta di un’epica sinfonia fra il regime di Batista, la vita dei popolani e dei lavoratori più umili, i bar e i casinò alla moda de L’Avana e le tradizioni ancestrali dell’isola più discussa al mondo, capace di muoversi sinuosamente fra i generi e le scelte registiche più avveniristiche degli anni Sessanta.

Per concludere, volgiamo lo sguardo alla nostra piccola Italietta, tanto marginale ed insignificante nei contesti globali; le nostre nuvole cariche di pioggia sembrano tanto meno dannose di quelle tossiche che ammantano l’Iran e di quelle scariche di pioggia che disidratano Cuba. Eppure, il nostro nazionalissimo maltempo non va sottovalutato, poiché la portata distruttiva della tempesta referendaria incombe su di noi. E mentre il paese era paralizzato per discutere di Carlo Conti e Laura Pausini, di Tony Pitony e Ditonellapiaga, di Sayf e Tredicipietro e Eddie Brock, l’unica speranza è che la canzone vincitrice non sia premonitrice dei risultati del referendum del 22 e 23 marzo. Per sempre sì sembra prestarsi fin troppo bene per un ironico confronto con la canzone conclusiva del capolavoro del 1975 di Robert Altman Nashville, intitolata It Don’t Worry Me. Entrambe appartenenti ai due generi nazionalpopolari per eccellenza dei rispettivi paesi neomelodico e country , entrambe velatamente reazionarie nei propri testi la hit sanremese parla di un matrimonio eteronormativo suggellato davanti a Dio, mentre l’altra canzone recita: puoi dirmi che non sono libero, ma non mi preoccupa e soprattutto entrambe scelte apolitiche in contesti profondamente politicizzati. Non è certo un caso che Altman avesse scelto proprio un festival musicale per evidenziare il processo di distrazione/indottrinamento culturale attuato dai potenti.

Nashville, 1975

E mentre la maggioranza politica tenta, senza successo, di arruolare il “per sempre sì” di Sal da Vinci, la campagna referendaria procede con colpi di scena da grande serie Netflix: sconclusionate dichiarazioni del ministro della giustizia Nordio e dei membri del suo gabinetto, contraddizioni interne al comitato del Sì, sondaggi oscillanti e prese di posizioni da parte di tanti personaggi pubblici. L’Italia ha parlato e la vox populi si è schierata dalla parte della costituzione per un secco rifiuto al governo vigente. Ironico come uno dei più efficaci film contemporanei a raccontare l’importanza della partecipazione democratica parli proprio di un referendum nel quale la vittoria del No avrebbe difeso il paese da un’ulteriore discesa nell’autoritarismo. Si tratta ovviamente di No – I giorni dell’arcobaleno (No, Pablo Larraín, 2012), nel quale il popolo cileno viene chiamato a esprimere il proprio assenso o dissenso nei confronti della dittatura di Pinochet. Il caso è storico, dato che l’opposizione vinse con una portentosa campagna comunicativa fondata sulla felicità e sugli arcobaleni.

No – I giorni dell’arcobaleno, 2012

La storia del nostro paese ci ha più volte insegnato che una deriva da “democratura” è una realtà ben più concreta di quanto non ci piacerebbe ammettere. Questa pagina di diario esce a conteggio finito. Pensate alla lezione di democrazia raccontataci da Larraín e lasciatevi ispirare dalla sua capacità di mescolare la finzione con la realtà, proprio come Ari Folman nel suo documentario, rifiutando nettamente una chiara divisione fra ciò che vero e ciò che è rappresentato. Ben oltre questo decisivo NO, lasciate che sia quel rifiuto dei canoni estetici e politici dilaganti, così spesso avvilenti, a ispirarvi nel prendere parte alle varie forme di dissenso previste dal processo democratico.

FILM CITATI

  • The Stranger and the Fog, Bahram Beyzai, 1974
  • Homeland: Iraq Year Zero, Abbas Fahdel, 2015
  • Valzer con Bashir, Ari Folman, 2008
  • Yes!, Nadav Lapid, 2025
  • Pioggia nera, Shōhei Imamura, 1989
  • Soy Cuba, Michail Kalatozov, 1964
  • Nashville, Robert Altman, 1974
  • NO – I giorni dell’arcobaleno, Pablo Larraín, 2012

N3 2026

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Autore

  • Olmo Giovannini nasce a Modena il 31 ottobre 2002 ma vive e lavora a Bologna. Studia Storia del cinema al DAMS e collabora con Radioimmaginaria come referente d’antenna e educatore. È profondamente affascinato dalla produzione culturale in rapporto alla società ed al periodo storico dei quali è espressione. Scrive per diverse riviste — Npc Magazine, NOT YET Magazine, Scomodo — e si occupa principalmente di cinema: non per questo mette in secondo piano la letteratura, il medium videoludico, la musica ed altre forme della cultura pop. Specializzato in cinema italiano e storia della critica cinematografica, è molto affascinato anche dalle cinematografie latine, scandinave e asiatiche. Fra gli argomenti a lui più cari, l’intermedialità, il rapporto fra cinema e storia, la funzione politica del cinema, il legame fra cinema e nuovi media digitali, l’iconografia e l’iconoclastia, il cinema documentaristico a confronto con la finzione. Scrivere di cinema è una vera e propria vocazione: l’obiettivo per Olmo non è compiacersi della propria scrittura ma favorire la diffusione e la divulgazione di testi culturali, per una fruizione più consapevole ma non elitaria.


     

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