TRA DENIM E TESSUTI DEI MERCATINI DELL’USATO: I COSTUMI NE “LA FAVORITA” CREANO UNA STORIA ALTERNATIVA

This entry is parte 13 di 16 in the series N3 2026

COSTUMI

di Morgana Maria Mosconi

Dal punto di vista costumistico, è particolarmente complesso e, se vogliamo, rischioso partecipare ad un film storico, o in costume che dir si voglia, nonostante sia sicuramente stimolante. Si è costantemente inseguiti da due fasce relativamente ben distinte tra il pubblico e la critica: da un lato ci sono gli storici intransigenti, che non vedono nessun tipo di possibilità stilistica diversa dal perfetto rigore filologico, concernendo sia la storia vera e propria sia l’estetica; dall’altro i concettualisti stanchi e delusi da abiti e sceneggiature visti e rivisti, i quali preferiscono qualsiasi cosa possa essere nuova e innovativa, scusando anche l’anacronismo o l’errore storiografico pur di ricevere uno stimolo diverso dal rigore studiato da chi vuole apparire fedele alla storia. 

La favorita (The Favourite, Yorgos Lanthimos, 2018) si colloca proprio nel mezzo. Parte dai canoni poco conosciuti e studiati del periodo all’inizio del XVIII secolo dando continuità all’espressione personale della costumista, evitando di ingabbiarla nella riproduzione altamente fedele e offrendole l’occasione di rielaborare concetti in modo particolarmente astuto e funzionale alla storia. Colei che ha dato questo meraviglioso senso di contemporaneità e, contemporaneamente, di periodizzazione storica è Sandy Powell, vincitrice per tre volte del premio Oscar per i migliori costumi, rispettivamente con The Young Victoria (Jean-Marc Vallée, 2009), The Aviator (Martin Scorsese, 2004) e Shakespeare in Love (John Madden, 1998), e candidata undici volte per lo stesso motivo.  

La pellicola di per sé è cosparsa di modernità, come possiamo notare banalmente dai dialoghi o dalle dinamiche relazionali, molto difficilmente esistenti all’epoca anche nei contesti più intimi, perlomeno nella corte della regina d’Inghilterra. Questo ricade, volutamente, anche sugli aspetti estetici del prodotto filmico.

La storia è ambientata nella corte della regina Anna Stuart di Gran Bretagna, personaggio storico esistito il cui regno è durato dal 1702 al 1714, un periodo non particolarmente conosciuto ed elaborato dal cinema. La monarca viene raccontata come cagionevole di salute e poco carismatica o estroversa, nonché non capace negli affari politici del paese. Tutto questo viene poi descritto nel film tale e quale. Il personaggio della regina Anna (Olivia Colman) è completamente subordinato alla sua fidata amica e consigliera Sarah Churchill duchessa di Marlborough (Rachel Weisz), donna al contrario particolarmente spiccata e potente, completamente capace di manovrare colei che dovrebbe essere sua sovrana nel modo che ritiene più giusto per il paese. Lei stessa infatti controlla indirettamente anche gli affari del marito, Lord Marlborough (Mark Gatiss), uomo politico facente parte del partito politico dei Tories. Questo equilibrio costruito con cura viene però disturbato quando Abigail Hill (Emma Stone), cugina della duchessa, arriva a corte in cerca di un impiego. Si scopre essere anche lei arguta e arrivista, cercando con il suo carisma e le infinite smancerie verso la regina di scalare la scala sociale, di fatto riuscendoci. Il tutto è incorniciato dalla relazione amorosa tra la regina e la sua fedele amica, che Abigail presto scopre e usa per arrivare al suo scopo. 

Tutte queste dinamiche di potere, politico ed emotivo che sia, sono raccontate in modo dettagliato e originale attraverso gli abiti indossati dalle protagoniste ma anche da tutti gli altri personaggi, a loro modo altrettanto importanti. 

Powell racconta in svariate interviste come non avesse mai avuto l’intenzione di essere storicamente accurata in ogni singolo dettaglio. Dice di aver guardato principalmente quadri e ritratti della regina Anna Stuart, mantenendo quelle stesse silhouettes del periodo storico, senza però dare altrettanto peso ai materiali o alle tecniche usate da lei e dai suoi collaboratori, tra le quali il taglio laser dei tessuti.

In effetti, come dicevamo prima, le creazioni sono un perfetto incontro tra la storia passata e la contemporaneità. Possiamo notare a riguardo i vestiti indossati dal personale della cucina e dalla stessa Abigail all’inizio del film. Le forme sono di per sé corrette storicamente parlando: notiamo il panier1 coperto da sopravveste2, il corsetto allacciato sul davanti e un classico grembiule allacciato in vita tipico della servitù e utile ai lavori manuali, con la cuffia intonata indossata per pulizia. Ciò che distingueva ai tempi la servitù dai nobili non era tanto la forma stessa della silhouette, quanto i colori e i materiali, decisamente meno preziosi e più pratici e resistenti. Questo è chiaro nei costumi del film: mentre i nobili cortigiani e la regina stessa indossano palettes monocromatiche che variano dall bianco al nero (altro particolare storicamente inesatto di cui parleremo più avanti), il personale di corte presenta colori grigi o blu denim – perché è questo il tessuto da loro indossato.

La regista racconta come tutti gli abiti dei servi siano stati ricavati da jeans di seconda mano comprati in negozi vari e poco conosciuti di Londra, un pò, in realtà, come tutti i materiali usati nella pellicola. Powell viene ispirata – oltre che dalle foto – dai mercatini vintage e dell’usato, avendo a disposizione relativamente poco budget e soprattutto poco tempo. Di conseguenza, questo astuto modo di rielaborare la storia ha fatto risparmiare e ha ricreato un senso preciso. Il personaggio di Emma Stone parte dalla figura più umile possibile, e il denim rimane perfettamente consono e appropriato. La sua nascita viene spesso attribuita, anche se non sempre univocamente, alla città di Genova, dove il tessuto, che non è altro che un tipo di fustagno3 di colore blu perché tinto con indaco, resistente e di prezzo molto contenuto, iniziava ad essere usato per i vestiti da lavoro oltre che per i sacchi delle vele e come coperture per le merci portuali – tutto questo intorno al XV secolo. Nel 1835, Levi Strauss fondò l’omonima azienda per vendere vestiti ai lavoratori delle miniere d’oro in California. Da qui, diventarono e continuarono ad essere il simbolo dei lavoratori fino agli anni Cinquanta del XX secolo, quando, grazie alle sottoculture giovanili affascinate dal cinema dell’epoca e dagli idoli del rock and roll del periodo, diventarono abiti alla moda, che si sarebbero sviluppati fino ai giorni nostri.

Conoscendone la storia, si può capire come sia sensato riportare un materiale di questo genere all’interno di una pellicola, nonostante la vera servitù della corte reale non abbia probabilmente mai avuto in mano un singolo pezzo di denim. 

Durante la storia, il personaggio di Abigail acquisisce sempre più prestigio; questo è ben raccontato dalla scelta mirata dei costumi, che cambiano in base al posizionamento sociale in modo molto schematico, tanto da aiutare quasi la suddivisione in capitoli. Come citato prima, i vestiti di corte in generale seguono una palette monocromatica, al contrario dell’uso dei colori del tempo, che predilige toni pastello e svariati colori. Powell stessa dice come lei ami lavorare con il colore, ma la prima cosa di cui lei e il regista parlarono fu proprio di mantenere il colore generale del film relativamente tenue, anche se cangiante grazie ai contrasti tra bianco e nero, buio e luce, una decisione motivata anche per far risaltare i personaggi femminili. Gli uomini nella storia prendono in realtà il ruolo delle donne nella vita reale: sono loro i più agghindati, con elaboratissime e chilometriche parrucche accompagnate da un trucco volutamente sbavato ed esagerato, ideato dalla capace Nadia Stacey. Sono loro che si mettono a disposizione delle figure femminili, loro che usano queste “frivolezze” per arrivare ai loro scopi, spesso futili.

Al contrario, il regista spesso ha specificamente chiesto di mantenere le tre protagoniste fondamentalmente senza trucco, per esaltarne il personaggio e i loro scopi, come se non avessero tempo per queste sciocche frivolezze. Per lo stesso motivo, gli abiti sono relativamente austeri a livello cromatico e presentano pochi abbellimenti, tra cui gioielli e ricami sgargianti. A livello di struttura, però, sono indubbiamente storici, in quanto rappresentano perfettamente quello che è il robe à la française4, con la sopravveste, la sottana e la classica pettorina. La sopravveste era aperta davanti e allacciata in vita, con dietro due gruppi di pieghe montate all’altezza delle spalle e del collo che ricadevano per tutta la lunghezza dell’abito. L’apertura davanti mostrava la sottana, spesso dello stesso tessuto, e la pettorina, un accessorio triangolare che copriva il busto ed era spesso ricco di decorazioni. Tutti questi elementi sono presenti, solo in forma diversa. I tessuti non sono convenzionali – anche questi sono stati acquistati in mercatini dell’usato o su eBay, come vuole farci sapere la stessa costumista, di modo da non essere troppo sfarzosi e far distogliere lo sguardo dai personaggi elaborati ed intricati.

Passando ora agli abiti della regina, è importante ricordare come questa rimanga in vestaglia da notte per la gran maggior parte del film. Come spiega la stessa costumista, ha semplicemente pensato a come si abbia voglia di stare in pigiama quando ci si sente male. In generale, questo aiuta a comunicare la vulnerabilità del personaggio. Facilmente manipolabile, la vediamo vestita con abiti regali e socialmente accettabili solo quando viene comodo alla sua amica d’infanzia Sarah. Anche per quanto riguarda questo personaggio, Powell ha lasciato le forme del corpo più simili possibili a quelle reali viste nei quadri. Come al solito, sono i materiali ad essere diversi. L’ermellino era un tipo di pelliccia collegato alla figura regale, mostrava potenza e opulenza; veniva però usato spesso in dettagli degli abiti, mentre nel film vediamo una presenza preponderante di questo tipo di materiale, soprattutto nelle gonfie spalline e nella sopraveste. Per la stessa scelta secondo cui non si voleva impreziosire più di tanto a livello di gioielli, si è prontamente deciso di comunicare la sua potenza, anche se simbolica più che pratica, nell’uso di un simbolo molto meno sgargiante. 

I vestiti della duchessa amica e amante della regina rimangono bene o male gli stessi per tutto il film, ma degno di nota è l’abito che usa nei suoi momenti di svago, mentre spara a degli uccelli. Si tratta di un abito maschile molto accurato, con pantaloni e un panciotto o gilet. Nel suo personaggio la capigliatura è particolarmente importante. All’inizio presenta strutture piuttosto elaborate ed eleganti, degne di una duchessa amica della regina. Più la storia procede, più guadagna potere e, di conseguenza, i capelli si trasformano in una più semplice e comoda coda bassa a lato, come se diventasse sempre più “maschile”. Come racconta la costumista, la sua estetica è principalmente presa da figure maschili, tanto che avrebbe voluto farle indossare una parrucca simile a quella del marito, idea che il regista rifiutò. 

Sono gli uomini, come dicevamo prima, agghindati ed esageratamente eleganti, che indossano una giacca rossa per Lord Marlborough e blu per Harley (Nicholas Hoult), rispettivamente i colori dei loro partiti politici. Un dettaglio importante è come non vengano usati pizzi e merletti per nessun costume femminile, tessuti molto usati dalla nobiltà dell’epoca, perché pregiati e difficili da reperire vista la complicata lavorazione. Li possiamo notare però nelle ampie maniche dei due uomini in questione, come possiamo in generale notare gli sfarzosi abiti e i tacchetti.

Un finale appunto degno di nota è da riservare nella sottospecie di armatura per andare a cavallo fatta indossare alla regina dalla duchessa. Questo era proprio un particolare segnato nella sceneggiatura, che suggeriva un indumento di questo tipo in modo da feticizzare il personaggio della monarca, costringendola in una serie di coperture stringenti e limitanti nel movimento. Simbolico come proprio la sua amante sia colei che la spinge ad indossarla. Forse questo piccolo accessorio, non propriamente qualificabile come abito, è quello più emblematico e rappresentativo nel film. Il significato è tutto racchiuso in questa breve scena, e in un’apparentemente insignificante “armatura” finalizzata però a renderla più vulnerabile che mai.

1 Sottostruttura rigida indossata sotto le gonne femminili nel XVIII secolo per ampliarne il volume lateralmente.

2 Indumento indossato sopra altri capi di abbigliamento, sia per protezione che per ornamento.

3 Stoffa spessa e robusta, spec. di cotone, vellutata da una parte, spigata o liscia dall’altra.

4 Capo d’abbigliamento femminile iconico del XVIII secolo, simbolo della moda rococò e della nobiltà europea, in particolare quella francese. Dominante dalla metà del ‘700, questo abito si caratterizzava per l’eleganza formale e una struttura complessa.

N3 2026

NO, O I GIORNI DELLA PIOGGIA IL CUORE DEL DELTA: IL BLUES IN SINNERS

Autore

  • Tutto parte da un amore per la moda. Con un riguardo particolare verso le sottoculture, quella gotica come capostipite tramandato dalla famiglia, l’interesse di Morgana sfocia poi nel costumismo (volente o nolente, vista la cerchia sociale costruita al DAMS). Se non sta spulciando tra gli archivi di Maison Margiela, Balenciaga, Vivienne Westwood o Alexander McQueen potete trovarla intenta a cucire e conseguentemente piangere, attività preferita dalla redattrice. Si impegnerà con la sua rubrica a dare risalto ad un settore cinematografico spesso sottovalutato.


     

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