MIROIRS NO. 3 – IL MISTERO DI LAURA

NUOVE USCITE

di Gianluca Meotti

“Christian Petzold è il segreto meglio custodito del cinema contemporaneo”; così Roberto Manassero introduce la sua intervista al regista tedesco in occasione dell’uscita del suo ultimo film Miroirs No. 3 – Il mistero di Laura (Miroirs No. 3, 2025), e non potremmo essere più d’accordo. Nonostante nei suoi film transitino spesso volti conosciuti del cinema d’autore europeo ma anche mondiale, come Nina Hoss, Franz Rogowski e Paula Beer, Petzold ha difficoltà a venir riconosciuto ancora come uno dei grandi autori contemporanei, nonostante il suo cinema parrebbe dire tutt’altro – un cinema che diventa sempre più semplice col passare del tempo (Petzold è classe 1960), ma che ha raggiunto un costante stato di sospensione, in cui le storie raccontate sono trattate col minimalismo e l’intimismo classico del cinema europeo d’autore, infuse però di un’aria di misticismo che suggerisce un mistero profondo, che mai viene veramente svelato, irrimediabilmente legato alle incagliature più profonde dell’animo, che troppo bene si mimetizza dietro quelle immagini così accuratamente composte e vivide.

Laura (Paula Beer) studia pianoforte all’Università delle Belle Arti di Berlino, ha un fidanzato produttore musicale che forse non ama abbastanza e un principio di depressione. Un giorno si costringe ad accompagnarlo in un viaggio in barca con dei suoi amici, ma nel tragitto la macchina su cui stanno viaggiando va fuori strada ribaltandosi e l’uomo muore. Laura esce quasi indenne dall’incidente e trova rifugio nella casa di Betty (Barbara Auer), che la ospita e l’accudisce. Si scopre che Betty ha un marito, Richard (Matthias Brandt), e un figlio, Max (Enno Trebs), che inizialmente aveva nascosto a Laura. La famiglia accoglie la ragazza come membro della famiglia o come sostituto della figlia recentemente morta suicida, ma quando Laura viene a sapere della tragedia le tensioni aumenteranno per tutti i soggetti coinvolti.

Come nel precedente Il cielo brucia (Roter Himmel, 2023), Petzold decide di ambientare il suo film in un’estate berlinese, fuori dalla grande città, richiamando a più riprese i drammi vacanzieri di Rohmer. Dal maestro francese inoltre riprende anche l’approccio di cinema con “poco”, a cui bastano pochissimi elementi (una casa, quattro attori, una lavatrice che non funziona) per costruire un racconto che ha proprio nel rapporto tra personaggi e ambienti il suo centro nevralgico. Laura vive una vita berlinese che probabilmente non la soddisfa; lo sguardo intenso con cui, nella prima sequenza del film, osserva il fiume Sprea suggerisce — come accadeva già in Undine – Un amore per sempre (Undine, 2020) — il desiderio di lasciarsi trascinare dalle acque e scomparire; e quando il caso (lo è veramente, dal momento in cui non vediamo la dinamica dell’incidente ma ne sentiamo solo il deflagrare?) le offre la possibilità di ricominciare in altri luoghi e in un altro contesto, con un’altra famiglia e con altri rapporti, non sembra porsi troppi problemi.

Eppure, Petzold dissemina per tutto il film gli indizi di un qualcosa che non va, ma che, allo stesso tempo, non è tangibile. Il rapporto spettrale che viene a crearsi fra salvata e salvatrice, tra madre ancora in lutto e il simulacro di una figlia defunta, oltre agli echi ectoplasmatici del Bergman di Sussurri e grida (Viskningar och rop, 1971), suggerisce che la natura apparentemente riconducibile all’elaborazione di un trauma (per Betty la morte della figlia, per Laura quella del suo fidanzato più il complesso stato psicologico in cui si trova) del loro rapporto sia da indagarsi in qualcosa di molto più profondo e sottaciuto dal regista, il quale arriva a creare una storia di fantasmi, in cui ogni interpretazione è valida e allo stesso tempo inutile. Il fatto è che Petzold rifugge consciamente tutti i cliché sia del melodramma familiare quanto del thriller, si prodiga per spargere elementi classici dei generi quel tanto che basta da ingannare lo spettatore, salvo poi scoprire che le loschissime attività che compiono Richard e Max nella loro officina si riducono allo spegnere il sistema di GPS delle macchine dei clienti, oppure ridimensionando quelli che potrebbero essere svolte decisive a semplici incidenti di percorso. Il rischio così è di dare la sensazione che il film non inizi mai, ma Petzold è magistrale nella tessitura di una ragnatela visiva e sensoriale fatta di oggetti, colori, vento, foglie, sguardi, biciclette, torte di prugne, staccionate verniciate, Ravel e Frankie Valli; tutti elementi che concorrono a riempire un’opera che è più vicina al bozzetto che al dipinto concluso, ma all’interno della quale ogni tratto a matita nasconde in sé ogni colore, ogni sfumatura e ogni mistero.

Autore

  • Studente DAMS di giorno; per il resto cinema, film e pellicole cinematografiche. Nella sua testa c’è sempre un piccolo Marshall McLuhan che gli dà ragione.


     

     

     

     

     

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