L’INVASIONE DEGLI ULTRACORPI

This entry is part 3 of 34 in the series N7 2025

FIL ROUGE: HALLOWEEN

La paura del diverso e l’inibizione dell’umanità

Di Alessia Vannini

Non c’è alcuna differenza che tu possa effettivamente vedere. Ha l’aspetto, l’intonazione, i comportamenti ed i ricordi dello zio Ira. […] Ma non lo è, manca qualcosa. […] Non c’è emozione. Zero… solo una sua simulazione. Le parole, i gesti, il tono della voce… tutto il resto è uguale, ma non il sentimento.

Seguendo la struttura della frame story, L’invasione degli ultracorpi (Invasion of the Body Snatchers, Don Siegel, 1956) è una storia-nella-storia: la narrazione si apre in un ospedale della California, dove il dottor Miles Bennell (Kevin McCarthy) è tenuto in custodia perché in stato d’isteria. Quando uno psichiatra convocato per l’occasione lo visita, Miles comincia a raccontare il motivo per cui si trova lì. Il resto del film, fino a poco prima della fine, si svolge in un tempo già concluso, in un susseguirsi cronologico di flashback.

Non molto tempo prima, nella città di Santa Mira, il dottor Bennell visita delle persone che sostengono che alcuni loro familiari o amici non siano in realtà chi dicano di essere, ma piuttosto una sorta di replicanti che assomigliano ai loro cari, ma non lo sono realmente.

Presto, questi replicanti si riveleranno essere specie aliene, sosia di umani generati da dei germogli extraterrestri. Miles ed i pochi superstiti dei boccioli dell’altro mondo si incaricheranno di porre fine a questa apocalisse imperversante.

L’invasione degli ultracorpi rappresenta magistralmente la paura dell’ignoto, di qualcosa che non si conosce e che si insinua ovunque, come un tarlo che divora il legno dall’interno, inosservato, finché l’intero mobile non cade a pezzi collassando al suolo.

Credo che ciò che rende questi alieni ancora spaventosi al giorno d’oggi sia proprio ciò che spaventa il dottor Bennell nel film. L’aspetto più inquietante è che assomigliano esattamente agli esseri umani, sono repliche perfette delle persone, quasi come i replicanti dell’universo Alien – Predator – Blade Runner. L’unica cosa in cui differiscono sono le emozioni: vivono in assoluta apatia perché, a loro avviso, sono i sentimenti a rendere gli esseri umani deboli ed imperfetti.

Il terrore che attanaglia Miles sta nell’impossibilità di discernere – almeno ad impatto visivo – gli alieni dagli umani, e nell’incapacità di porre freno – lui solo e disdegnato da tutti – alla dilagante epidemia extraterrestre disumanizzante.

Seguendo un denominatore comune di tanta parte della storia del cinema – da La corazzata Potëmkin (Броненосец Потёмкин, Sergej M. Ėjzenštejn, 1925), passando per Metropolis (Fritz Lang, 1927), Tempi moderni (Modern Times, Charlie Chaplin, 1936) e tanti altri – Miles non riesce ad accettare un mondo nel quale le inclinazioni personali degli esseri umani vengano inibite, annullate a favore della produttività, e si ribella allo status quo. Questo lo rende un esempio che tutti noi dovremmo seguire.

Se le scene ambientate di notte, in una fuga continua dai “replicanti”, incutono terrore, la scena che forse a me ha gelato più il sangue è quella in cui Miles e Becky (Dana Wynter) si affacciano alla finestra di mattina presto e tutta la città è già sveglia, inaspettatamente prima del solito. Dopo pochi istanti, passa un’auto della polizia ed ogni singola persona, in una massa unica ed ordinata, si raduna attorno al poliziotto, muovendosi come un plotone dotato di una sola mente condivisa che controlla ogni singolo individuo.

Non combatterlo Miles, non serve a niente. Prima o poi dovrai andare a dormire.

Il finale aperto è forse ciò che rende il film ancora più inquietante: riusciranno a sconfiggere le creature aliene e ad impedire un’inibizione di massa che annienta ogni sentimento, ciò che ci rende veramente umani? Oppure finiremo tutti per essere contagiati da una pandemia imperterrita e meschina che ci trasformerà in automi? Diventeremo esseri privi di emotività che vagano per le strade del mondo senza uno scopo, come zombie con una fame immotivata ed inappagabile, né morti né vivi, in carne ed ossa ma tremendamente vuoti dentro?

Beh, come ha fatto Don Siegel stesso, vi lascio con questi quesiti aperti su cui riflettere, perché sicuramente danno tanto da pensare e richiedono altrettanto tempo per trovare una risposta, sempre che ce ne sia una.

E ricordatevi: L’invasione degli ultracorpi non è un mero film di fantascienza, perché ciò che ci spaventa maggiormente è proprio ciò che è più vicino alla nostra realtà; ciò che, per quanto assurdo possa pur sembrare, potrebbe sempre accadere.

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Autore

  • Alessia Vannini è una studentessa di cinema e aspirante regista, sceneggiatrice ed attrice cinematografica. Sin da quando era piccola ha recitato in musical nei teatri della sua città e adesso spera, un giorno, di esordire sul grande schermo, sia che si tratti di stare di fronte alla macchina da presa, sia che si tratti di stare dietro ad essa a dirigere gli attori in scena. Parla quattro lingue (per adesso) e nel tempo libero, oltre a guardare una quantità interminabile di film, le piace scrivere articoli e recensioni sulle pellicole, sulle serie o sui registi che apprezza di più. Le piace molto andare ai film festival e partecipare a incontri, masterclass o anteprime con le sue star preferite.
    Oltre ad essere una grande appassionata di film vecchi, ama anche la musica rock anni ’50-’80 e suona la chitarra. Cinema o musica che sia, ciò che è certo è che proverà almeno una volta tutti i generi, perché non puoi dire che non ti piace qualcosa finché non lo hai provato…


     

     

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