LA TORTA DEL PRESIDENTE

NUOVE USCITE

di Gianluca Meotti

Il 28 aprile del 1990 Saddam Hussein festeggia il suo cinquantatreesimo compleanno e impone che la sua nazione si unisca a lui nelle imponenti celebrazioni. Per far percepire a tutti l’importanza di questo momento, nelle classi di tutte le scuole del paese vengono sorteggiati alcuni studenti che dovranno procacciare tutte le vivande per i compagni; chi porta da bere, chi porta la frutta e soprattutto l’immancabile torta. Il problema è che l’Iraq dei primi anni Novanta è falcidiato da povertà e carestie, con tutti i generi alimentari di prima necessità che hanno raggiunto prezzi esorbitanti, nonché sull’orlo di muovere guerra al Kuwait, scatenando la reazione muscolare di USA e ONU e dando il La alla prima guerra del Golfo. Nella piccola scuola di un villaggio eretto in una palude, la piccola Lamia (l’esordiente Banin Ahmad Nayef), nove anni, riceve l’ingrato compito di dover preparare la torta al presidente, costringendo lei e la sua tutrice Bibi (Waheed Thabet Khreibat, un’altra esordiente) a recarsi a Baghdad per trovare ingredienti di comune utilizzo, ma estremamente costosi a causa del razionamento. Le due si separeranno e Lamia continuerà a ricercare gli ingredienti necessari con l’aiuto del compagno di classe Saeed (Sajad Mohamad Qasem, ennesima prima volta), imbarcandosi in una surreale odissea metropolitana alla ricerca di uova, farina e zucchero.

Come in un ricordo sfocato dal tempo, il regista Hasan Hadi, premiato con la Caméra d’or per il miglior esordio allo scorso festival di Cannes grazie a questo suo La torta del presidente (مملكة القصب‎ / Mamlaket al-qasab, 2025), sovrappone eventi che nella realtà appartengono a momenti differenti. Hadi ha ammesso che il film ricalca il clima di oppressione e impotenza che ha vissuto durante gli anni della dittatura di Saddam, anche se nei tre giorni in cui si svolge il film i bombardamenti occidentali non avevano ancora luogo, ma avrebbero iniziato a verificarsi solo qualche mese dopo; questo leggero revisionismo storico non compromette comunque un film che è retto più dai volti, dai paesaggi, dai gesti e dai corpi dei soggetti e degli oggetti che Hadi decide di inquadrare più che dalla scrittura, che a tratti rileva una certa ingenuità – per non dire superficialità, e una sequenza su tutte: ad un certo punto, Lamia trova un uomo disposto a darle tutti gli ingredienti che cerca, ma dopo averla rifornita di zucchero e uova le dice di seguirlo a casa sua per avere il lievito in polvere; la bambina va ma si ritrova in un cinema (“Ne ho sentito parlare ma non ci sono mai stata”) che dà film erotici, e subito le intenzioni predatorie dell’uomo vengono rivelate, portando la giovane a fuggire; per quanto l’accostamento tra il fatto che la prima volta in una sala cinematografica coincida con uno scampato abuso possa prestarsi a riflessioni sulla natura corruttiva e traviante – e quindi sulla potenza nella formazione individuale – della sala, è altrettanto vero che l’inserimento di questo momento risponda solo a delle trite logiche manieriste del cinema d’autore.

Hadi sembra invece trovare la sua voce quando lascia i suoi personaggi fare quello che devono fare, per (ri)costruirgli attorno un contesto politico, economico e sociale in cui l’elemento autobiografico viene fuori nella sua forma più nobile; il ricordo non è restituito come la pedissequa esposizione di fatti, ma come un filtro, che innerva di sé tutta la narrazione ricostruendo non tanto il “cosa” è accaduto, ma le sensazioni, i tipi di rapporti, le paure e le ossessioni che non possono essere espressi a parole; utilizzando l’immagine più che la parola (i due bambini che si guardano, i cortei per festeggiare il compleanno del dittatore, un uomo che ha perso la vista), il regista costruisce un apologo sull’impossibilità kafkiana di vivere sotto una dittatura che continua ad utilizzare ed estremizzare il culto della persona come ultima e più incrollabile forma di propaganda, anche quando si è costretti a vendere un orologio d’argento per comprarsi mezzo chilo di zucchero. La presenza costante della dittatura (“I muri hanno le orecchie”, dice Lamia a Saeed in una delle prime scene del film) è esacerbata da tutti quei quadri di Hussein che si trovano in ogni struttura in cui i due ragazzini si trovano e che la maggior parte delle volte si frappongono ai due; ed è per questo che la dittatura è uno scoglio prima sociale e poi politico: essa muta le relazioni tra le persone, trasformando chi possiede anche un minimo di potere in un autocrate che dalla scuola di Saddam ha preso il gusto per dare ordini a tutti gli altri, che sono costretti a subire passivamente, pena ritorsioni durissime (il maestro di Lamia dice che se non porterà una buona torta lei e la sua famiglia verranno lapidati).

La vivacità di colori e il formato panoramico costruiscono un Iraq che è al tempo stesso piallato da un inevitabile senso di nostalgia del regista, ma anche un atto di amore per il suo paese, ricordato e/o immaginato in tutto il suo splendore, sia esso dato dalla frenesia di un mercato, dalle grandi distese desertiche da Monument Valley o dal villaggio lacustre in cui Bibi e Lamia vivono, che sembra essere ripreso tanto dal bayou della Louisiana quanto dal luogo in cui vivono i personaggi de L’isola ( / Seom, 2000) di Kim Ki-duk.

Come spesso accade nel cinema mediorientale, le cose più importanti accadono fuori dal campo visivo della macchina da presa, e per sua (e nostra) fortuna Hasan Hadi lo ha capito. Che bello veder nascere un nuovo regista.

Autore

  • Studente DAMS di giorno; per il resto cinema, film e pellicole cinematografiche. Nella sua testa c’è sempre un piccolo Marshall McLuhan che gli dà ragione.


     

     

     

     

     

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