LA STREGONERIA ATTRAVERSO I SECOLI

This entry is part 21 of 41 in the series N3 2025

MUTO

Di Dario Mhillaj

Documentario? Fiction? Fantasy? Horror? Può un film rientrare in un genere se ne è precursore? Girato tra il 1919 e il 1922 in Svezia dal regista danese Benjamin Christensen – nel corso di più di due anni che gli servirono per reperire materiale iconografico tra libri, illustrazioni e saggi – La stregoneria attraverso i secoli (Häxan, 1922), insieme a Il gabinetto del dottor Caligari (Das Cabinet des Dr. Caligari, Robert Wiene, 1920) e Nosferatu il vampiro (Nosferatu, eine Symphonie des Grauens, Friedrich Wilhelm Murnau, 1922), getta le basi dell’horror che sarà, partendo dai costumi fino ad arrivare a una sensazione di disagio resa dalla claustrofobia delle scenografie, dall’espressionismo con utilizzo ingente di primi piani (che Dreyer riprende nella sua rappresentazione di Giovanna d’Arco martire nel 1928) e alla messa in scena di un immaginario raccapricciante, rientrando nel filone demoniaco di cui fa parte anche L’esorcista (The Exorcist, William Friedkin, 1973).

Non solo, il film è anticipatore del documentario – termine che viene coniato solo nel 1926 da John Grierson in occasione dell’uscita del secondo documentario di Flaherty, con il quale forse Christensen condivide l’origine della docu-fiction – come lo intendiamo oggi.

Il film si fraziona in sette capitoli, che hanno lo scopo di esporre con metodo storiografico come si sia evoluta la caccia alle streghe durante i secoli, scelta che si contrappone alla parte di fiction, che serve invece a dare forma alle superstizioni e alle credenze in questa dicotomia narrativa che si percepisce in più frangenti, con un confronto provocatorio tra passato e presente.

Nel primo episodio abbiamo un’introduzione generale di quelli che saranno i concetti che poi vengono elaborati nel film. Qui Christensen si avvale di una narrazione che si alterna tra didascalie e illustrazioni storiche. Negli episodi successivi, il racconto si fa più specifico, con una descrizione di rituali e nozioni sulle streghe, le quali, attraverso i loro poteri, rendono servizi a persone che li richiedono, e su Satana (interpretato dal regista stesso), col fine di tentare una donna. Il secondo episodio presenta i personaggi utilizzando la fiction.

Dal terzo episodio al quinto è presente una certa continuità nella narrazione, essendoci un filo conduttore non solo tematico ma anche narrativo che lo lega agli episodi successivi. Maria (Maren Pedersen) viene accusata di stregoneria e portata a processo di fronte ai giudici inquisitori; qui Maria, dopo essere stata torturata, confesserà di essere coinvolta nella stregoneria accusando altre presunte streghe. Il quinto episodio si chiude con una delle streghe al rogo e una didascalia che riporta un dato, la morte di oltre otto milioni di donne, uomini e bambini a causa della stregoneria.

Nel sesto e settimo episodio, gli ultimi, l’attenzione si sposta su un confronto tra le superstizioni del passato e su una nuova concezione delle vittime che venivano accusate. Christensen suggerisce come alcuni comportamenti di persone, che ad inizio Novecento venivano considerate isteriche, possano essere ricollegabili alle stesse persone che nel Medioevo  erano messe sotto torchio dalla Chiesa, ponendo un parallelo semplice quanto chiaro tra streghe e cartomanti e chiedendo a noi spettatori se effettivamente ci siamo mai liberati delle superstizioni, con un finale che ricorda quello di Gangs of New York (Martin Scorsese, 2002) per il confronto tra un passato di cui il presente è sempre derivativo. 

La provocazione di Christensen non si ferma dietro la macchina da presa, ma prosegue con la sua interpretazione nel ruolo del diavolo.

Il film si avvale di tecniche quali la sovrimpressione – già perfezionata da Sjöström ne Il carretto fantasma (Körkalen, 1921) – utilizzata nella scena del volo delle streghe in  concomitanza a un modellino della città che fa da sfondo, e lo stop motion, durante la scena del demone (pupazzo) che entra dalla porta facendola a pezzi, ma anche nell’uso sapiente dei frame per creare movimento tra le monete, usate dal diavolo per corrompere le vittime. 

Nonostante l’insuccesso e la censura, il film è riuscito a farsi apprezzare con edizioni successive, fino ad ispirare l’omonima casa di produzione indipendente.

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Autore

  • Quando non parla di Herzog blatera di Woody Allen. Non sta al passo coi tempi ma dice che “recupererà”. I suoi mentori sono Takanaka e Maradona. Fermo sostenitore di una sua possibile carriera cinematografica, ma solo il tempo gli darà ragione. Si vocifera che nel tempo libero si rechi alla stazione di Santa Maria Novella con quelli che definisce amici suoi.


     

     

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