FESTIVAL DEL CINEMA RITROVATO
Le strade, i viaggi e Gaston Velle (1906)
di Riccardo Morrone

Vi siete mai chiesti quali immagini venissero catturate dalle cineprese nel lontano 1906? Cosa veniva proiettato oltre 120 anni fa? Il Ritrovato ha tentato di ricostruirlo con un programma suddiviso in tre parti: le strade, i viaggi e una selezione di tre pellicole ad opera di Gaston Velle. Un giro in tram per le vie di Vienna (Vienne en tramway), una curiosa escursione alla scoperta delle Svalbard (The Wellman Polar Expedition) e la visione mozzafiato delle cascate del Niagara (Excursion aux chutes du Niagara di Léo Lefebvre) ben prima che Marilyn le consacrasse allo status di un onnipresente oggetto turistico-iconografico. Poi, ancora il topos del treno nella ricostruzione di un clamoroso incidente ferroviario (Un attentat sur la voie ferrée), un letto che prende vita sullo schermo (Le Matelas de la mariée di Charles Lucien Lépine) e la storia di una vita miracolosamente salvata da un melone (Le Melon providentiel).
Ma soprattutto l’attrazione principale: l’incantevole cinema di Gaston Velle. Nato a Roma nel 1868, Velle è stato assieme a Méliès e Segundo de Chomón uno dei primi grandi illusionisti dello schermo, maestro nelle antiche arti del trucco e delle féeries nel contesto del cinema primitivo. Dopo un breve apprendistato presso i Lumière, egli passa alla Pathé nel 1903 e nei dieci anni che seguono realizza un centinaio di pellicole prima di abbandonare il cinema nel 1913. Nel primo film, Bicyclette présentée en liberté, due clown assistono ai tricks di una bicicletta senza conducente come nel più classico schema del film a trucchi. La seconda – una copia virata al blu di Un viaggio in una stella – è una pellicola realizzata in Italia presso gli studi della Cines come esatta riproduzione di un film che egli aveva già girato per Pathé: vediamo in azione Nigadimus, una sorta di generico dottor Mabouloff, che raggiunge il firmamento stellare per mezzo di una bolla di sapone prima di essere scacciato dagli astri, precipitando di nuovo rovinosamente a terra. L’iconografia di Velle, meno curata e armonica di quella melesiana, sfoggia linee più rigide e forme maggiormente squadrate. Nel terzo film, La Peine du talion, un entomologo viene catturato da un gruppo di farfalle antropomorfe e punito per i suoi “crimini”: la copia 35mm colorata au pochoir esalta con viva brillantezza i movimenti e le danze serpentine delle farfalle, conservandone ed esaltandone il carattere di unicità oltre 120 anni dopo. Permane nel cinema di Velle in maniera alquanto rigida la frontalità della rappresentazione – coerentemente al periodo nel quale queste opere sono collocate – ma non manca l’integrazione di dettagli, particolari e talvolta anche soggettive. E già nella visioni in sequenza di queste tre opere si può leggere una progressione dalla linearità ed esibita teatralità del primo trucco, fino all’articolazione narrativa del secondo con precise esecuzioni degli effetti di arresto-sostituzione e alla ben più marcata cura formale del terzo film.
Il canto della culla (Cradle Song, Mitchell Leisen, 1933)
di Alessandro Capecci

C’è una sequenza ne Il canto della culla (Cradle Song, Mitchell Leisen, 1933) in cui un’anziana consorella si alza per aprire la porta del suo convento: la macchina da presa attraversa i fori del parlatorio e, dalla parte opposta, due giovani amanti si stanno scambiando un bacio appassionato.
La giovane Joanna (Dorothea Wieck) lascia con grande sofferenza la famiglia per abbracciare la fede e divenire suora di clausura. La sua vita in convento, tuttavia, viene presto illuminata dall’arrivo di una bambina abbandonata, che scoprirà di amare più di sé stessa.
Il film d’esordio di Mitchell Leisen è un oggetto estremamente semplice, ma dotato di una forza narrativa e visiva inaspettata. La grazia con la quale Leisen costruisce il personaggio di Sorella Joanna della Croce è delicata e commovente: in dubbio in merito alla propria vocazione religiosa e scissa nei sentimenti nei confronti della piccola Teresa (Evelyn Venable) – la quale, una volta cresciuta, si innamora del giovane Antonio (Kent Taylor) e decide di lasciare il convento per unirsi a lui in matrimonio –, Sorella Joanna è un ritratto di umanità disarmante, squisitamente contemporanea nel suo interrogarsi e nella propria costante contrattazione delle emozioni più travolgenti. L’amore agli occhi di Leisen e delle altre consorelle non rappresenta una forza del peccato, bensì viene risemantizzato nella gioia e nella serenità del vivere, nell’esistere in soddisfazione e in armonia con ciò che si desidera davvero. Che colpo di fortuna poter assistere al restauro e alla resurrezione di un film quasi perduto, integro quasi cent’anni dopo nella sua semplice forza motrice, nel suo amore incondizionato verso l’amore stesso.
Ajantrik (Ritwik Ghatak, 1958)
di Edoardo Sampaoli

Una storia d’amore tra un uomo, Bimal (Kali Banerjee) e la sua macchina vecchia, con un consumo alto e continuamente bisognosa di manutenzione, Jagaddal. Questa è la seconda opera del regista indiano, più precisamente del Bengala est, Ritwik Ghatak.
Questa è, sì, ma pare non essere poco per la molteplicità di piani di lettura presenti che rendono Jagaddal, la macchina appunto, un microcosmo di mondi, tra quello che può essere l’amore vero, la resistenza o il percorso spirituale all’accettazione.
Bimal vive in un paesino remoto dove trascorre ogni giorno nella piazza dei taxi, usando Jagaddal anche come mezzo di sostentamento. Tra clienti, scorribande e riparazioni continue, non mancano veri e propri momenti intimi e romantici tra Bimal e Jagaddal. Chi è dunque quest’ultima?
L’amore forse? Inteso come moto volontario e sincero che prescinde i soggetti e quantificabile unicamente in sentimento? La cura, il rapporto e l’esperienza costruiscono i pilastri di un amore, anche per una macchina.
Una macchina che comunque richiama al primordiale, sia per aspetto e funzionamento, ma soprattutto per i suoi rumori che ci accompagnano per tutta la visione, veri e propri richiami dal sottoterra. Quindi l’amore anche per il primordiale e le proprie radici nella natura.
Oppure può essere la resistenza, in mezzo a tutti colleghi tassisti e le colleghe macchine, all’aggiornarsi e all’inseguimento dell’ultimo modello, il più moderno. Nuotare continuamente contro corrente, manifestando e preservando il proprio sé, lontano dalle tentazioni del demoniaco consumismo.
Oppure il legame karmico, la fiamma gemella, perché, anche se destinati al matrimonio simbolico, tutto ha una fine ed è giusto che si accompagni e accetti il termine. Jagaddal muore, ed è una morte dolorosa anche per noi spettatori, ma necessaria e logica.
Lasciare andare e seguire il corso, con il passaggio ai posteri dei suoi frammenti, come il clacson, unico oggetto rimasto in seguito allo smantellamento e vendita dei pezzi della macchina a un rivenditore, trovato e usato da un bambino. L’accettazione della fine.
Così si conclude e questo ci lascia l’opera del regista indiano, una varietà di mondi e simbolismi da usare a piacere; l’importante rimane sempre lasciare andare e seguire il corso.
My Brother’s Wedding (Charles Burnett, 1983)
di Alessia Vannini

My Brother’s Wedding (1983), secondo lungometraggio per la regia di Charles Burnett, è un’opera del New Black Cinema che segue le vicende di Pierce Mundy (Everett Silas), un trentenne afroamericano, e delle persone che gravitano attorno a lui e che influenzano le sue scelte di vita. Come lascia intendere il titolo, l’evento climax attorno a cui ruotano le discutibili decisioni del protagonista è il matrimonio di suo fratello, di cui lui dovrebbe essere testimone di nozze anche se non vede di buon occhio la promessa sposa e la famiglia di lei, che hanno sempre avuto ampie possibilità nella vita mentre lui ha dovuto guadagnarsi da vivere duramente. Al contempo, Pierce è anche in attesa del ritorno dalla prigione del suo migliore amico Soldier (Ronnie Bell), unico membro rimanente della sua cerchia e dal carattere alquanto irrequieto.
Durante questa edizione del Festival del Cinema Ritrovato è stato presentato il director’s cut, che è sorprendentemente più corto della versione diffusa originariamente nelle sale. Ambientato nella Los Angeles degli anni Ottanta, My Brother’s Wedding mette al centro della sua storia i valori conflittuali del giovane che resta saldo sulle sue convinzioni, sebbene i genitori tentino ripetutamente di convincerlo a fare la cosa che loro ritengono più opportuna. Pierce, amato e stimato da molti ma visto un po’ come un nullafacente da tanti altri, si ritroverà a dover fare una scelta decisiva tra la famiglia e l’amicizia, tra due eventi ugualmente irripetibili che a lui stanno a cuore in maniera decisamente differente.
Nonostante la recitazione in gran parte amatoriale, ogni singolo attore, specialmente Everett Silas nei panni di Pierce Mundy, è talmente realistico da immergere totalmente lo spettatore nella visione, dando vita ad un mondo e a dei personaggi che ci sembrano estremamente familiari, come se anche noi facessimo parte di quella famiglia.
La pellicola di Burnett esplora la difficoltà dei rapporti familiari, di uniformarsi a degli standard che sono così distanti dai propri, di giungere a dei compromessi con ciò che non si può più cambiare e di imporsi su ciò che, invece, è ancora tutto da decidere. My Brother’s Wedding è un’opera ancorata alla realtà, che indaga i conflitti umani e la brutalità ed imprevedibilità della vita quotidiana in maniera tanto delicata quanto drammatica. È decisamente un film da recuperare per tutti gli amanti del Black Cinema e sicuramente una buona rampa di lancio per chi volesse scoprire questa wave cinematografica per la prima volta.
Amma Ariyan (John Abraham, 1986)
di Olmo Giovannini

Il pellegrinaggio per ricostruire l’identità di un morto senza nome o memoria si trasforma nel processo di ricostruzione identitaria del paese stesso, dilaniato fra vestigie coloniali e bollori rivoluzionari. È lo scontro ideologico fra capitalismo e marxismo, religioso fra islam e cristianesimo, linguistico fra inglese e malayalam, ma soprattutto lo scontro fra il focolare domestico e la pubblica piazza: le ossessioni e le storture familiari portano alla luce quelle strutturali della società del Kerala, e la missione di un uomo singolo diventa una santa crociata collettiva, con tanto di processione finale che richiama il Quarto Stato capitanata dalla “madre” intesa come figura archetipica.
Cuore Selvaggio (Wild at Heart, David Lynch, 1990)
di Alessandro Capecci

Mentre Piazza Maggiore ardeva del caldo della prima giornata d’estate e il pubblico esplodeva di entusiasmo durante i titoli di testa, sullo schermo del Cinema Ritrovato ogni cosa veniva avvolta dalle fiamme: case, sigarette, corpi e l’amore di Lula e Sailor nello sfrenato e scintillante Cuore selvaggio (Wild at Heart, David Lynch, 1990).
Dopo aver compiuto un brutale omicidio e aver trascorso mesi in carcere, Sailor (Nicolas Cage) ritrova la sua amata Lula (Laura Dern) e i due fuggono via insieme. Mentre cercano di essere acciuffati dai compagni del sicario assunto da Marietta (Diane Ladd), madre di Lula che vuole separarli a tutti i costi, i due attraversano l’America cercando di non voltare le spalle all’amore.
Forse più di Velluto blu (Blue Velvet, David Lynch, 1986), Cuore selvaggio sembra contenere in nuce l’idea che di lì a poco prenderà forma ne I segreti di Twin Peaks (Twin Peaks, Mark Frost e David Lynch, 1990-1991, 2017). Assieme alla coincidenza di personaggi e attori (Laura Dern, Grace Zabriskie, Sherylin Fenn, Sheryl Lee, Frank Collison, Harry Dean Stanton, Jack Nance), in Twin Peaks come in Cuore selvaggio – oltre alla proiezione verso una messa in scena camp, kitsch e volutamente esagerata – sussistono le scosse di un mondo sotterraneo popolato da creature oscure e mostruose, criminali, malavitosi e assassini, che cercano di portare la corruzione nel cuore dei personaggi innocenti. Laura Palmer e Sailor non sono esenti da colpe, ma qualcosa nel loro animo è certamente puro: se la prima non riesce a comprenderlo e a salvarlo, uccisa dal malefico BOB, ci pensa la stessa Sheryl Lee nei panni della Buona strega del Sud a ricordare a Sailor di “non voltare le spalle all’amore”, esortandolo a tornare dalla sua amata Lula. Nel bel mezzo del caos, tra la morte e la perversione che orbita attorno a loro, Sailor e Lula si stagliano in cima ad un’auto cantandosi Love Me Tender, protetti dall’amore del loro cuore selvaggio.


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