IL CASO 137

NUOVE USCITE

di Gianluca Meotti

Dominik Moll è uno dei più interessanti registi di post-polar contemporanei, che dopo due film – uno eccellente cioè Only the Animals – Storie di spiriti amanti (Seules les bêtes, 2019), e un altro non indimenticabile, ma comunque interessante nello scrutare l’inconscio profondamente maschilista di un corpo di polizia di provincia, cioè La notte del 12 (La Nuit du 12, 2022) – torna sui nostri schermi con un’altra opera che mette sotto la lente d’indagine il lavoro di una divisione specifica della Police nationale e le sue contraddizioni.

La IGPN è un corpo di indagine interna che ha come compito quello di revisionare i reclami presentati dai cittadini contro gli agenti e verificare effettivamente se le colpe attribuite ai gendarmi siano reali e quindi sanzionabili. In un ufficio ricevono le testimonianze della popolazione, convocano gli agenti coinvolti, scrivono testimonianze, raccolgono prove e ricostruiscono gli eventi e le dinamiche degli incidenti, fino ad avere un quadro il più vicino possibile alla verità. Il loro ruolo da controllori dei controllori non li rende popolarissimi nei confronti dei colleghi, i quali li vedono come dei traditori interni, pronti a distruggere carriere senza nemmeno alzarsi dalle loro scrivanie, mentre loro, gli operativi, rischiano la vita ogni giorno. Dall’altra parte, però, non godono neanche di troppa stima da parte del popolo, il quale vorrebbe pene capitali per quegli agenti che vengono meno al loro dovere. Fra queste due forze opposte ha scelto di stare Stéphanie (Léa Drucker, che ha vinto un César per la sua interpretazione), alla quale, durante le proteste dei gilet gialli a dicembre 2018, viene sottoposto il caso di un manifestante finito in ospedale dopo che un poliziotto gli ha sparato un proiettile di gomma in testa, ferendolo gravemente e lasciandogli danni permanenti. Stéphanie deve capire se la reazione degli agenti è stata motivata dalla possibilità di una minaccia reale o se c’è stata una sproporzione nella reazione; per questo motivo inizia a recuperare materiale dell’accaduto, sente i poliziotti coinvolti e si districa fra l’odio dei colleghi e le pressioni della famiglia della vittima, che non concepisce come non sia sufficiente che il ragazzo sia all’ospedale con gravi danni alla testa per punire i poliziotti responsabili.

Non concentrandosi su degli operativi, Moll sceglie di realizzare un thriller burocratico in cui la cosa migliore è proprio la descrizione del lavoro della protagonista in ogni suo dettaglio. Le prassi di ricerca, ad ognuna delle quali corrisponde una mail scritta ad un diverso ente con annesse sequenze di numeri, codici e sigle, sono ricostruite al meglio, così da mappare l’intera rete burocratica e di scartoffie che si genera da un momento di fortissima tensione e drammaticità quale gli scontri fra poliziotti e manifestanti. Questa analisi del lato grigio del potere, che per sopravvivere deve tessere una rete fittissima di cerimoniali ai quali i suoi alfieri devono sottostare costantemente, è ciò che di meglio il film riesce a produrre, affidandosi anche a prassi pseudo-documentarie per ricostruire tutti i passaggi necessari a Stéphanie per scoprire la verità.

Siamo infatti inondati di fogli, verbali, revisioni degli stessi, rimandi, ingiunzioni, telefonate per ricevere l’approvazione a procedere e niente azione; ogni elemento per appesantire la narrazione sembra essere presente, ma Moll è molto capace nell’iniettare all’interno della storia brani della vita privata della sua protagonista, inserendo soprattutto un personaggio che fungerà da testimone chiave e il quale spingerà Stéphanie, per l’unica volta, a rompere il codice e a fare qualcosa che non dovrebbe fare per giungere alla verità.

Proprio sul concetto di verità, o meglio sulla sua inafferrabilità, e della sua non sempre equivalenza con la giustizia, poi, il film cerca di convergere, cercando di porsi come un oggetto di stratificazione del senso superiore a quella che effettivamente possiede. Infatti, per arrivare alla domanda finale con cui lascia il pubblico, e che ovviamente non saremo noi a rivelare, la pellicola si avvale di una semplificazione costante e totale di tutti i personaggi coinvolti; i cattivi diventano sempre più omertosi e i buoni sempre più delle povere pecorelle da difendere. Moll sembra non avere mai l’intenzione di mettere le mani in profondità in quello che è un argomento scomodo politicamente e socialmente, servendosi invece di un pressapochismo riduttivo e francamente offensivo se si è spettatori.

Ogni discorso sul potere così si vanifica e quello che resta è un film buono per i festival (Cannes, dove è stato presentato), sicuramente godibile, ma che inevitabilmente segna un passo indietro rispetto a tutto quello che si era visto prima.

Autore

  • Studente DAMS di giorno; per il resto cinema, film e pellicole cinematografiche. Nella sua testa c’è sempre un piccolo Marshall McLuhan che gli dà ragione.


     

     

     

     

     

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