FIL ROUGE: CINE-BOOM
di Sara Pellacani
L’anno è il 1961, e mentre l’Italia vive il cosiddetto miracolo economico, Pietro Germi catapulta lo spettatore in una realtà ben lontana da quella del boom, ambientando il suo Divorzio all’italiana nella cittadina siciliana di Agramonte. È proprio il Canto d’Amore in dialetto siciliano di Carlo Rustichelli (compositore del film) ad aprire la pellicola e a far immergere il pubblico in una dimensione non ancora travolta dalla modernità, ancorata saldamente a dei valori e ad una morale del tutto antichi ed ottusi (non casuale la scena in cui i cittadini di Agramonte si recano al cinema e rimangono scioccati dalla visione de La dolce vita di Fellini).
Germi, infatti, riadatta il romanzo Un delitto d’onore di Giovanni Arpino in chiave comica e porta sul grande schermo la storia del barone Ferdinando Cefalù (Marcello Mastroianni), sposato con Rosalia (Daniela Rocca) ma segretamente innamorato della cugina minorenne Angela (Stefania Sandrelli). Le due donne sono diametralmente diverse tra loro: la prima rappresenta per Ferdinando un impiastro che continua ad assillarlo, in cerca semplicemente di affetto dal marito, il quale però ripone tutte le sue attenzioni verso la conquista di Angela. Ferdinando arriva così ad una conclusione: commettere il delitto d’onore spingendo la moglie a tradirlo, per poi poterla uccidere cavandosela con pochi anni di galera. Da qui tutta una serie di rocamboleschi tentativi di Ferdinando di spingere la moglie verso le braccia di un altro uomo, tentativi che Germi mette in scena magistralmente anche grazie alla recitazione di Marcello Mastroianni nei panni del barone: tutti i suoi tic e le sue espressioni creano una maschera comica che si incastra perfettamente nella satira proposta dal regista.

Proprio qui sta la forza del film, che utilizza la commedia per denunciare la società italiana che è sì travolta dal boom economico, ma che a livello valoriale, relazionale e legislativo è ancora una nazione arretrata: all’epoca di uscita della pellicola, il divorzio non era ancora ammesso dalla legge italiana (introdotto poi solo nel 1970 e confermato dal referendum abrogativo del 1974), mentre il delitto d’onore sì.

Nella pellicola, Germi mette in scena una commedia quasi grottesca – vedasi le scene dove Ferdinando si immagina i modi più improbabili per uccidere Rosalia, tra cui gettarla nella bacinella bollente dove si lavano i panni sporchi o, ancora, lanciarla nello spazio con un razzo – dove nessuno è realmente innocente e tutti sono parte di una società antiquata. I protagonisti sono estremamente caricaturali: Rosalia non è esattamente il prototipo di donna angelo e Ferdinando, nonostante sia un vile senza scrupoli, pretende il rispetto che il suo titolo di barone porta con sé, rendendolo così un personaggio estremamente buffo i cui pensieri ci vengono trasmessi dalla sua stessa voce narrante.
Pietro Germi realizza così una delle pietre miliari della commedia all’italiana, che gli varrà il premio come Miglior sceneggiatura originale agli Oscar nel 1963, mettendo in scena tutte le contraddizioni di uno Stato che, seppur in parte attraversato da un’ondata di modernità, aveva ancora le sue radici in un quadro valoriale arcaico. Stessa critica sociale verrà poi ritrovata in altri due film del regista, ovvero Sedotta e abbandonata (1964), con protagonista sempre Stefania Sandrelli, e Signore & signori (1966).


Lascia un commento