ATTITUDINI: NESSUNA

This entry is part 22 of 29 in the series N9 2025

NUOVE USCITE

La Leggenda di Aldo, Giovanni e Giacomo

Di Riccardo Morrone

«Aldo, Giovanni e Giacomo utilizzano un sapiente repertorio professionale di gesti, occhiate, botte e risposte, controscene, il tutto amalgamato in maniera estremamente nitida, incisiva, spiritosa. Mai fuori tempo, mai sbracati, mai volgari. In una parola, bravissimi». Così un’eminenza come Tullio Kezich sul Corriere della Sera tesseva le lodi di quella perla che è La leggenda di Al, John e Jack (Aldo, Giovanni e Giacomo, Massimo Venier, 2002), la loro originalissima parodia del gangster movie. Quest’opera – di certo la più sofisticata del Trio da un punto di vista strettamente cinematografico – resta forse l’unica della loro filmografia ad aver trovato più fortuna nel responso della critica (in altri casi spesso tiepido se non addirittura ostile) che nell’apprezzamento trasversale del pubblico (in calo rispetto alla trilogia d’esordio). E proprio sul set di quel film lavorava già come assistente alla regia Sophie Chiarello, regista francese classe 1967 e autrice di Attitudini: nessuna (2025), in sala dal 4 dicembre.

Già vincitrice qualche anno fa del David di Donatello per il miglior documentario con Il cerchio (2022), Chiarello confeziona un documentario minimal (ma non «minimalista polacco», si badi bene), quasi sciatto nell’uso esclusivo della macchina a mano e organizzato come un viaggio a tappe cronologiche e geografiche per ripercorrere, dall’infanzia fino all’immediato presente, i destini incrociati del triumvirato comico milanese formato da Aldo Baglio, Giovanni Storti e Giacomo Poretti. La prima parte è certamente la più riuscita e interessante, quella in cui si ricostruisce con dovizia di particolari e precisione topografica la vitalità della scena comica di Milano e dell’hinterland negli anni Settanta, tra il teatro e il cabaret nei locali, tra il Derby e lo Zelig. Sono tanti i personaggi chiamati in causa, gli incontri nodali per il percorso dei tre: da Paolo Rossi a Gino e Michele, dal regista teatrale Arturo Brachetti fino alla Gialappa’s Band; ma a risaltare, in mezzo a questo pantheon, sono soprattutto le “defezioni”, come la presenza assai contenuta nel documentario di una compagna di viaggio fondamentale per le sorti del Trio come Marina Massironi (la sua “scomparsa” dopo Chiedimi se sono felice [Aldo, Giovanni e Giacomo, Massimo Venier, 2002] rimane alquanto enigmatica) e anche la totale assenza di Massimo Venier, altra figura assolutamente centrale per il loro trionfale passaggio dal piccolo al grande schermo.

«Arriva Tafazzi, mistico randellatore» titolava l’Unità il 19 aprile 1995: il premier in carica era il dimenticato Lamberto Dini, la finale di Coppa Uefa una questione tra italiane (Juve e Parma) e l’articolo firmato da Sandro Veronesi sentenziava sicuro «A STAR IS BORN» riferendosi allo “zero comico assoluto” Tafazzi identificato come simbolo della sinistra in grado solo di autoflagellarsi. Se le parole sono di Veronesi, l’idea e l’interpretazione politica (se così vogliamo chiamarla) sono invece del direttore Walter Veltroni, come lui stesso racconta rendendosi protagonista, durante la rievocazione di questo accadimento, del frammento più randomico e fuori-contesto dell’intero documentario: lo seguiamo mentre visita il Bottegone abbandonato, la storica sede del PCI in Via delle Botteghe Oscure come se, d’improvviso, fossimo stati gettati in uno dei suoi insostenibili film. In effetti, è in questa fase che l’opera di Chiarello inciampa maggiormente e dà prova di qualche grave sintomo di veltronite, ossia di virulenta carica nostalgico-passatista nei confronti della presunta purezza dei “bei vecchi tempi che furono”, che si traduce in violenti lampi agiografici come auto-celebrazione di “quello che siamo stati”. Certo, non si scade mai nell’elogio stucchevole dei protagonisti e del passato – come invece finisce sempre per fare il cinema di Veltroni – ma è come se si rinunciasse ad indagare davvero fra le pieghe del loro lunghissimo viaggio, preferendo lasciar spazio all’aneddotica e a qualche pennellata di sentimentalismo.

Come detto, dunque, il documentario funziona e scorre gradevole e disinvolto per i novanta minuti della sua durata. Resta, però, difficile dissuadersi dall’idea che Aldo, Giovanni e Giacomo – come ultimi Re Mida (assieme a Zalone) del cinema popolare italiano – avrebbero meritato un racconto un po’ meno rigido e lineare, ma che scavasse con maggiore profondità e ispirazione all’interno del loro gesto comico e portasse anche qualche considerazione di più ampio respiro rispetto al loro ruolo nel cinema italiano di questo Millennio.

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Autore

  • Classe 2003, Riccardo è pigro, nato vecchio e convinto giochista. Aspirante nullafacente, prova a studiare cinema e trascorre i suoi giorni guardando cose (dal dubbio gusto e valore intellettuale), tra il cinema e lo stadio. Ha poche, granitiche certezze: di sicuro Scorsese come ispirazione e Lionel Messi come fede religiosa.


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