NUOVE USCITE
Di Sara Pellacani
Da sempre oggetto di discussione, il tema della maternità, dei problemi ad essa legata e dei complessi nuclei familiari attraversa il cinema da molti anni. Negli anni Settanta ci aveva pensato John Cassavetes con Una moglie (A Woman Under The Influence, 1974); quest’anno un altro importante regista, ovvero Paul Thomas Anderson, ha toccato il tema con il personaggio di Perfidia Beverly Hills nel film Una battaglia dopo l’altra (One Battle After Another). Recentemente però, a dedicare un’intera pellicola a queste tematiche è stata Lynne Ramsay con Die My Love, presentato lo scorso maggio alla 78ª edizione del Festival di Cannes.

La storia è quella di Grace (Jennifer Lawrence), giovane scrittrice neo mamma che, assieme al compagno Jackson (Robert Pattinson), si trasferisce nelle campagne del Montana nella speranza di poter iniziare un nuovo capitolo della loro vita come genitori. Le infinite distese di terra e la solitudine però non fanno altro che peggiorare la depressione post parto della donna.
Ramsay porta sullo schermo la complessità della maternità attraverso il personaggio di Grace che, nonostante l’amore che prova per il figlio, sente come di dover scappare dal nido familiare, che la fa sentire in trappola. Una protagonista sfaccettata, insomma, che la Lawrence interpreta in modo tutt’altro che banale, riuscendo a farci immergere nella sua desolazione. Inoltre, un altro elemento chiave della pellicola è il fatto che la narrazione, non essendo lineare e mescolando il reale con i sogni ed i ricordi di Grace, porta il pubblico ad avere un continuo senso di stordimento, riuscendo a farlo immedesimare in quella che è la confusione provata dalla donna.


La regista è anche un’abile creatrice di atmosfere, catapultando lo spettatore in un’America rurale fatta di silenzi: la sceneggiatura della pellicola infatti è scarna e lascia alle immagini il compito di raccontare questa storia. Peccato che alcune di esse risultano solo essere belle inquadrature che, seppure vogliano apparire simboliche, finiscono per sembrare solamente vuote e superficiali (vedasi le scene con il cavallo nero che corre lungo il perimetro dell’abitazione).
Una nota di merito però va alla fotografia che, attraverso il contrasto tra chiaroscuri, riesce a creare una specie di paesaggio-stato d’animo, in quanto nella dimensione ‘’onirica’’ di Grace i colori si fanno più cupi e tetri.
E’ certamente un’opera coraggiosa quella di Lynne Ramsay, che porta sul grande schermo l’interiorità femminile in un momento delicato come quello della maternità, fatta di contraddizioni e dove le parole degli altri, anche se in buona fede, sembrano sempre essere di troppo.


Lascia un commento