AMARGA NAVIDAD

NUOVE USCITE

di Gianluca Meotti

Quando Elsa (Bárbara Lennie) arriva sull’isola-rifugio dove decide di trascorrere del tempo con la sua migliore amica Patricia (Victoria Luengo) e inizia a scrivere, è la terza regista intenta alla creazione di cui diventiamo consapevoli all’interno di questo film-gioco, auto-accusatorio e rivelatore, al cui interno convivono insieme un film mediocre, uno in teoria migliore e uno consapevole.

Il primo dei tre registi è ovviamente lo stesso Almodóvar, il cui cognome da solo nei titoli di testa è sufficiente a farci presente che stiamo guardando la sua ultima creatura. Uno degli ultimi autori di stampo ancora novecentesco e uno dei pochi per cui sembra ancora valere ad ogni prova quella politique degli autori che vede in ogni nuova manifestazione una prova di genio coerente con tutte quelle che l’hanno preceduta e che la seguiranno. Almodóvar ormai è anche un brand, certificato e storicizzato più per volontà degli altri che sua, trattato come un leone ormai addomesticato dall’età e premiato con un Leone (quello di Venezia di un paio di annate fa) che sembrava più un premio (“bonariamente liquidatorio”, per dirla con Fellini) alla carriera più che il riconoscimento per il singolo film. Ma il brand Pedro non si arrende facilmente e quindi a Cannes arriva con la sua confessione, in cui forse fa ancora proprio quello per cui si mette in croce: rivelare le sue menzogne continuando a mentire.

E qui parte la storia nella storia e arrivano gli altri due suoi alter ego. Il secondo in questo ordine di scatole cinesi è interpretato da Leonardo Sbaraglia, attore argentino, che se ci atteniamo alla mitologia almodovariana aveva un ruolo piccolo ma fondamentale in Dolor y gloria (2019) e ora ha scalato la graduatoria arrivando a fare il protagonista. Lì interpretava l’ex amante ex-eroinomane della trasfigurazione di turno di Almodóvar, mentre qui interpreta il protagonista Raúl, un regista famosissimo, vincitore di due Oscar ma che non riesce più a trovare un soggetto che lo soddisfi da cinque anni. In mancanza di ispirazione, si rivolge a ciò che crede di conoscere meglio, ovvero sé stesso e chi gli sta intorno: partorisce una storia ambientata nel 2004, dove troviamo Elsa che inizia ad avere degli attacchi di panico, probabilmente legati alla morte mai superata della madre.

Man mano che la storia si sviluppa, Raúl inizia a far coincidere sempre di più il film con la sua vita: Beau (Patrick Criado), il compagno di Elsa, assomiglia molto a Santi (Quim Gutiérrez), l’uomo di quindici anni più piccolo che vive con lui e con cui ha avuto una relazione; il personaggio di Patricia ha dei tratti della sua assistente personale Monica (Aitana Sánchez-Gijón), la tragedia vissuta da un’amica di quest’ultima fornisce l’ispirazione per il personaggio di Natalia (Milena Smit). Per tutto il film assistiamo alla messinscena della sceneggiatura di Raúl, un film di Almodóvar classico, impreziosito dalla sua scrittura e dalla composizione, ma nel complesso un Almodóvar minore. E sembra esserne consapevole lui stesso, dato che il film esplode negli ultimi minuti quando Raúl e Monica si confrontano dopo che lei era rimasta scioccata dal fatto che lui si fosse permesso di inserire nella sceneggiatura dei dettagli tanto privati e così sfacciatamente riconducibili alla realtà.

Almodóvar sembra qui mettersi alla berlina autonomamente, denunciando in maniera chiarissima e diretta il vampirismo dell’artista e in particolare il proprio. Tutto quello che esiste nell’arte viene dal reale e l’artista si sobbarca la responsabilità, non impostagli da nessuno se non sé stesso, di utilizzare questi infiniti materiali per i suoi scopi, che sono per forza di cose egoriferiti e solipsistici. Facendo un passo indietro dalla sua stessa opera, Almodóvar, mostrandoci quanto questo Amarga Navidad (che è il nome che Raúl dà alla sua sceneggiatura) sia più debole rispetto agli altri suoi film, ci rassicura sul fatto che anche i più grandi sbagliano, che i geni nel vuoto cosmico non esistono e che tutto ciò che un artista riesce ad ottenere nella sua vita dipende tanto da lui quanto dagli altri. Aprendosi in maniera così disinvolta e rendendo noti i suoi fallimenti, Almodóvar costruisce un apologo cinico e funereo sulla concezione romantica dell’artista: non è l’eremita infuso di genio a cui tutto è concesso senza che ci siano ripercussioni, ma un essere umano come tutti che rifiuta un cachet di duecentomila euro per andare a presenziare ad una cerimonia in Qatar per motivi umanitari, senza però farsi scrupoli ad inserire nella sua sceneggiatura il vero dolore di una madre che ha perso il figlio, pensando che cambiare nome ed età della poveretta basti.

Ma a quanto di questo dobbiamo effettivamente credere? Se l’artista è un bugiardo per natura, così intimamente attaccato alla ricezione da parte del pubblico delle sue opere e così visceralmente innamorato del suo materiale da fargli dimenticare la moralità della creazione, cos’è che non farebbe per emergere fra i suoi pari e distinguersi ai nostri occhi? Il film vive massimamente in questa contraddizione interna, che non lo spiega e non ambisce nemmeno ad una risoluzione: giunti alla scena finale, tutto ciò di cui si presuppone che un regista abbia paura che emerga viene effettivamente fuori, ma forse non è abbastanza o è addirittura un’altra bugia – o forse, ancora, è la verità nella sua interezza; chi può dirlo? La sovrapposizione fra arte e vita sembra essere svelata completamente, ma se effettivamente fosse così, che senso avrebbe continuare a fare film, a scrivere libri, dipingere, etc.

In un film che sembra quasi una tesi sul ruolo dell’artista, Almodóvar non rinuncia alla contraddizione e rifiuta nuovamente un compromesso che lo vedrebbe stabilmente dalla parte dei “buoni” e dei “giusti”, preferendo la zona d’ombra dentro la quale chiunque fa arte dovrebbe tendere a collocarsi.

Autore

  • Studente DAMS di giorno; per il resto cinema, film e pellicole cinematografiche. Nella sua testa c’è sempre un piccolo Marshall McLuhan che gli dà ragione.


     

     

     

     

     

Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *