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Di Alessia Vannini

A Big Bold Beautiful Journey – Un viaggio straordinario (A Big Bold Beautiful Journey, Kogonada, 2025) è un viaggio on the road e, mentre Kevin e Sarah varcano le porte del loro passato e aprono i cancelli del loro cuore, noi ci imbarchiamo in un’esperienza peculiare e unica assieme a loro. Il marchio di fabbrica di Kogonada, la sua delicata amarezza nel rappresentare il fascino della vita quotidiana, non impiega molto a prender piede anche in questo caso. A tal proposito, uno dei monologhi/dialoghi di Kevin (Colin Farrell) con Sarah (Margot Robbie) è piuttosto esemplare. Egli sottolinea il fatto che, di tanto in tanto, visitiamo posti bellissimi da soli ed il loro fascino è così grandioso che finisce per farci sentire dannatamente soli. Desideriamo raggiungere la cima di una montagna ma, una volta in vetta, siamo portati a guardarci indietro e ad osservare il percorso che abbiamo attraversato, sperando in una sorta di rivelazione di vita facendo ciò.

Nonostante la brutalità con cui descrive qualcosa considerabile come accattivante (godersi il nostro tempo da soli), sottolinea però la tenerezza nel poter rivisitare quei luoghi con qualcuno che amiamo, perché un ricordo triste potrebbe sempre trasformarsi in una nuovissima e splendida esperienza. Kevin sottolinea in modo fantastico il fatto che è meglio sentirsi nervosi mentre si è in compagnia di qualcuno che amiamo piuttosto che stare da soli e non provare nulla.
Inutile dire, a questo punto, che uno dei temi centrali che permea tutti i film di Kogonada è la bellezza sottesa delle relazioni umane, che persistono nel tempo e lasciano un segno nei nostri cuori impossibile da cancellare. Se da un lato il regista celebra sempre il fascino dell’esistenza, dall’altro indaga sull’impatto che la morte dei nostri cari ha su di noi e su come ciascuno la processi in maniera differente. Più che il momento stesso della morte, i suoi film sono incentrati sull’estremo saluto, sulla difficoltà di dire addio e sul peso del rimpianto per non averlo fatto adeguatamente o per non essere stati affatto presenti al momento della loro dipartita.
A tutti, probabilmente, almeno una volta nella vita è capitato di preferire il fuggire dall’amore quando questo sembra troppo perché si crede di non meritarlo, piuttosto che dover affrontare un muro di difficoltà che sembra insormontabile e inabbattibile. Così facendo, i personaggi di questa storia si ritrovano intrappolati – o volutamente rifugiatisi – in un limbo di ricordi, restii nell’affrontare la vita reale perché il comfort li tenta sempre maggiormente. Ciò che Kogonada ed i suoi meravigliosi personaggi ci insegnano – tanto in questo film come nei suoi altri – è che tutti abbiamo la capacità di essere felici: basta solo sceglierla la felicità, anche quanto questa è brutalmente spaventosa.

In un carosello di incontri con i fantasmi del passato, emerge un altro grande scrigno di archetipi che Kogonada porta sempre sullo schermo: quello dei genitori. Egli non propone mai una visione unitaria, ma anzi genitori che hanno atteggiamenti molto diversi nei confronti dei loro figli. Ci mostra tanto coloro che vorremmo essere o essere stati, o il tipo di genitore che avremmo voluto avere, quanto figure genitoriali che non si definirebbero propriamente dei modelli da seguire. Il padre di Jin in Columbus (2017) è prossimo alla morte, ma la sua assenza nell’attualità lo ha in fin dei conti sempre caratterizzato anche in passato. La madre di Casey in quello stesso film è malata e, seppur non perfetta, cerca sempre di fare del suo meglio. I genitori di Mika e Yang in After Yang (2021) – in cui rincontriamo l’eccellente Colin Farrell – sono estremamente amorevoli, a tal punto da voler salvare anche chi umano non è ma lo sembra tanto.
Se Columbus, pur non essendo una storia vera, è comunque realistica, già con After Yang Kogonada ci ha proposto una storia sempre più ai limiti del reale. Col suo ultimo film, invece, ci propone un’avventura sempre più fantasiosa, eppure ancorata al nostro mondo. Mentre nel suo secondo lungometraggio l’irrealismo sta nel personaggio androide umanoide, in questo è proprio il viaggio che pare del tutto immaginario.
Eppure, all’interno della cornice delle sue delicate pellicole, tutto sembra possibile, tangibile e realistico, pur nella sua assurdità. Nei film di Kogonada, i robot possono provare emozioni, e porte piazzate nel nulla possono teletrasportarci nel passato. Ma soprattutto, il fil rouge predominante nelle sue opere è l’affermazione della morte come qualcosa di inevitabile, e con cui dobbiamo imparare a fare pace, a prescindere da quanto difficile possa essere e da quanto tempo possa volerci.

A Big Bold Beautiful Journey sembra una fiaba sospesa nel tempo — o, per meglio dire, che attraversa le epoche. Varcare la soglia di quelle magiche porte significa essere trasportati in un tempo passato, come in Ritorno al futuro (Back to the Future, Robert Zemeckis, 1985), con la sola eccezione che, in questo caso, le loro azioni non hanno ripercussioni sul passato e sul futuro, perché ciò che è stato rimane alle nostre spalle e non può essere cambiato.
Molto curioso nel film è il “personaggio” del GPS, una guida che li accompagna nel loro meraviglioso viaggio, fungendo da matchmaker ma ricordando al contempo un po’ HAL 9000 di 2001: Odissea nello spazio (2001: A Space Odyssey, Stanley Kubrick, 1968) nel suo essere un soggetto pensante che letteralmente interagisce con i personaggi e si scontra con essi quando questi fanno cose che lui non avrebbe fatto o non avrebbe voluto che loro facessero.

Con un accompagnamento sonoro fra le note delle canzoni del musical How to Succeed in Business Without Really Trying e le battute di Tom Hanks nel film Big (Penny Marshall, 1988), tutto il film è pennellato con meravigliose tinte dei soli colori primari blu e rosso, rappresentati rispettivamente da Colin Farrell e Margot Robbie, con qualche spruzzo di giallo qua e là. I colori assegnati a ciascun personaggio non sono affatto casuali, né tantomeno il loro cambiamento nel tempo.
Kevin, infatti, è sempre vestito di blu, rappresentando quindi un senso di tristezza e malinconia, richiamando il modo di dire inglese “feeling blue” e tutto ciò che esso può significare. È attaccato al passato – o meglio, imprigionato in esso – e cerca disperatamente di non soccombere ed annegare nel mare dei ricordi.

Sarah, invece, è quasi sempre vestita di rosso, un colore emblematico e simbolo di forza, determinazione e sicurezza, tanto che lei si presenta appunto come una donna spavalda e sicura di sé. Talvolta indossa pure il giallo – colore per eccellenza della felicità – quasi come se volesse autoconvincersi del fatto che può essere felice, o forse per portare con sé un monito che non tutto il dolore che ha sofferto e che ora si trova a rivivere è destinato a durare in eterno.
Alla fine, quando tutte le maschere cadono, sarà Kevin ad indossare il rosso e Sarah il blu. A conclusione del loro magico percorso, lui ha sconfitto tutti i fantasmi del passato che lo angosciavano e ne è uscito pressoché vittorioso, o quantomeno consapevole e guarito. Lei ha appreso invece che non deve essere chi non è, e che mostrarsi fragili non è un difetto. Adesso è lei ad essere vestita di blu, perché ha compreso che non ha ancora del tutto superato il passato, e va bene così. Ognuno ha i propri tempi per processare e far guarire le ferite e non c’è nulla di cui vergognarsi in ciò.

Tutto sommato, ciò che è certo è che Kogonada sa davvero come spezzare i cuori e poi ricucire insieme i loro pezzi con nastri d’amore.

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