GLI OSCAR
Un incantesimo a metà
Di Miriam Padovan

Wicked, diretto da Jon M. Chu, è un adattamento cinematografico del famoso musical di Stephen Schwartz, il quale si è lasciato ispirare dal romanzo postmoderno di Gregory Maguire. L’obiettivo del film è ampliare l’universo narrativo di Oz esplorando temi come discriminazione, bullismo e manipolazione, iniziando proprio da una battuta ad inizio film: “Perché esiste la malvagità?” Sicuramente un progetto ambizioso, che cerca di bilanciare le aspettative dei fan del musical originale (dopo l’esperienza di Cats [Tom Hooper, 2019] nessuno vuole deludere di nuovo i theatre kids) e di attirare nuove fasce di pubblico, combinando un’estetica classica anni Cinquanta e tinte glam in un’esperienza visiva sorprendente.

La storia si concentra sulla formazione universitaria di Elphaba e G(a)linda, due protagoniste opposte ma complementari che, nonostante tutto, costruiscono una turbolenta ma realistica amicizia: Elphaba, interpretata con forza da Cynthia Erivo, simboleggia emarginazione e resilienza, ma sfiora il cliché del buono incompreso (una scelta che punta al vittimismo come facile e piatta soluzione di trama); Glinda, interpretata da Ariana Grande, cerca di evolvere da stereotipo frivolo a personaggio con profondità morale ma sembra inciampare proprio alla fine del film scegliendo la via dell’opportunismo. La relazione tra le due protagoniste è essenziale, ma soffre di una sceneggiatura a tratti disorganizzata. Ambientazioni come la scuola Shiz richiamano ambienti come Harry Potter o High School Musical, offrendo la ricetta perfetta per cavalcare la nostalgia dei Millennials (ha funzionato con Barbie [Greta Gerwig, 2023], no?).

La regia di Chu si distingue per il suo forte amore per lo spettacolo: dettagli e primi piani, così come droni e altre tecniche visive, arricchiscono il materiale teatrale. Tuttavia, il film è penalizzato da un ritmo narrativo troppo diluito, da personaggi piatti, sottotrame incomplete e da una conclusione, ovvero l’incredibile performance di quindici minuti di Defying Gravity, che lascia un senso di incompletezza, anche se appaga occhi e orecchie. Le scenografie spettacolari e i costumi elaborati amplificano l’effetto visivo, anche se a volte sovrastano la narrazione risultando abbastanza kitsch. Le abilità vocali di Erivo e Grande sono straordinarie: dopo decenni di film musicali con attori mediocri che non sanno davvero cantare senza Auto-Tune, il potere delle voci di queste donne è semplicemente travolgente; tuttavia, non riescono sempre a compensare la mancanza di coesione logica tra le scene.
Se il musical aveva già reso più digeribile la complessità politica e sociale del romanzo di Maguire, il film ha deciso di applicare un ulteriore filtro semplificativo. Le profonde implicazioni sulla propaganda, la costruzione del nemico e l’autoritarismo del Mago di Oz (Jeff Goldblum) vengono annacquate fino a diventare meri dettagli di sfondo. Del fascismo velato e delle dinamiche di potere che Maguire aveva così abilmente intrecciato nel suo romanzo non resta che un vago eco, coperto dal luccichio degli incredibili costumi. Perché riflettere sulla manipolazione della verità e sulle derive autoritarie seriamente quando lo si può fare mescolandolo all’entertainment più puro? Sembra che il film abbia seguito la filosofia del suo stesso antagonista: “Dai alla gente quello che vuole”. Peccato che nel processo si sia persa l’opportunità di rendere giustizia all’originale intento sovversivo della storia. Se ciò che il pubblico vuole è un’esperienza visivamente sgargiante, rassicurante e senza troppi dilemmi morali, beh, tanto valeva fare una serie di slides su Canva e postarle su Instagram come profonda riflessione politica.

Ora, non fraintendetemi, il film è bello da guardare: il tempo passa velocemente, i costumi e le ambientazioni sono incredibili, i performer hanno dato il meglio di sé. Chu riesce a portare sul grande schermo un’esperienza musicale pop, ma senza raggiungere pienamente l’intimità necessaria per coinvolgere emotivamente il pubblico. Sebbene abbia alcuni difetti e non soddisfi le aspettative elevate, riesce comunque a catturare e intrattenere, riuscendo a toccare (almeno in modo didascalico) temi decisamente non scontati per un prodotto del genere che credo, e spero, sia inteso più come una bella favola per bambini piuttosto che un film d’autore. Tuttavia, da un film candidato agli Oscar mi sarei aspettata un minimo di approfondimento su dei temi così contemporanei.
E visto che abbiamo toccato l’argomento Oscar, vorrei fare un punto su quello che abbiamo visto proprio riguardo questo film. Le due protagoniste hanno avuto l’onere e l’onore di aprire la serata con un medley di canzoni tratte proprio dal Mago di Oz, ed è innegabile come la platea abbia apprezzato pienamente l’incredibile performance di Ariana Grande e Cynthia Erivo, durante la quale spiccava fortemente il rapporto di amicizia tra le due (che dopo tanta farsa del press tour sia sbocciato qualcosa di vero tra le due? Ne ho parlato in questo articolo). Il film ha vinto solo due delle dieci candidature, e direi anche le più ovvie: migliori costumi – momento storico, poiché Paul Tazewell è stato il primo uomo di colore a vincere un Oscar nella categoria – e migliore scenografia (per Nathan Crowley e Lee Sandales). La cosa che ha sconvolto tutti però è stata la mancata vittoria come miglior attrice protagonista della Erivo, la quale avrebbe finalmente fatto parte del gruppo degli EGOT, ovvero le persone che hanno vinto i quattro principali premi annuali statunitensi dedicati all’intrattenimento (Emmy Award, Grammy Award, Premio Oscar e Tony Award); questo però non stupisce in realtà molto se si pensa a quanto si sia politicizzata l’Academy ultimamente, e quindi la vittoria di Anora (Sean Baker, 2024) era abbastanza telefonata (avrei scommesso su Emilia Pérez [Jacques Audiard, 2024], ma il drama sulla Gascón ha decisamente rimescolato le carte in tavola).
Ed ecco qui che arriva il mio momento Nostradamus/Fabrizio Corona: sono sicura che l’Oscar le verrà dato per la seconda parte del film, così come quello di miglior colonna sonora e miglior attrice non protagonista.
Vedremo se il prossimo capitolo, che è previsto per novembre 2025, riuscirà a trasformare questa promettente base in un’opera memorabile – ammesso che non esca durante l’anno un film indie che possa dare filo da torcere a questa produzione.


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