NUOVE USCITE
Di Gianluca Meotti
Con The Social – Il prezzo della verità (The Social Reckoning, Aaron Sorkin, 2026), Aaron Sorkin torna a occuparsi di Facebook, ma lo fa spostando il punto di osservazione rispetto a The Social Network (The Social Network, David Fincher, 2010), del quale il film non costituisce tanto una prosecuzione narrativa quanto un aggiornamento dello sguardo. Se Fincher raccontava la nascita di un impero attraverso le ambizioni e i risentimenti dei suoi fondatori, Sorkin si confronta con un potere ormai consolidato, il cui funzionamento ha progressivamente assunto una dimensione che supera quella dei singoli individui. A guidare il racconto sono Frances Haugen (Mikey Madison), la “spiona” che ha denunciato le pratiche interne dell’azienda, e Jeff Horwitz (Jeremy Allen White), il giornalista del Wall Street Journal che ne ha raccolto le rivelazioni, permettendo a Sorkin di recuperare una tradizione cinematografica che conosce bene, quella del cinema d’inchiesta americano di Pollack e Pakula. Non è difficile riconoscere in Horwitz, giornalista poco avvezzo alla tecnologia e dunque ideale tramite per lo spettatore, qualcosa del Paul Newman di Diritto di cronaca (Absence of Malice, Sydney Pollack, 1981) e del Robert Redford di Tutti gli uomini del presidente (All the President’s Men, Alan J. Pakula, 1976), dei quali sembra condividere persino il fascino da belloccio scaltro. È a quel giornalismo novecentesco che Sorkin guarda con nostalgia, come suggerisce lo scambio sui cronisti del Watergate, «metropolitani, non metrosexual», e soprattutto con la convinzione che l’inchiesta giornalistica possa ancora rappresentare un argine al potere. Una fiducia che si estende alle istituzioni democratiche, celebrate come garanti di un ordine morale che il film non sembra particolarmente interessato a mettere in discussione, neppure quando la vicenda raccontata dovrebbe sollevare qualche interrogativo sulla loro effettiva capacità di contenere le nuove forme di potere.

D’altra parte, Sorkin rimane un autore che trova nella scrittura la propria principale risorsa espressiva e The Social non fa che confermarlo, procedendo con la precisione di una serie televisiva particolarmente curata, nella quale ogni personaggio occupa una posizione ben definita all’interno di un meccanismo drammaturgico che raramente lascia spazio a qualcosa che ecceda il confronto tra le rispettive convinzioni morali. A sostenere il ritmo sono soprattutto gli scambi tra Horwitz e Haugen, il cui rapporto assume progressivamente i caratteri di una commedia romantica, con dialoghi che sembrano recuperare la vivacità della screwball comedy e una certa fiducia capriana nella possibilità che il confronto tra due individui possa produrre un cambiamento. Anche la regia finisce per assecondare questa impostazione, organizzando gli interni gelidi degli uffici di Facebook e le inquadrature frontali come spazi deputati principalmente alla discussione, mentre la Menlo Park attraversata da una pioggia quasi incessante diventa lo scenario di un conflitto che si consuma prevalentemente attraverso la parola. Il walk-and-talk, che accompagna Sorkin fin dai tempi di West Wing – Tutti gli uomini del presidente (The West Wing, 1999-2006), continua a essere impiegato come espediente per imprimere movimento ai dialoghi, senza che questo movimento corrisponda necessariamente a una vera elaborazione dello spazio cinematografico. È una regia che sa accompagnare la scrittura, ma che raramente riesce a emanciparsene, incapace di trovare quella sintesi figurativa attraverso la quale un’idea smette di essere soltanto enunciata e acquista una propria consistenza visiva.
Il problema diventa ancora più evidente nel momento in cui Sorkin deve confrontarsi con la natura stessa del potere esercitato da Facebook, la cui responsabilità non risiede soltanto nell’aver conosciuto gli effetti dannosi della piattaforma senza intervenire, ma nell’aver progressivamente incorporato quegli stessi effetti all’interno del proprio modello economico. Facebook non è la semplice «bacheca» descritta dallo Zuckerberg di Jeremy Strong, che sembra portarsi dietro qualcosa del suo Kendall Roy di Succession (Succession, Jesse Armstrong, 2018-2023), quanto piuttosto un sistema nel quale la ricerca del profitto finisce per rendere economicamente vantaggiosi comportamenti sempre più dannosi. È qui che l’impianto classico scelto da Sorkin comincia a mostrare i propri limiti, perché il cinema d’inchiesta a cui guarda presuppone la possibilità di individuare responsabilità riconoscibili e di ricondurre il conflitto a un confronto tra individui, mentre il potere esercitato dalle piattaforme digitali si manifesta attraverso meccanismi che non possono essere interamente ricondotti alle intenzioni di chi le amministra. Un’aula del Congresso può mettere sotto accusa un amministratore delegato, ma difficilmente può offrire una rappresentazione cinematografica efficace di un algoritmo, e Sorkin, che continua ad avere bisogno di interlocutori ai quali far pronunciare le proprie argomentazioni, finisce per trasformare una questione strutturale in una disputa tra posizioni morali, discutendo il funzionamento di quel potere molto più di quanto riesca effettivamente a mostrarlo.

Eppure, è proprio questa apparente inadeguatezza a rendere The Social un film interessante, perché nella scelta di affrontare una questione così profondamente contemporanea attraverso forme narrative appartenenti al secolo scorso sembra emergere qualcosa della concezione stessa del cinema di Sorkin. Come Horwitz continua a credere nella possibilità di scalfire il potere di Meta attraverso gli strumenti tradizionali dell’inchiesta giornalistica, così Sorkin oppone all’universo delle piattaforme digitali un cinema che continua a cercare nella parola e nella responsabilità individuale gli strumenti per comprendere la realtà. Il paradosso è tanto più evidente se si considera che persino il Washington Post dei Pentagon Papers appartiene oggi a Jeff Bezos, segno di quanto quello stesso giornalismo che il film celebra sia ormai inserito all’interno delle strutture economiche che dovrebbe sorvegliare. Ma l’anacronismo di Sorkin, per quanto problematico, è anche ciò che permette di cogliere la natura più profonda dell’operazione, che sembra assumere i contorni di una battaglia combattuta con strumenti ormai insufficienti, ma ai quali il regista non intende rinunciare. Nel tentativo di raccontare attraverso il linguaggio del Watergate un potere che ha ormai superato le forme tradizionali della sua rappresentazione, The Social finisce così per parlare anche dell’incapacità del cinema classico di stare al passo con le trasformazioni del presente, mentre cerca ostinatamente di dare una forma comprensibile a eventi che sembrano già appartenere a un’altra epoca, nonostante abbiano contribuito a determinare il mondo in cui viviamo e, soprattutto, quello in cui ci ritroveremo a vivere.

Lascia un commento