FIL ROUGE: CINE-PARANOIA
di Olmo Giovannini
Qualcosa fissa l’uomo dagli angoli più remoti della modernità. Non si muove, non sbatte gli occhi, non respira nemmeno. Eppure la sua presenza è sintomo di un trauma esistenziale irrisolto, della vertiginosa velocità con cui l’umanità ha scelto di convivere dal secolo scorso. Si tratta della Bestia, di ciò che non ha volto e non ha nome ma di cui l’essere umano continua a percepire l’esistenza. Bertrand Bonello racconta proprio di questo mostro innominabile nel suo The Beast (La Bête, 2023), presentato in anteprima alla Mostra internazionale del cinema di Venezia.

Protagonisti sono Léa Seydoux e George MacKay, due persone che nella futuristica Parigi del 2044 sentono una strana connessione, nonostante il loro DNA sia indicato come impuro dall’IA che governa la Francia; durante il processo di pulizia genetica per eliminare l’irrazionalità delle emozioni negative dalle loro vite, i due si trovano a rivivere in loro precedenti incarnazioni, rispettivamente nel 1914 e nel 2014. Sarebbe inutile spiegare ulteriormente la trama scendendo nei dettagli, senza trasformare il film in un groviglio di personaggi e temi circolari. La maestria di Bonello sta proprio nel riuscire a tenere insieme tutto quello che mette a schermo senza tralasciare nemmeno il più piccolo dettaglio visivo. The Beast è un continuo gioco di rimandi, personaggi trasversali alla narrazione che però non hanno nulla a che fare l’uno con l’altro, di simboli il cui senso ultimo rimane fumoso ma coerente attraverso tutto il film.
Certo è che The Beast è uno dei film più moderni degli ultimi anni. Senza scadere mai nel banale, racconta dell’esplosione algoritmica che governa la realtà contemporanea, racconta del collasso delle immagini nell’era del digitale e della capillarità visiva. Non vi è immagine più esemplare di quella della sequenza iniziale: un’inespressiva Seydoux prende parte alle prove di un film su un set completamente digitale. Il suo corpo è rivolto verso la camera, parla guardando l’obiettivo ed è immersa nel verde sgargiante del green screen che tappezza l’intero spazio in cui si muove. Le viene ordinato di interpretare una scena di violenza, che si conclude con un suo urlo raggelante nel “vedere” l’orribile Bestia del film per cui sta provando. Lo spettatore vede il volto di Seydoux ed è girato rispetto alla creatura, che è quindi fuori campo. In quell’esatto istante l’immagine implode, i pixel si sgretolano e rimescolano in una sorta di sbavatura digitale del volto dell’attrice, solo per poi lasciare il posto al titolo del film.
Almeno tre questioni introdotte in questa sequenza saranno centrali per tutto The Beast: la tecnologia, il fuori campo e la dissoluzione dell’immagine classica. Le riflessioni di Bonello sugli avanzamenti tecnologici sono certamente affascinanti; in un futuro prossimo l’umanità ha scelto di riprendersi da una grande catastrofe non specificata – si presuppone una guerra nucleare – delegando le proprie scelte all’intelligenza artificiale, onde evitare che la volubile emotività umana possa creare ulteriori danni. Viene ovviamente a mancare l’intelligenza emotiva, e la soppressione di ogni forma di sentimento negativo ne è la naturale conseguenza. Il problema degli umani che stanno male “senza motivo” in questo nuovo e ordinato mondo risiede nel loro passato genetico, in un qualche trauma ancestrale rimasto irrisolto. Nel film l’invasività di queste nuove tecnologie spersonalizzanti ha intercettato alla perfezione quella distopica euforia che di lì a poco – fra il 2023 e il 2024 – avrebbe caratterizzato la prima ondata di IA generative.
Il fuori campo assume quindi un’importanza gigantesca. La grande catastrofe che ha spinto l’umanità ad affidarsi ad un’intelligenza altra non verrà mai mostrata. E nonostante la totale sicurezza del nuovo ordine globale, l’oggettiva impossibilità di un nuovo cataclisma, l’essere umano resta quella scimmia spaventata che s’inquietava nel vedere le ombre proiettate dal fuoco danzare sulle pareti della sua caverna. L’inquietudine senza senso che pervade la vita trova le sue ragioni sociologiche nel mondo costruito nell’ultimo secolo e mezzo: costante terrore dell’annichilimento nucleare, germofobie, tendenze cospiratorie, pensiero apocalittico sono diventati tutti all’ordine del giorno. Bonello pone l’accento più sullo spettatore in sala che sui suoi personaggi, indicando come il fuori campo più significativo sia quello vissuto dalle persone nella realtà, tutto quella massa amorfa di angosce senza nome e senza volto. Il senso di opprimente morte che abita la nuova quotidianità non è infatti riconducibile a minacce specifiche, piuttosto a una generale sensazione che l’apocalisse sia imminente.
In questo senso The Beast si rifà ad uno dei più grandi capolavori del cinema americano anni Novanta, Safe (1995), diretto da Todd Haynes. In quell’ansiogeno film, la protagonista Julianne Moore è costretta a rinunciare alla propria idilliaca vita da sogno americano perché affetta da una misteriosa ed inspiegabile “allergia alla modernità.” La malattia non si può identificare perché è causata da una imprecisa esposizione a qualcosa che permea la contemporaneità, è più sintomatica di un profondo senso di malessere che ormai regna imperverso. il film procede con la sua lenta ed inesorabile discesa in ambienti sempre più asettici, sempre più astratti e disumani, fino a che dell’umanità della protagonista non rimane che un ricordo lontano. Allo stesso modo, i personaggi di The Beast sono più simili ai loro leader artificiali che a reali persone.

In conclusione, Bonello racconta del totale fallimento delle immagini. Tutto il film è un continuo gioco di schermi dentro allo schermo, di telefoni e computer che si bloccano, di immagini incomplete nel senso e nella forma, di citazioni meta alla cultura web più che cinematografica. Esemplare è il monologo di MacKay nella sua precedente vita del 2014, nella quale era un misogino incel, preso quasi parola per parola dal terrificante videomessaggio e manifesto del killer di Isla Vista Elliot Rodger, da lui registrato poco prima di uccidere sei persone in una sparatoria tenutasi proprio nel 2014 a Los Angeles. Bonello ammette candidamente il fallimento del grande schermo davanti l’endemica diffusione di miliardi di schermi minuscoli, la cui frammentazione ha crepato definitivamente ogni immagine, privandola di senso compiuto e universale. Emblematico è ciò che accade dopo i titoli di coda di The Beast: invece che il solito papiro di titoli di coda, appare un titanico QR Code che troneggia sullo schermo, invitando il pubblico a consultarlo per scoprire chi ha lavorato al film. Una cinica e satirica presa di coscienza del regista sul fatto che nemmeno la sala cinematografica sia libera dagli schermi minori.
Questo beffardo QR Code ha a che fare anche con quanto precedentemente detto sul fuori campo. Le persone reali ed i loro nomi nel film non compaiono nemmeno a film finito, perché la depersonalizzazione ha raggiunto livelli incontrastabili. Da quale bestia dovrà schermarsi l’uomo per sopravvivere? Quale insensata seppur potentissima paranoia dovrà sconfiggere per non cedere al controllo della macchina e rinunciare a tutte le emozioni che vanno a braccetto con l’angoscia? The Beast è un film d’amore nel quale i protagonisti non riescono nemmeno a capire che i loro sentimenti abbiano a che fare con l’attrazione, tanto sono stati svuotati di intelligenza emotiva; è una commedia romantica ambientata a Parigi che combatte incessantemente con il genere horror che cerca di prendere il sopravvento. Bonello utilizza la fantascienza come fece Alain Resnais nel suo enigmatico Je t’aime, je t’aime – Anatomia di un suicidio (Je t’aime, Je t’aime, 1968), mescolando melodramma, esistenzialismo e angoscioso fantastico. Ma invece che ricostruire la psiche di un singolo navigando nel mare della memoria, Bonello preferisce immergere lo spettatore nelle fredde e scure acque della fissazione per l’Apocalisse che caratterizza l’epoca di Internet.

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