FIL ROUGE: CINE-PARANOIA
Feticizzazione e corruttibilità delle immagini digitali
di Alessia Vannini

Nella sua apparente semplicità, Lo sciacallo – Nightcrawler (Nightcrawler, Dan Gilroy, 2014) è un capolavoro del cinema contemporaneo che, sotto la superficie di ciò che si vede, nasconde ben altri segreti e una non poi così velata satira sui simulacri digitali, la loro criptica identità e facile corruttibilità. Al suo esordio alla regia, Dan Gilroy ci racconta la storia di un giornalista psicopatico, così ossessionato dal voler rendere le sue riprese più appetibili possibili a tal punto da mettere a rischio anche la vita degli altri solo per ottenere filmati accattivanti e quanto più strazianti possibili.



Questo film esibisce l’enorme potenza della macchina da presa nel mostrare i fatti. Riflette sul mezzo cinematografico-televisivo stesso e propone un’interessante critica sulla contemporanea feticizzazione delle immagini digitali, trasportandoci in una realtà alternativa tutt’altro che distopica, in cui essere appassionati spettatori della violenza è ormai diventata la quotidianità.

In questa spudorata denuncia della mercificazione dei contenuti visivi emerge parallelamente anche quella riferita alla figura stessa del cameraman, che si trasforma inevitabilmente in un voyeur. Egli non si limita – almeno in questo caso – a riportare i fatti così come si sono svolti davanti ai suoi occhi ma il “cine-occhio” di Lou (Jake Gyllenhaal), tutt’altro che strettamente documentaristico, altera la realtà creandone una differente. In un contesto in cui – soprattutto con l’avvento dell’intelligenza artificiale – non possiamo mai avere la certezza che ciò che vediamo su uno schermo sia effettivamente una riproduzione affidabile della verità, il cameraman ha il brutale potere di manipolare eventi e persone, raccogliendo materiale video e lasciando fuori tutto ciò che non è telegenico e mediaticamente vendibile, a prescindere dal fatto che ciò che viene scartato sia o meno parte integrante della storia e ciò che le conferisce il suo senso più autentico.

Come suo solito, Jake Gyllenhaal è straordinario nei panni di Louis Bloom e riesce — attraverso le sue agghiaccianti espressioni facciali tipiche di un sociopatico — a delineare la figura di un uomo disposto a tutto pur di ottenere delle riprese significative che possano permettergli di guadagnare una grossa somma di denaro. Anche se, in fin dei conti, i soldi non sono mai stati il goal finale di Lou. La sua mania è piuttosto incentrata sul fatto di essere riconosciuto, di farsi un nome. Fa ciò che fa più per il piacere di avere tutto il potere nelle sue mani e rendere di conseguenza gli altri dipendenti da lui, non viceversa. Come suggerisce il titolo, Lou è un nottambulo: opera di notte, non è altro che un losco sfruttatore delle disgrazie altrui che si trasforma, alla fine, in un uomo altrettanto violento e brutale come i criminali che si diletta a riprendere.
Sebbene Lou sfoci poi nella più totale e malata ossessione, noi spettatori non siamo poi così diversi da lui. Al giorno d’oggi, abituati ormai ad essere costantemente bombardati da immagini di violenza molto spesso anche non censurate, il voyeurismo del gore è parte integrante della nostra vita, attivo o passivo che sia.


In sostanza, che possa essere un film d’intrattenimento o meno, questo non è il vero intento della pellicola. Lo sciacallo – Nightcrawler mette in mostra con cinica pomposità l’imprescindibile capacità di un reporter di sapersi vendere e di generare profitto dalle disgrazie altrui, insinuandosi nei meandri più oscuri dei sobborghi e diventando molto più che un semplice osservatore inerte.

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