PUT YOUR SOUL ON YOUR HAND AND WALK

This entry is part 18 of 29 in the series N9 2025

NUOVE USCITE

Tanti modi per vivere e morire a Gaza

Di Alessandro Capecci

Nella settimana in cui Put Your Soul on Your Hand and Walk (ضع روحك على يدك وامشِ, Sepideh Farsi, 2025) è arrivato nelle sale italiane (pochissime), la Striscia di Gaza ha subìto una violenta inondazione, che ha allagato e distrutto le tende e i rifugi innalzati nelle zone ancora vivibili del territorio, finendo per acuire maggiormente la condizione di estrema crisi umanitaria in cui verte la popolazione della Striscia ormai da decenni. Nel parlare in merito al conflitto tra Israele e Palestina, intensificatosi a partire dal 7 ottobre 2023, ci si dimentica che, al di sotto di qualsivoglia discorso geopolitico, vivono delle persone con le proprie esistenze, uomini, donne e bambini costretti a fronteggiare danni fisici e psicologici che in Occidente, o almeno in Italia, non riusciamo nemmeno a concepire. La vita di Fatima Hassouna è stata una di queste.

All’inizio del 2024, a seguito dell’impossibilità nell’attraversare il valico di Rafah tra l’Egitto e il sud della Striscia di Gaza, la regista iraniana Sepideh Farsi ha condotto una modifica alla natura del proprio documentario: riportare la quotidianità in Palestina senza poterla vedere fisicamente, ricostruita solamente attraverso le conversazioni in videochiamata con Fatima Hassouna, una giovane donna gazawi conosciuta online. Da subito, durante il primo collegamento tra Farsi e Hassouna, emerge una difficoltà invalidante: nei territori palestinesi della Striscia, a causa dei continui controlli e bombardamenti da parte dell’esercito israeliano, la linea internet è debole, se non del tutto assente in alcune ore del giorno, restituendo una scarsa qualità della videochiamata e costringendo le due donne ad uno sforzo maggiore per comprendere le parole dell’altra. Spesso Fatima non riesce a sentire alcune domande, le chiamate si interrompono improvvisamente e lo spettatore percepisce un senso di frustrazione, al quale comunque si aggiungono altri e altri tentativi di collegamento. In una semplice conversazione emerge la condizione contemporanea dei palestinesi, repressi, uccisi e silenziati nello stesso istante, condannati ad una voluta incomunicabilità tra ciò che rimane delle loro città e il resto del mondo.

Fatima Hassouna durante una videochiamata con la regista in una scena del film

Inquadrata costantemente dall’iPhone della regista, con o senza velo, in compagnia dei suoi familiari, a casa di amici o nel corso di un bombardamento, Fatima mostra alla regista e allo spettatore la distruzione delle case del proprio quartiere, le amiche, racconta i suoi studi e le storie della nonna. L’orrorifica quotidianità di Fatima non è capace di portarle via una sorprendente positività, che tuttavia sembra condurre più ad una dissociazione dalla realtà che ad una implacabile resilienza. Farsi rimane straniata mentre Fatima parla dell’uccisione di una sua amica mentre sorride, e ancor di più quando la ragazza dice di “non sentirsi più una persona normale”, incapacitata a vivere in una città normale e a fare cose che rientrano nella normalità. Nonostante sia ancora in vita all’inizio del 2025, l’esercito israeliano è riuscito già ad ucciderla: angosciata da una forma di derealizzazione, ammalata di un’evidente depressione e psicologicamente atterrita dalla caduta delle bombe e dalla continua minaccia di un ingresso militare israeliano nella Striscia, Fatima è vittima delle disumanità della guerra contemporanea. Dinnanzi alle notizie di esplosioni e uccisioni, ci dimentichiamo che gli eventi bellici segnano le persone coinvolte con traumi psicologici a volte inguaribili, che permangono a distanza di tempo come gli effetti delle onde radioattive: anche e soprattutto con la paura, con la costante esposizione ad una incombente minaccia e con l’afflizione del trauma psicologico, l’esercito israeliano compie il proprio piano genocidario nei confronti della popolazione palestinese, nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania.

Ciò che resta del nord della Striscia di Gaza, aprile 2025

Il 16 aprile 2025 – dopo che Sepideh Farsi le aveva comunicato la selezione del documentario all’imminente edizione del Festival di Cannes, con la promessa di presenziare assieme la prima mondiale – Fatima Hassouna rimane uccisa nel bombardamento della propria casa da parte dell’IDF, in cui perdono la vita tutti i suoi familiari. In una delle sequenze finali, un piano sequenza restituisce un’identità della Striscia di Gaza come non-luogo: le macerie hanno completamente invaso le strade, non esiste più uno skyline, i palazzi non sono più tali, bensì creature mostruose collassate su loro stesse, parvenze di costruzioni che fino a poco tempo prima ospitavano l’esistenza umana. Tutto è ridotto in polvere, anche l’identità del singolo. Le storie dei palestinesi, la loro resistenza e l’inalienabile appartenenza al loro territorio rimangono, ciononostante, indimenticati. Dal fiume fino al mare, Palestina libera.

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Autore

  • Nato nel 2001, laureato in Lettere moderne e studente del CITEM all’Università di Bologna. Alessandro vive a Bologna ed è appassionato di cinema e scrittura. Più che redigere recensioni, preferisce individuare e analizzare elementi suggestivi per parlare dei film che vede al cinema. Nel 2023 ha realizzato Narrazione, un cortometraggio sperimentale che si interroga sulla definizione di genere in ambito narrativo. Nel 2024 ha svolto il ruolo di maschera per il cinema in Piazza Maggiore durante la XXXVIII edizione del Cinema Ritrovato di Bologna. Nel 2025 è stato membro della giuria Young Critics durante la XXI edizione del Biografilm Festival di Bologna.


     

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