PERCHÉ SI UCCIDE IL DIRITTO INTERNAZIONALE

This entry is part 17 of 19 in the series N1 2026

I GIORNI RAC-CONTATI

di Olmo Giovannini

Quanti giorni rimangono al mondo come lo conosciamo? Ogni risveglio è segnato dalla triste routine del controllare le notizie e scoprire che anche oggi, ancora per oggi, l’ordine delle cose non è precipitato nel caos più totale. Il dis-ordine quotidiano di questa società ingiusta ed alienante ci spinge ogni mattina sempre più vicini al baratro. Per lanciare questa rubrica-diario della fine del mondo non potevamo esimerci dal rievocare il capolavoro di Elio Petri I giorni contati (1962), perfetto connubio di neorealismo ed esistenzialismo. Proprio come il protagonista di quel film si interroga sul senso di una vita annichilita da moderne ansie e nevrosi, noi ci domandiamo come destreggiarsi fra continue crisi globali, terribili eventi di cronaca e complessità dell’oggi. L’obiettivo di queste pagine è fornire chiavi di lettura per il presente attraverso il cinema del passato, utilizzare lo schermo cinematografico come menabò delle notizie più importanti dell’ultimo mese. Non opinioni politiche, ma libere riflessioni cinematografiche che possano fornire una nuova prospettiva sul nostro frammentato panorama dell’informazione. Perché ricordiamo che la realtà spesso e volentieri imita l’arte.

Dal primo gennaio 2026 ogni giorno è stato una lotta col desiderio di allontanarsi dal mondo e rinunciare ad informarsi. La Casa Bianca ci ha regalato il protagonista perfetto, il più telegenico e cinematografico leader degli ultimi trent’anni: Donald Trump è un personaggio la cui esistenza sembrerebbe irrealistica anche in un film di fantascienza. Eppure nessun altro uomo di potere ha saputo sfruttare i linguaggi visivi come lui, siano essi le teatrali parate militari, le sprezzanti smorfie con cui umilia nemici e “alleati”, i cappellini brandizzati MAGA e i meme con cui ha vinto le elezioni per la prima volta nel 2016. Le sue ultime dichiarazioni – dalle minacce di invadere la Groenlandia alle accuse al premier norvegese Støre per non avergli assegnato il Premio Nobel per la pace – ricordano il monologo/flusso di coscienza di quel Richard Nixon magistralmente interpretato da Philip Baker Hall nel film di Robert Altman Secret Honor (1984). Chiuso nel suo studio, l’ex presidente si filma con una videocamera mentre sproloquia senza interlocutore, riflettendo sulla sua carriera politica e sulla sua “ingiusta” uscita di scena a causa dello scandalo Watergate.

Secret Honor, 1984

In un soliloquio spiraleggiante sempre meno coerente e sempre più paranoico, Nixon rimpicciolisce ed è scosso da violenti tic, mentre alle sue spalle troneggia un sinistro ritratto di Henry Kissinger. Alcune delle sue follie rispecchiano alla perfezione il tono cospiratorio e completamente sconnesso con cui Trump parla alla nazione dal suo social personale Truth, immagine speculare dalla videocamera nel film di Altman da intendersi come espressione della vanità e delle illusioni di grandezza ostentate da Nixon e dall’attuale presidente statunitense. Ce lo insegnava il sottotitolo del documentario Videocracy (Erik Gandini, 2009) dedicato a Silvio Berlusconi: basta apparire.

Un conto sono le parole, un altro le azioni. Se Nixon ci mise la faccia, tutte le più brutali operazioni militari della sua presidenza portavano il marchio di Kissinger. Non è casuale che Trump sia tornato proprio alla logica imperialista che aveva caratterizzato l’Operazione Condor, che investì l’America Latina negli anni Settanta dietro diretta iniziativa dei due segretari di stato Kissinger e – ironia del destino – Vance. Il 5 gennaio 2025 Caracas, capitale del Venezuela, è stata bombardata ed il leader venezuelano Nicolás Maduro è stato rapito dagli Stati Uniti, in completo spregio del diritto internazionale. Senza contestare la conclamata natura repressiva e antidemocratica del regime di Maduro – brillantemente raccontata nel film venezuelano Simón (Diego Vicentini, 2023) – fa paura quanto l’opinione pubblica abbia semplicemente accettato che gli Stati Uniti si siano nuovamente erti a “polizia globale”.

L’interventismo statunitense non è affatto una novità; sarebbe impensabile ripercorrerlo qui nella sua interezza, ma due operazioni in particolare tornano alla mente in relazione a quanto avvenuto nell’ultimo mese: la prima è il coinvolgimento statunitense nel finanziamento dei Contras nicaraguensi durante la controrivoluzione anti-Sandinista degli anni Ottanta, la seconda è l’invasione di Panama nel 1989 ed il conseguente rapimento del dittatore panamense Manuel Noriega. Il secondo caso è pressoché identico a quello del Venezuela; persino le modalità con cui i due leader rapiti sono stati rappresentati dai media si somigliano moltissimo – bendati, ammanettati, in tuta. Per capire al meglio il contesto e trarre le proprie conclusioni riguardo queste formidabili similitudini, segnaliamo il documentario panamense dall’eloquente titolo Invasión (Abner Benaim, 2014): cinematograficamente modesto e dal linguaggio documentaristico molto elementare, il film è però un ricco documento di condivisione del trauma collettivo di chi ha vissuto i giorni dell’occupazione statunitense.

Invasión, 2014

Girato mentre Reagan finanziava i Contras in Nicaragua col diretto sostegno economico dei Sandinisti, Walker – Una storia vera (Walker, Alex Cox, 1987) è forse la miglior rappresentazione dell’imperialismo statunitense di tutti i tempi. Una farsa di proporzioni mastodontiche, un film action nel quale gli eroi americani uccidono e stuprano indiscriminatamente perché convinti di essere nel giusto, inviati da Dio per liberare popoli inferiori e portare loro “freedom and democracy“. Cox mantiene un perfetto equilibrio fra il tono satirico e la spietata brutalità dei contenuti: William Walker (Ed Harris) parte dagli Stati Uniti nel 1855 per conquistare il Nicaragua in nome di Dio – è in realtà inviato da un ricco magnate con interessi economici nella regione – e dopo aver scacciato il precedente dittatore con l’aiuto del partito liberale, si insedia come presidente a vita. Una escalation di violenza porta alla degenerazione cinematografica: più aumenta la violenza, più la contemporaneità delle operazioni statunitensi in Nicaragua comincia a insinuarsi nel film, con bottiglie di Coca-Cola, lettori di cassette ed elicotteri da guerra che fanno collassare su se stessa la linea temporale diegetica della pellicola. Perché il colonialismo è sempre uguale: ogni sopruso affonda le proprie radici in quello precedente e risorgerà in quello successivo.

Walker – Una storia vera, 1987

Se Walker è un geniale e spietato ibrido fra l’action movie ed il western post-moderno, Punishment Park (Peter Watkins, 1971) mescola l’estetica della conquista del West con il mockumentary. Il fascismo altro non è che imperialismo applicato alla propria popolazione; non sorprende quindi che il neo-colonialismo trumpiano si stia materializzando anche nelle violente deportazioni che stanno attraversando il paese in queste settimane, il cui risultato più aberrante è stato l’omicidio per mano di agenti ICE di Renee Good, cittadina americana che il 07/01 stava praticando il suo diritto alla protesta pacifica. Punishment Park prevede il modello pasoliniano di Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975) e lo applica al neocapitalismo statunitense degli anni Settanta: attivisti e studenti vengono sequestrati e portati nel mezzo del deserto, dove la polizia gioca crudelmente a dargli caccia con la possibilità di ucciderli a vista. A rendere la visione ancora più disturbante è la scelta di Watkins di girare il film come fosse un documentario. Vi assicuriamo che il video dell’uccisione di Renee Good potrebbe tranquillamente essere stato estrapolato dal film in questione.

Punishment Park, 1971

Gli Stati Uniti non sono l’unico paese ad essere stato segnato da gigantesche proteste per la democrazia in questi giorni. Le immagini che ci giungono dall’Iran sono potenti e agghiaccianti al contempo. Per quanto la prospettiva di una nuova ondata di interventismo statunitense o israeliano sia terrificante, la lotta del popolo iraniano passerà alla storia come indomita. La filmografia iraniana è ricchissima di grandi autori che da decenni raccontano i soprusi del regime degli Ayatollah: Bahram Beyzai, Mohsen Makhmalbaf, Jafar Panahi, Ali Asgari. Eppure il film più accessibile e al contempo sintomatico delle aspirazioni laiche della popolazione rimane l’adattamento dell’omonima graphic novel Persepolis (Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud, 2007). Quella dell’autrice è una storia universale, di affermazione d’indipendenza e di lotta contro un modello sociale antiquato e repressivo, che nella sua natura punk riflette alla perfezione la potenza immaginifica delle donne iraniane che si accendono sigarette con foto in fiamme del leader supremo Khomeini.

Persepolis, 2007

Ma veniamo dunque alla nostra cara Italia. Anche da noi ci sono state proteste, sebben più modeste, che comunque dimostrano come un certo cinema nostrano non riesca a perdere la sua rilevanza col passare degli anni. Le contestazioni che hanno interessato il teatro La Fenice di Venezia contro la nomina in quota governo di Beatrice Venezi come direttrice richiamano, almeno in chiave evocativa, la meravigliosa sequenza d’apertura del capolavoro di Luchino Visconti Senso (1954), nella quale il teatro intero, fra pubblico e orchestrali, erutta in supporto della ribellione italiana contro l’Impero austriaco. Certo, l’orchestra di Venezia quest’anno non ha inondato la sala di coriandoli tricolore, scegliendo la strada della protesta silenziosa con spille e striscioni, ma la centralità politica e la forza immaginifica de La Fenice era già stata intuita da Visconti più di sessant’anni fa.

Senso, 1954

Eppure anche il popolo italiano si prepara ad andare incontro a sempre più aspre limitazioni della propria libertà. Proprio in questi giorni sta venendo discusso un nuovo pacchetto sicurezza che estenderà le zone rosse a discrezione del singolo prefetto e garantirà alle forze dell’ordine scudi penali e possibilità di arrestare sul posto chiunque prenda parte a manifestazioni non autorizzate. Nonostante si tratti di una gravissima lesione del diritto di protesta sancito dalla Costituzione, l’ultimo vero mostro concepito dal governo è la riforma della giustizia sulla separazione delle carriere dei magistrati, per la quale si andrà a votare il 22 e 23 marzo. A ricordarci l’importanza di una magistratura indipendente dal potere politico ci pensa Damiano Damiani: autore politico spesso dimenticato o sottovalutato, il suo è un cinema fatto di intrighi ed eversioni delle istituzioni. Nella seconda metà degli anni Settanta in particolare si dedicò a raccontare la figura del giudice in relazione alla politica italiana del tempo.

Se Io ho paura (1977) parla proprio degli interessi che la politica ha nel silenziare la magistratura, Perché si uccide un magistrato (1975) presenta una tesi ben più sfaccettata: quali sono i “cittadini al di sopra di ogni sospetto”? E muovere critiche legittime al potere giuridico gioca sempre a favore di chi cerca di controllare la magistratura? Il film riflette anche sul potere che il cinema ha – o meglio, aveva – sul mondo circostante: vi era un tempo in cui il cinema italiano riusciva non solo a commentare gli avvenimenti della sua contemporaneità, ma addirittura a prevederli. In questo senso, Perché si uccide un magistrato prevede di qualche anno il complesso rapporto che legherà Todo Modo (Elio Petri, 1976) all’assassinio di Aldo Moro. Quando l’arte viene imitata dalla vita, diventa complice di chi esegue materialmente i fatti originariamente rappresentati sullo schermo?

Perché si uccide un magistrato, 1975

Certo è che vi sono decine di motivi per uccidere il diritto, sia a livello internazionale che nazionale. I rapporti regolati non fanno gli interessi dei più forti. Se è vero che il cinema ha perso la sua forza di denuncia, quella capacità che per tutto il secolo scorso l’ha reso l’arte ‘radiografica’ capace di vedere attraverso il potere e mostrarci lo stato di salute della società, allora è l’immagine in toto ad aver fallito. Vogliamo concludere questa pagina di diario con una riflessione dedicata a cosa non è comparso nelle notizie dell’ultimo mese. Pare proprio che l’emorragia di immagini provenienti da Gaza, che ha inondato i social negli ultimi due anni, sia stata fermata. Nessuno parla più di Palestina da quando è entrato in vigore il cessate il fuoco – secondo dati affidabili infranto quasi ogni giorno da Israele – e questa è la dimostrazione ultima che l’immagine ha versato tutto il sangue che aveva da versare. La popolazione continua a morire e non è servito il cinema, non sono serviti i programmi televisivi, non i trend social.

5 Broken Cameras, 2011

Profetica è la titolare immagine scelta da Emad Burnat e Guy Davidi per il loro film 5 Broken Cameras (2011): Emad, attivista palestinese, continua a combattere filmando le attività illegali degli Israeliani; ad ogni scontro, la sua camera viene distrutta. Emad non si arrende e nell’arco di pochi anni e molte contestazioni passa attraverso cinque diverse videocamere, tutte distrutte da violenze israeliane. Si spiega da solo: il cinema continua a fare paura ed è quindi bersaglio primario, ma ha indubbiamente perso quell’urgenza che lo ha animato per tutto il Novecento. Il risultato di questa continua erosione, di questo omicidio premeditato del diritto internazionale il cui terreno di prova è stato il genocidio a Gaza, è che in mano ci rimane solo una videocamera dall’obiettivo incrinato. I giorni sono contati, facciamoli valere con immagini capaci ancora di raccontare il proprio potere.

  • FILM CITATI
  • I giorni contati, Elio Petri, 1962.
  • Secret Honor, Robert Altman, 1984.
  • Videocracy – Basta Apparire (Videocracy), Erik Gandini, 2009.
  • Simón, Diego Vicentini, 2023.
  • Invasión, Abner Benaim, 2014.
  • Walker – Una storia vera (Walker), Alex Cox, 1987.
  • Punishment Park, Peter Watkins, 1971.
  • Persepolis, Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud, 2007.
  • Senso, Luchino Visconti, 1954.
  • Io ho paura, Damiano Damiani, 1977.
  • Perché si uccide un magistrato, Damiano Damiani, 1975.
  • 5 Broken Cameras, Emad Burnat e Guy Davidi, 2011.
Navigazione serie<< MARKETING SUPREME: LE OPERAZIONI DI MARKETING DIETRO IL FILM DI JOSH SAFDIEBACHECA N1 2026 >>

Autore

  • Olmo Giovannini nasce a Modena il 31 ottobre 2002 ma vive e lavora a Bologna. Studia Storia del cinema al DAMS e collabora con Radioimmaginaria come referente d’antenna e educatore. È profondamente affascinato dalla produzione culturale in rapporto alla società ed al periodo storico dei quali è espressione. Scrive per diverse riviste — Npc Magazine, NOT YET Magazine, Scomodo — e si occupa principalmente di cinema: non per questo mette in secondo piano la letteratura, il medium videoludico, la musica ed altre forme della cultura pop. Specializzato in cinema italiano e storia della critica cinematografica, è molto affascinato anche dalle cinematografie latine, scandinave e asiatiche. Fra gli argomenti a lui più cari, l’intermedialità, il rapporto fra cinema e storia, la funzione politica del cinema, il legame fra cinema e nuovi media digitali, l’iconografia e l’iconoclastia, il cinema documentaristico a confronto con la finzione. Scrivere di cinema è una vera e propria vocazione: l’obiettivo per Olmo non è compiacersi della propria scrittura ma favorire la diffusione e la divulgazione di testi culturali, per una fruizione più consapevole ma non elitaria.


     

Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *