I GIORNI RAC-CONTATI
di Olmo Giovannini
Nuovo mese, nuova pagina di diario sui Giorni rac-contati della nostra fine. Una fine senza esplosioni, senza asteroidi e senza apocalissi, solo indotta dalla strategia dell’attenzione che ci è stata imposta per anni. Cos’è questa misteriosa strategia? Imposta da chi e per cosa? Non si scade in toni cospiratori nell’affermare che oggi la cultura diventa visibile nel momento in cui algoritmi scelgono in modo arbitrario cosa mostrarci e cosa relegare nelle viscere del nostro feed. Nessuno dei grandi provider ha reso trasparenti i modelli algoritmici attraverso cui funzionano le varie piattaforme che compongono il nostro spazio digitale, ed è difficile pensare che le decisioni, seppur in parte automatizzate, siano immuni a ingerenze personali di chi programma e controlla questi algoritmi. Questa è la strategia dell’attenzione, un modo che tenga la popolazione in tensione spostando la sua attenzione su ciò che meglio aggrada chi detiene il potere comunicativo. Poche sono le forme di narrazione totalmente indipendenti: qualche film, qualche giornale ancora fedele alla sua originale deontologia; la democratizzazione narrativa a cui doveva portare internet ha fallito miseramente, e al suo posto vi è ora un incomprensibile caos di voci, una Babele opinionista di distrazioni e attenzioni indirizzate o censurate.
Questo berciare di urla e incongruenze si è destato più forte che mai il 16 maggio, quando un auto si è scagliata sui pedoni di un’affollata via del centro modenese, ferendo molti e fortunatamente senza fare vittime. Alla guida della vettura, un uomo italiano, Salim El Koudri. Inutile dire che la tentata strage, collegata ai disturbi psicologici dell’uomo, sia immediatamente stata strumentalizzata: il nome del responsabile ha immediatamente catalizzato il discorso pubblico, arenato sull’appartenenza etnica dello stragista. Senza indicazioni di premeditazione o radicalizzazione religiosa, le virtuali piazze social si sono comunque riempite di odio islamofobico e di razzismo; perché la narrazione può essere solo una, quella di chi controlla i mezzi di comunicazione e dispone della forza di organizzare il mondo a suo piacimento. Oggi come allora, l’imperativo di chi vuole dividere resta Sbatti il mostro in prima pagina (Marco Bellocchio, 1972). Se in quel lontano e vicino 1969 i media decretarono a poche ore dall’accaduto che a mettere la bomba in Piazza Fontana furono gli anarchici Pinelli e Valpreda, oggi la sentenza indica come colpevole per i fatti di Modena il radicalismo islamico. Un tempo le “colpe” erano ideologiche, oggi sono etnico-religiose. Poco importa che le istituzioni e la popolazione modenesi si siano strette attorno alle vittime contro ogni forma di odio discriminatorio, poco importa che fra gli uomini ad aver bloccato il colpevole vi fossero diversi cittadini stranieri: solo la storia potrà smontare la narrazione vergognosa di chi ha l’interesse di seminare il caos, proprio come accaduto per l’attentato di Piazza Fontana, ripercorso e analizzato in Romanzo di una strage (Marco Tullio Giordana, 2012), uno dei film meglio riusciti del regista e uno dei più capaci di replicare la sensibilità estetica e contenutistica di Francesco Rosi nel restituire la documentazione di grandi eventi storici attraverso la loro rappresentazione cinematografica.

Non più strategia della tensione, ma dell’attenzione, che tenga impegnati i lettori e li allontani dalle notizie scomode per i potenti. Quella stessa logica che ha consentito a Nicole Minetti di ricevere una grazia presidenziale indisturbata, prima che un’inchiesta giornalistica ne scoprisse i malaffari. Famosa per la sua vicinanza a Silvio Berlusconi e per il suo ruolo di fornitrice di nuove vittime sessuali per il Cavaliere, Minetti è stata graziata pochi mesi dopo l’uscita nelle sale de La grazia (Paolo Sorrentino, 2026). Il film non ha solo predetto l’importanza mediatica dedicata a questo potere del Presidente della Repubblica, ha in qualche modo anche intercettato sia l’intrinseca arbitrarietà del ritirare una condanna, sia l’immobilità di un presidente come Sergio Mattarella. Il “Cemento Armato” interpretato da Servillo riflette appieno il vecchiume che affligge la politica italiana anche ai suoi livelli più alti. Eppure le colpe di Minetti sono state sottoposte ad un secondo scrutinio, e da quanto emerso sembra che le sia stato concesso il perdono sulla base di un’adozione che la vedrebbe impegnata a occuparsi del suo nuovo bambino. Soltanto più tardi si è scoperto che il bambino in questione avesse una madre biologica uruguayana, poi deceduta in circostanze misteriose assieme all’avvocatessa che si stava occupando dell’affidamento del minore; Minetti ha letteralmente fatto causa alla famiglia per poterlo portare in Italia. Visti i precedenti del personaggio, viene da pensare ad uno dei più raccapriccianti film mai girati sulla tratta sessuale di esseri umani: Lilja 4-ever (Lukas Moodysson, 2002), nel quale una ragazzina est-europea viene rapita per diventare schiava sessuale nella “civile” Europa occidentale.

Se in Italia gli orrori si moltiplicano e la distrazione del pubblico passa per testate e profili social, negli Stati Uniti arriva sotto forma di timidi attentatori dalla mira fallibile e dalle ridicole aspirazioni. Il primo ha tentato di irrompere nella Casa Bianca con l’obiettivo di sparare al presidente Donald Trump la sera del 27 aprile, mentre il secondo è stato crivellato di colpi dopo uno scontro a fuoco davanti la residenza presidenziale il 24 maggio. Lungi dal dare adito a teorie complottiste che vedrebbero i due episodi come parte di un grande piano del governo per alimentare il clima di terrore e la propria morsa repressiva, è comunque interessante notare come nessuno degli attentatori si sia nemmeno avvicinato al presidente. Ricorda molto da vicino il fervore politico che muove Tunin, il protagonista di Film d’amore e d’anarchia – Ovvero “Stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza…” (Lina Wertmüller, 1973). Quello sfaccettato personaggio interpretato da Giancarlo Giannini si trasferisce a Roma con l’obiettivo di uccidere Benito Mussolini nel 1932; nella capitale scopre l’amore e fallisce nel portare a termine il suo obiettivo. Distrutto dal dolore, spara sulla polizia e paga le conseguenze della sua follia. Il film si chiude con una dichiarazione che al contempo condanna e canonizza gli attentatori, definendoli martiri sacri. Chissà se davanti alla Casa Bianca i due assassini sono stati presi da follia come Tunin o se il loro piano era fin dall’inizio mancare il proprio bersaglio.

Certo è che tutto questo baccano interno è negli interessi statunitensi, che sulla scena globale si stanno distinguendo oltre che per la solita belligeranza, anche per una marcata inettitudine. Con la guerra in Iran paralizzata e gli Epstein Files ancora censurati e invocati a gran voce da parte della nazione, è fondamentale per la cerchia di Trump inventare un nuovo tassello della loro personale strategia dell’attenzione. Per questo il 21 maggio una portaerei statunitense è stata schierata nei pressi di Cuba, ridotta in ginocchio dalle disumane misure di embargo alle quali è stata sottoposta. Solo il tempo potrà confermarci se il prossimo mese queste pagine di diario dovranno riempirsi di racconti sulla guerra di Cuba. Intanto vogliamo ricordare che ben prima di essere strangolata dalla morsa occidentale, Cuba aveva un altro volto post-rivoluzionario: è quello gioioso e quotidiano catturato sapientemente in Salut les Cubains (Agnès Varda, 1963), che vede un’isola piena di contraddizioni, comunque allegra e speranzosa per il futuro. Noi oggi non possiamo far altro che salutare a nostra volta quei cubani che in questo momento stanno soffrendo.

Per finire, impossibile non parlare dell’orrore che Israele ha ancora una volta regalato al mondo, questa volta sotto forma delle immagini di tortura e umiliazione subite dagli attivisti della Global Sumud Flotilla. Sbarcati in Israele dopo essere stati rapiti in acque internazionali, questi cittadini europei e occidentali hanno subito solo una frazione della violenza israeliana riservata ai loro prigionieri palestinesi. Eppure l’ipocrisia occidentale non si è fatta attendere: davanti ai vergognosi video del Ministro Ben Gvir intento a deridere le sue vittime europee, i governi di tutto il vecchio continente hanno alzato la testa per la prima volta condannando la disumanità di tale trattamento, senza rendersi conto che da decenni i palestinesi subiscono esattamente quello nelle prigioni israeliane. Di questi abusi di potere che tristemente accomunano tutti i popoli oppressi nei confronti dei propri oppressori parla Hunger (Steve McQueen, 2008), che ritrae senza mezzi termini la violenza del sistema carcerario britannico contro gli indipendentisti dell’Irlanda del Nord. Cambiano i contesti, non i metodi repressivi che i potenti adottano contro chi vuole mettere in discussione il loro potere.

Per questo l’unico strumento che rimane a chi segue queste vicende da casa, a chi preferirebbe crogiolarsi nell’impotenza davanti alla devastazione del mondo è quello di rispondere alla strategia dell’attenzione rimanendo informati, prendendo appunti e confrontando le fonti. Disinnescare questa tensione e queste distrazioni significa anche aprirsi a narrazioni che nonostante la loro età continuano a interpretare a contemporaneità. Leggete, guardate, studiate e rimanete informati davanti alla muta violenza della strategia dell’attenzione.
FILM CITATI:
- Sbatti il mostro in prima pagina, Marco Bellocchio, 1973
- Romanzo di una strage, Marco Tullio Giordana, 2012
- La grazia, Paolo Sorrentino, 2026
- Lilja 4-ever, Lukas Moodysson, 2002
- Film d’amore e d’anarchia – Ovvero “Stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza…”, Lina Wertmuller, 1973
- Salut les Cubains, Agnès Varda, 1963
- Hunger, Steve McQueen, 2008

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