COSTUMI
di Morgana Maria Mosconi
Raccontare una storia ambientata in un periodo passato e preciso è sempre un rischio importante da prendere, soprattutto se si intende rielaborarlo in modo da farlo concordare pienamente con la trama e l’atmosfera generale della produzione artistica. La titubanza è naturale, così come lo storcere il naso a primo impatto è più che logico e comprensibile. Superati questi ostacoli, però, si può rivelare un prodotto filmico che riesce pienamente a sperimentare senza troppi fronzoli e superficialità per le quali non c’è spazio, creando il giusto grado di esattezza storica capace di catapultarci in un mondo descritto tra magie e leggende, pur mantenendo un labile contatto con la realtà.
Se in questo caso si parla de Il mistero di Sleepy Hollow (Sleepy Hollow, Tim Burton, 1999), allora si ha davanti un perfetto esempio di tutto ciò che ho descritto finora. Ormai è risaputo che il regista nello specifico abbia una sua estetica personale e alquanto peculiare, che riesce a rendere l’indesiderabile e l’oscuro un qualcosa di bellissimo e decadente da osservare. Non è però facile sposare questa sua visione e riuscire a trasportare le sue idee nell’area estetica della costumistica. Sarà per questo che Burton decide spesso di lavorare con pochi e fidati professionisti nel campo, in questo caso Colleen Atwood, fidata collaboratrice con cui ha condiviso la sua visione anche in altre pellicole, come Edward mani di forbice (Edward Scissorhands, 1990), Ed Wood (1994), Mars Attacks! (1996), Big Fish – Le storie di una vita incredibile (Big Fish, 2003) e molte altre.
La costumista decide quindi di non rimanere completamente fedele alla filologicità storica della narrazione, ma lascia che i costumi indossati dai principali personaggi raccontino anche loro una storia, seguendo la trama e aiutando ad elaborarla per immergere lo spettatore nel racconto.
Si parte dal protagonista Ichabod Crane (Johnny Depp), che incarna un giovane agente di polizia logico e razionale, intento ad utilizzare metodi rigorosi e scientifici basati su regole precise, cosa insolita essendo la storia basata sull’anno 1799. Si oppone ai brutali metodi usati al tempo che prevalentemente incarcerano i sospetti senza delle vere e proprie prove sicure. Il tribunale di New York, da dove Ichabod parte, decide di mandarlo nella sperduta Sleepy Hollow, in modo da allontanarlo e metterlo alla prova. Riceve così l’incarico di investigare su omicidi misteriosi che spaventano gli abitanti del villaggio attuati da qualcuno di ignoto, che ha l’abitudine di lasciare i corpi delle vittime senza testa. I tre semplici outfit del suo personaggio esprimono esattamente ciò che c’è da sapere su di lui. I capi non sono eccentrici, esagerati o teatrali, ma sono invece piuttosto umili, rigorosi e austeri. Non si tratta di un personaggio ricco; per questo non veste i costumi di un qualche signore benestante, rimanendo semplice seguendo una propria rigorosità logica che fuoriesce anche nel suo modo di vestire, spoglio di qualsiasi romanticismo o inutile accessorio. La palette colori rimane scura e per lo più monocroma su nero e bianco, ma questo è un dettaglio ridondante in tutta la filmografia di Tim Burton per quanto riguarda l’estetica del prodotto filmico. Questo viene però compensato dai tessuti e dalle texture insieme alle forme e ai motivi decorativi. Questo aiuta a far percepire tutto come reale e ad evitare l’effetto “costume di Halloween”, purtroppo molto facile quando si tratta di film storici e gotici insieme. La semplicità del suo vestiario è tutto ciò che è più vicino al personaggio: non è qualcuno che prende le cose con leggerezza e non è nemmeno molto affine alla comicità; è serio e impassibile esattamente come la disciplina che lo contraddistingue, con una tendenza al macabro del lavoro che svolge.


Quando finalmente arriva a Sleepy Hollow, l’agente fa la conoscenza di Katrina Van Tassel (Christina Ricci), figlia del cittadino più benestante del paese, dalla quale rimane subito affascinato. Nello stesso modo di Depp, i vestiti indossati dall’attrice funzionano perfettamente nell’esprimere la personalità e le propensioni di quella che si rivelerà essere una strega dalle buone intenzioni, raccontando il suo percorso lungo tutta la durata della visione. Ha considerevolmente molti più look rispetto al protagonista, soprattutto perché si tratta di un personaggio molto benestante, il che offre molte più possibilità alla costumista di raccontarla pur mantenendo lo spirito del personaggio. Viene infatti presentata con un enorme abito sui toni del color pesca e fantasie floreali.

In generale, per buona metà della pellicola la sua palette rimane su colori chiari e pastello, con temi ispirati alla natura e agli animali. Viene infatti raccontata come un personaggio decisamente più romantico di Ichabod: legge romanzi d’amore e crede alla stregoneria, disciplina troppo logica contrapposta alla rigorosa scienza dell’agente di polizia. Anche le forme sono dolci e arrotondate, come le gonne o gli scolli, insieme anche alle acconciature che lasciano i capelli liberi e morbidi. Tutto questo mette in contrasto l’immagine dei due personaggi, come fossero letteralmente cuore e mente, un ottimo modo per dimostrare indirettamente le due personalità a confronto. I suoi colori rimangono per la maggior parte del tempo monocromatici, come abbiamo detto un dettaglio piuttosto persistente nella filmografia del regista. Katrina indossa svariati colori nel corso del film, ma i capi sono sempre dello stesso colore, con dettagli di sfumature diverse che rimangono comunque sempre nella stessa gamma cromatica.

L’eccezione arriva esclusivamente quando il colore diverso dagli altri è il rosso. Possiamo ad esempio notare una scena nella quale Ricci indossa una lunga mantella azzurro pastello, con un ampio cappuccio su cui sono ricamate delle rose rigorosamente rosse. In generale, per tutto il film il colore rosso è l’unico che non sembra confondersi con il nero o il bianco, scelta chiaramente molto mirata a mantenere la sensazione di macabro e disturbante in aiuto alla narrazione.

Tutto questo però ad un certo punto inizia a mutare, e mano a mano che il personaggio si avvicina ad Ichabod, anche i suoi design cominciano ad andare più in sintonia. Con il proseguimento della trama, i pattern più artificiali e geometrici iniziano a prendere il posto di fantasie naturali e senza spigoli. Le righe iniziano ad essere molto più presenti, un altro elemento comunque tipico nella produzione di Burton. L’abito finale è infatti il completo opposto rispetto a quello indossato nella sua introduzione: si tratta di uno (splendido) abito a righe verticali bianche e nere, con angoli ben visibili nel corpetto. Alla fine del film, i design dei due protagonisti sono in perfetta simbiosi tra loro, metodo efficace per comunicare la vicinanza che hanno raggiunto.

Dopo vari tentativi di investigazione da parte del protagonista, si scopre che la matrigna di Katrina, Lady Van Tassel (Miranda Richardson), è una strega che “controlla” l’assassino senza testa, con la promessa di restituirgliela una volta portata a termine la missione e aver ucciso chiunque si opponesse alla possibilità della donna di ricevere l’eredità del marito, padre di Katrina. La sua storia ha molto a che vedere con i costumi: lei e sua sorella gemella erano povere durante l’infanzia e vivevano nella foresta, finché non diventa una serva a casa Van Tassel. Una volta che la madre di Katrina muore, la donna trova un modo per finire al fianco del padre, arricchendosi. Tutti questi elementi sono perfettamente inseriti nei suoi look. Nessun design appartenente al film è esattamente accurato, ma se dobbiamo fare una scala di anacronismo storico gli abiti di Lady Van Tassel sono in assoluto in cima alla lista. Dopotutto vestire un personaggio femminile, ricco e che per giunta si rivela una strega malvagia deve essere estremamente stimolante e in grado di far uscire al meglio l’estro artistico della costumista. Oltre a ciò, è intenzionale che sia il personaggio con gli abiti più appariscenti e artisticamente liberi; il suo stesso personaggio rinchiude queste caratteristiche insieme all’eccentricità e la fame di potere. I design parlano da soli, hanno forme molto imponenti e colori appariscenti, in modo piuttosto teatrale il più delle volte. Oltre a comunicarne l’estro, questo aiuta ad evidenziare l’aspetto del non essere nata ricca: una signora nobile alla nascita non avrebbe mai avuto il bisogno di apparire in modo così evidente, mentre la sua avidità aumenta man mano che raggiunge il potere e sente il bisogno di darsi una particolare importanza, esibendo la sua ricchezza in modo piuttosto sfrontato. I suoi abiti tendono ad integrare il nero con dei colori molto vividi e spesso acidi, creando dei pattern piuttosto strani, dandole di conseguenza un aura inusuale.

Tutto questo è portato all’estremo con il suo abito finale bianco e nero, estremamente scenico e degno di una strega cattiva. Come abbiamo già detto, il vestito non è assolutamente basato sul periodo storico in cui il film è ambientato, ma è ispirato ai dipinti dei pittori preraffaelliti. Il design nero a sfondo bianco ricorda una ragnatela di oscurità che il personaggio porta con sé dovunque vada, ma che finisce per mangiare viva lei stessa, finendo nelle braccia del cavaliere senza testa che la trasporterà con lui all’inferno.



Alla fine, ciò che è importante è il collante gotico della storia, chiaramente rappresentato nel vestiario come nella scenografia. In questo caso, l’esattezza storica può decisamente farsi da parte, regalandoci un’estetica oscura e spettralmente piacevole.

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