LA BOLA NEGRA

This entry is parte 11 di 22 in the series N6 2026

FESTA DEL CINEMA DI ROMA

di Pablo Traversa

Trovarsi a dover scrivere di un film come La bola negra richiede necessariamente di andare oltre quello che nelle due ore e mezza di durata è stato mostrato e narrato. Questa opera dal carattere monumentale, diretta dai registi Javier Ambrossi e Javier Calvo (anche detti Los Javis), si pone l’obiettivo di usare la figura di Federico García Lorca come perno per portare avanti una serie di riflessioni su personalità che hanno popolato la Storia, segnate dalla marginalità e da desideri dissidenti con la morale e l’ideologia dominante dell’epoca. Lorca viene nominato a metà film e compare solo nel terzo atto, eppure La bola negra è in tutto e per tutto un film che rende omaggio alle poesie e all’opera del poeta e drammaturgo spagnolo assassinato dai franchisti in quanto omosessuale e dissidente politico. Ambrossi e Calvo, oltre a citare i versi di Lorca, decidono di immaginare il proseguimento di un’opera teatrale rimasta incompiuta, intitolata appunto La bola negra, che nelle intenzioni del poeta mirava a parlare apertamente di omosessualità a una platea internazionale. I due registi riescono magistralmente a porsi come eredi artistici ed esecutori di Lorca, portando a termine l’arduo compito di rappresentare e drammatizzare alcune delle sue figure retoriche, come la neve e l’aratro. A questa complessa operazione intellettuale e artistica i due autori riescono ad intersecare un discorso sul desiderio omosessuale e su come si sia evoluto nel tempo, tripartendo il racconto su tre linee temporali.

Nel 1934 a Carlos (Milo Quifes) viene impedito l’ingresso al casinò del paese: la sua omosessualità, per quanto cerchi di nasconderla, è sotto gli occhi di tutti. Il padre gli impone di tornare l’indomani e di smentire le dicerie sul suo conto. Nel 1937, nel pieno della guerra civile che porterà al potere Francisco Franco, il suonatore di tromba Sebastián (Guitarricadelafuente) vede il suo villaggio raso al suolo dalle truppe fasciste alleate con i nazionalisti spagnoli, e si trova costretto ad arruolarsi nelle loro truppe. Incaricato di sorvegliare Rafael (Miguel Bernardeau), tenente delle truppe repubblicane ferito in guerra, il quale, oltre a diventare il suo oggetto del desiderio, gli chiede di portare a termine un compito importante. Nel 2017 Alberto (Carlos González), laureando in storia, si trova a dover andare nel paese di suo nonno materno per raccogliere un’eredità misteriosa che gli è stata lasciata, cosa che inasprisce il rapporto conflittuale con sua madre. Tutte queste linee temporali finiranno per convergere tra loro, attraversate da un filo comune: le pagine della Bola negra.

Oltre all’intento di dare lustro all’opera di Lorca, l’operazione archeologica dietro La Bola Negra punta a far emergere l’amore omosessuale, un tempo impossibile da esprimere, e il film compie una scelta coerente, quella cioè di mostrare sì il desiderio, ma non la possibilità che questo desiderio trovi compimento. A questo si aggiunge uno sguardo sull’essere persone queer oggi, una libertà che, come il film non manca di ricordare, esiste grazie alle lotte di chi è stato costretto a sopprimere la propria identità sessuale. Le inquadrature e le dinamiche messe in campo da Los Javis suggeriscono e fanno vivere in maniera quasi tattile l’attrazione omosessuale, in particolare quella fra Sebastián e Rafael, mentre dedicano un piano sequenza vibrante per dar sfogo alla frustrazione di Carlos, indeciso se scegliere di seguire il padre e rinnegare pubblicamente la propria identità. E ancora una volta il film torna su Lorca, la cui identità sessuale è stata tenuta a lungo nascosta, e gli studi sui suoi testi non ne hanno tenuto conto, come viene rivendicato da una studiosa statunitense interpretata da Glenn Close, che ha scelto di recitare buona parte dei suoi dialoghi in spagnolo, rendendo la sua apparizione breve ma indelebile. 

A metà tra film intimo e grande produzione epica, non distante dai toni usati da Bernardo Bertolucci nel dittico Novecento (1976), il più grande pregio della regia dei Los Javis è quello di differenziare il loro linguaggio e il tono a seconda delle esigenze del racconto, riuscendo ad essere all’altezza del compito di trasporre su schermo un materiale complesso come quello di Lorca. Terminata la visione, non sono poche le sequenze e le immagini che non lasciano facilmente lo spettatore, il cui impatto viene amplificato da un uso estremamente sapiente dei mezzi a disposizione dalla macchina cinematografica, su tutti il lavoro fatto sul montaggio e sulla colonna sonora per unire e frammentare il racconto nei diversi piani temporali. 

I due autori sembrano aver imparato, ma al tempo stesso rielaborato, la lezione del maestro Pedro Almodóvar, che figura tra i produttori della pellicola e viene citato esplicitamente in un dialogo, da cui prendono la costruzione narrativa a matrioska, l’intensità emotiva nel parlare di rapporti familiari e sentimentali e, non ultimo, l’attenzione alla memoria storica (al centro del finale del film del 2021 Madres paralelas), su cui il cinema spagnolo non manca mai di concentrarsi. Il legame con Almodóvar è visibile anche nel cast, che schiera due attrici feticcio del regista: Lola Dueñas e Penélope Cruz. Quest’ultima, come Close, ha un ruolo piccolo ma significativo, quello di una cupletista spagnola le cui esibizioni e i cui dialoghi sono tra i momenti più riusciti di un film che riesce a non farsi schiacciare dalle proprie ambizioni, e si rivela un canto dal carattere universale sulla mancanza e sul bisogno di poesia e di amore, in un mondo dominato dai conflitti e dalla violenza.

N6 2026

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Autore

  • Bari classe 1999, Pablo Traversa appassionato di cinema queer, cineasti sudamericani come Larrain o Inarritu e ritratti femminili a tutto tondo come quelli di Von Trier o Cassavetes, frequenta la magistrale di Cinema, Televisione e Produzione Multimediale a Roma Tre.

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