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Il ritorno al cinema di Refn, ma senza una trama
Di Ludovica Pesenti
Tra i grattacieli violacei di una metropoli futuristica, una giovane silhouette solca un denso manto di nebbia. La città, nella quiete notturna, sembra aver inghiottito qualsiasi forma di vita. Attraverso la coltre, luci al neon colano dalle vetrine come rigagnoli su lastre bagnate; ogni superficie trasuda un bagliore pastoso, cianotico, impregnato di surrealismo febbrile. La starlet Elle (Sophie Thatcher) si dirige indisturbata all’ingresso della propria abitazione: l’imponente Tower Hotel, per incontrare il padre regista Johnny Thunders (Dougray Scott). Ad attenderla, però, troverà anzitutto un labirinto di figure cupe, fantasie di sfarzo e ossessioni, pronte ad attirarla in un turbine di violenza e gelosia. Su tutte incombe la minaccia di Leatherman, squartatore di donne dai guanti tempestati di diamanti.
A un decennio dall’uscita di The Neon Demon (2016), Her Private Hell segna il ritorno di Nicolas Winding Refn sul grande schermo. Presentata fuori concorso nell’ultima edizione del Festival di Cannes, questa pellicola presenta tematiche già care al regista, accostando tributi al cinema fanta-horror italiano anni Settanta e Ottanta (Mario Bava, Dario Argento) a riflessioni autobiografiche. Ne deriva uno pseudo thriller dalle tinte vapor-wave, dove onirismo e perturbante si fondono in un incubo indecifrabile.

La premessa sembrerebbe introdurre un’opera spettacolare, un sommario di tutti i baluardi della fantascienza contemporanea. Refn stesso, del resto, ha più volte presentato i suoi dieci anni di inattività come determinanti per la riuscita del film. Secondo TheWrap, infatti, Her Private Hell sarebbe nato da un intento preciso: creare un’esperienza “autenticamente cinematografica”, contrapposta a tutto ciò che oggi risulta preconfezionato da algoritmi.
Ma la vera svolta per il progetto giunse a tre anni dall’inizio delle riprese. Un’insufficienza cardiaca, che colpì Refn in prima persona, costrinse i medici ad arrestarne il cuore per venticinque minuti, sanando una perdita che aveva pericolosamente invertito il flusso sanguigno. Un evento traumatico, paragonato nell’intervista su Sight & Sound a un confronto diretto con la morte, il quale provocò nel regista una brusca presa di coscienza e lo guidò verso una “rinascita creativa accelerata”.
Da questi avvenimenti scaturirebbe la struttura “antologica” del film, data dall’accumulo di piani e generi narrativi lungo due direttrici principali. Da un lato Elle, attrice in erba riunitasi con altre donne-interpreti all’interno del Tower Hotel, per lavorare alla nuova sci-fi del padre in stile Barbarella; dall’altro K (Charles Melton), un misterioso soldato protagonista di cartoonesche odissee tra i bassifondi cittadini, per ritrovare la figlia perduta.
Si tratta perlopiù di trame parallele, accomunate talvolta da pochi, ricorrenti elementi. Ogni eventuale nesso risulta più stilistico-tematico che causale, mentre temi quali ricerca famigliare e sopruso rimangono l’unico, seppur debole, aggancio narrativo. Elle e K si muovono entrambi in un contesto di finzione puramente artificiale, nel quale la texture visiva prevale sulla loro profondità psicologica ed emotiva. Uno stratagemma, insomma, con cui la pellicola sembra voler dare voce all’inquietudine esistenziale del proprio ideatore. I personaggi appaiono così animati da una volontà superiore, onnisciente, e spogliati di qualsiasi specificità. Parole e azioni rimangono isolate, quasi fini a sé stesse, piegate a una dimensione sì suggestiva, ma anche profondamente innaturale.

In Her Private Hell, Refn costruisce un gioco di specchi in cui la trama perde progressivamente di consistenza a favore della pura estetica. Una scelta tutt’altro che casuale, assimilabile piuttosto a un vero e proprio manifesto artistico maturato nel tempo. Già con Drive (2011), primo successo di pubblico a fruttargli il Prix de la mise en scène a Cannes, Refn imboccò un percorso personale, lungi dalle prerogative del grande cinema commerciale. L’immagine filmica si è tramutata così sempre più in un fulcro di analisi a cui subordinare qualsiasi altra forma di linguaggio narrativo.
Ed è in questo che Refn pecca di superficialità. L’incessante ricerca di sublimazione visiva, l’affiancarsi di immagini tra loro slegate, induce nel pubblico un senso di inevitabile smarrimento. Accostare raffigurazioni eterogenee non costituisce di per sé un difetto, in un cinema che abdica la logica narrativa. La tecnica del pastiche, qui tanto sciorinata con apparente disinvoltura, può tuttavia dirsi riuscita soltanto se, all’incontro tra frammenti, corrispondono significati nuovi, creativamente rilevanti. In Her Private Hell ciò non accade.
I luoghi (dagli interni marmoreggianti del Tower Hotel ai set hollywoodiani dello stravagante Thunders) non sembrano rispondere a geografia alcuna, né fisica né mentale. Le scenografie, intrise di uno stucchevole retro-futurismo alla Blade Runner, accusano ripetutamente un’artificiosità di fondo. Il risultato è una straniante e involontaria rottura della quarta parete, in cui l’universo finzionale si sgretola svelando l’apparato tecnico. Lo spettatore, dunque, è costretto ad assistere alla sterile interazione tra attori e messinscena: figure sospese davanti a fondali bidimensionali, che prendono vita soltanto grazie al massiccio intervento di CGI in postproduzione.

A soffrire di questa eccessiva costruzione è, in primo luogo, la recitazione stessa. Le battute risultano pronunciate con cadenza dimessa, senza variazioni di tono o di intensità, mentre i dialoghi, ora didascalici ora ermetici, non offrono dei reali pretesti di immedesimazione. Tutto è dato per scontato, nulla accade con coerenza: le motivazioni dei personaggi rimangono a noi incomprensibili e la recitazione si riduce a una posa monotona. Nemmeno il lavoro di Sophie Thatcher, volto emergente del cinema horror grazie a titoli quali Herectic e Companion, riesce a fuggire dall’apatia. Refn sembra inseguire una forma di sintesi controintuitiva e respingente, nella quale l’attore diventa mero elemento “paesaggistico”.
Che il cast sia in gran parte femminile, poi, rende il tutto ancora più evidente. La recitazione ipnotica e l’assenza di profondità, infatti, definiscono la modalità con la quale le donne vengono messe in scena: i loro corpi, esposti come manichini nella vetrina di un negozio o sulla copertina di una rivista, risultano passivi di fronte a un male gaze esterno che le vuole docili e silenziose. Le attrici vengono inquadrate più volte in pose lascive, avvolte da abiti succinti semitrasparenti e abbandonate sopra sofà di design, con lo sguardo fisso in camera e un sorriso malizioso sul volto. Un meccanismo affine a quanto descritto in Visual Pleasure and Narrative Cinema (1975) da Laura Mulvey, secondo cui storicamente la macchina da presa ha sempre ritratto la donna come prodotto dello sguardo e non come soggetto attivo. Il femminile diventa così una tela bianca su cui proiettare pensieri e desideri maschili, in un immaginario feticista contaminato, a tratti, dai codici della rappresentazione pornografica. A produrre questo effetto, però, non sono certo scene esplicite: il film, infatti, non dichiara mai apertamente i propri temi, rifugiandosi piuttosto in un’ambiguità tiepida e dozzinale.
Ne è un esempio il rapporto tra Elle e Dominique (Havana Rose Liu), un tempo migliore amica della protagonista e oggi seconda moglie del padre. Esse si affrontano e si contendono i riflettori, generando una lotta orientata all’attenzione di Johnny. Egli, d’altro canto, non le considera mai individui appartenenti alla propria famiglia, bensì semplici strumenti da dirigere e controllare sul set. Ecco che l’insoluto “complesso di Elettra”, forse unico tema chiaro del film, si sviluppa in virtù del padre-marito e sfocia in un paradossale gioco di seduzione e scherno tra le due donne. Tale conflitto passa anche attraverso Nico, proprietario di un locale notturno e amante di Dominique, del quale Elle si serve per vendicarsi della matrigna.

Questa dinamica di possesso trova un suo corrispettivo estremizzato in Leatherman, killer ignoto e alter ego di Johnny. È proprio il padre di Elle, infatti, a preannunciare l’esistenza dell’assassino poco prima di avviare le riprese, consegnando alla figlia un’ascia d’oro con cui ucciderlo. Ancora una volta, violenza e possesso si rivelano estensione dell’autorità maschile: vittime di Leatherman, non a caso, sono giovani donne, squarciate vive dal petto e scagliate nel vuoto dalle vetrate dei grattacieli. I guanti di diamanti, simbolo del lusso divenuto arma, fungono da oggetto pop immediatamente riconoscibile. Essi accompagnano omicidi puliti, stilizzati, in aperto contrasto con l’opulenza del mondo circostante.
Anche in questo caso, però, il racconto non indugia oltre: Leatherman compare saltuariamente, in poche e brevi sequenze, per essere poi liquidato senza particolari giustificazioni. Un trattamento simile viene riservato a K: controparte vendicatrice del padre demiurgo e del carnefice, il suo ruolo rimane circoscritto a rapidi segmenti d’azione, rimandi più o meno velati al genere gangster. Le storie di Leatherman e K rimangono disgiunte quasi per l’intera durata della pellicola, intersecandosi soltanto in prossimità del finale. Qualcosa di simile si verifica anche in altri frangenti: basti pensare alle misteriose costumiste Ms. S e Ms. T, all’opinabile “lingua dei lupi” (ennesimo riferimento erotico) di Elle e Dominique o alla Tokyo postbellica in cui K si aggira tormentato. Il film sembra non poter fare a meno di accumulare, trascurandoli, sempre nuovi dettagli. E se l’obiettivo di Refn era privilegiare una “narrazione per immagini”, beh, il guadagno risulta certamente dubbio.
Her Private Hell si permea su fotogrammi levigati, brillanti, eppure del tutto privi di identità, ordinari come la patina algoritmica da Refn tanto screditata. Della creatività premessa, dunque, sopravvive ben poco: un prodotto da consumare e riporre dopo pochi istanti.
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